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pagine 48

 

Patrizio Marozzi

Il desiderio di un sorriso – racconti - Vol. due


 

Le memorie dell’investigatore del foglio strappato. Sottotitolo il compito in classe veduto in milioni di copie.

 

Non sappiamo esattamente cosa fosse successo al compilatore del compito in classe. Non per chissà quale causa, ma semplicemente per il fatto che non è mai entrato in una scuola, eppure su quelle poche parole rimaste su di un foglio per lo più strappato è evidente che per un frangete, forse inverosimile, qualcosa è filtrata oltre l’omologazione, oltre lo stesso memorizzare le informazioni e per certi versi un variegato nozionismo. Sembra che la traccia più presente rimasta sul foglio, su quei pezzi lacerati sia proprio un concetto altro come quello di sapere per intelligenza, voglio dire la deduzione come fattore primario del sapere senza l’obbligo di imparare a memoria o per induzione, qualcosa che in fondo per intelligenza neanche si deduce? Potrebbe pensare qualcuno di quelli presenti quest’aula. Ero lì che mi accarezzavo la guancia e sembravo riflettere mentre guardavo quegli studenti ancora del tutto inconsapevoli di ciò ch’era accaduto, e mentre osservavo la professoressa che aveva denunciato il fatto come improponibile e inverosimile, mi accorsi che nei miei pensieri c’era un lucido pensiero ed era perché un fatto che sembrava appartenere alla sfera dell’intelligenza si fosse verificato in un luogo come questo, all’insaputa di tutti e nell’impossibilità di tutti di comprenderlo. Ciò avrebbe potuto mettere in seria difficoltà l’intero apparato culturale della società e dello stato; e per un caso di questa importanza ero stato chiamato io, un investigatore privato con l’hobby dell’antropologia scientifica. Se per ciò, qui accaduto, fosse stata un’infinitesima particella quantistica a materializzarsi, magari da un tempo recondito prendendo corpo su quel banco dove si è materializzato il foglio strappato. E chi è stato a strapparlo e perché, e se fosse stato anche questo un atto immateriale? La cosa certa è che su quei frammenti di foglio si è verificato un atto d’intelligenza e ciò è ovvio toglie ogni dubbio all’ipotesi che si tratti di qualcuno, ormai istituzionalizzato. E già e perché non io. A che punto della storia sono comparso io e se fossi già stato qui, se semplicemente fossi stato chiamato a dichiarare l’atto stesso dell’intelligenza, non dovrei forse anch’io essere capace non solo d’immaginare ma di realizzare, comprendere, quello che è avvenuto qui. Non so se ciò è mai stato un mio desiderio, come finii di pensare questo concetto, tutti gli studenti mi guardarono la professoressa addirittura negli occhi, quasi mi avesse scoperto lì in quello stesso istante, poi tornarono a guardarsi gli uni e gli altri, sentendosi compiaciuti auto compiaciuta, era così evidente che l’autore di quel foglio strappato non ci fosse tra noi, che non fosse stato menzionato. Oltre ciò le mie indagini non poterono andare, oltre questa soluzione non mi fu dato di parlare da nessuno autore; eppure sappiamo, abbiamo questa labile traccia, lasciataci che ci dice che c’è.


 

Solo ieri. Le circostanze dell’oggi. Cronaca di un racconto

Appena mi affaccio fuori di casa, incontro l’ennesima donna “fantasiosa”. Ieri magari non ti ha salutato, quando l’hai salutata, l’altro ieri, invece sì. Oggi si è tinta i capelli con un ciuffo rosso e la frangia della pettinatura è davanti ad un occhio, si sente così, già, abbastanza importante e farebbe a meno di salutare, ma un po’ indisposta dal mio saluto cortese è costretta a rispondere. Mentre faccio per rientrare in casa vedo passare una ragazza che cerca, di farsi guardare, ormai da diversi anni, spesso la guardo, non parla non colloquia, non saluta, proprio come molte donne più adulte di lei, ma vuole farsi notare; badate non per amicizia o altro, ma solo per darsi importanza, credo. Questo ormai è un gioco collettivo.

Una volta in casa accendo il compiuter per leggere la posta. Trovo due proposte di matrimonio, una scritta in italiano e l’altra in inglese. Non sono donne italiane.  
Ciao! 
Salve. Mi e piaciuto il tuo “profilo” e voglio sapere di più su di te! un po’ di me:

Io amo la vita, l'amore per i bambini, voglio conoscere l'amore, di un uomo onesto, al fine di creare una famiglia. Vorrei conoscere il suo vero amore, essere il mio migliore amico, la sua anima gemella e la sua metà, un uomo che condivide i miei interessi. Voglio dedicare la vita per rendere questo un uomo felice, pronto a dare tutto ciò che può dare una donna, moglie, migliore amica. Bisogno di un forte, armonico matrimonio basato su amore, fiducia, rispetto, la comprensione e la vicinanza spirituale ...

Io attendere per la Sua lettera ....

 

Il mio indirizzo e-mail:

Nel mentre leggevo la posta in internet, mi è giunta una lettera cartacea, di un’associazione che chiede soldi per aiuto umanitario. Le popolazioni urlano. I governi guerreggiano i soldati sfasciano tutto. E se ne fregano di quel che succede alla gente, ed io in definitiva dovrei sostenere il loro sforzo per riparare i danni fatti. Il potere amministra e non ragiona.

Nel pomeriggio sistemo alcune mie cose ed evito l’irrealtà del darsi importanza di altre donne e uomini che avrei incontrato se questo pomeriggio fossi uscito.

P.S.

Il dormiglione

Un bel giorno sono avvicinato da due persone, che iniziano a conversare con me. L’uno mi racconta le “glorie” di se stesso e della sua famiglia, non posso che ascoltare e partecipare per stare nella conversazione, alquanto amena. Noto però che appena io parlo di argomenti che esulano dall’interesse abbastanza ristretto del suo io, personale, le sue palpebre si appesantiscono e quasi si addormenta. Dico non proprio per l’argomento trattato, ma proprio per la flebbosità del suo io.


 

Zavorra

Traghetta Caronte la
Sabbia del mare?

Più in Là
Si flettono le linee

Soltanto abbagli
Lungo la costa.

Quattro idioti più là
Sono studenti?

Ripetono quello che vedono
Si piegano a ciò.


 

Labile certezza sull’infranto giorno del passato, Glenda

Ora immaginate che l’attrice entra in scena: Glenda entra e si siede davanti al suo intervistatore. Siamo nella casa di un’amica di lei, sono soli perché la casa in questo periodo è disabitata dalla sua amica, l’amica che le ha offerto la disponibilità di questo posto riservato, dove le parole possono rimanere indisturbate. Era stata Glenda a volere ciò, lo aveva chiesto espressamente all’uomo che la intervistava. Iniziano a parlare

-          Ciao! Glenda.

-          Ciao!

-          Come stai?

-          Bene.

-          È una bella giornata oggi?

-          Sì! Direi di sì.

-          Il tuo uomo?

-          Un. Non c’è più!

-          I tuoi figli?

-          Neanche.

-          Chi c’è?

-          Ci sono io ….

-          Cosa stai pensando Glenda?

-          Ci sono io con il mio grande sesso.

-          È stato sempre grande?

-          Sì, ma dopo i figli lo è diventato ancor di più.

-          Glenda che mi dici se ti dichiaro che voglio baciartelo, baciarti, darti amore e piacere?

-          Sì.

-          Sì, cosa?

-          Va bene quello che mi hai chiesto, sì!

-          Va bene! Scusami per averti chiesto conferma. L’intervista la riprendiamo dopo?

-          Va bene!

-          Saremo amici?

-          Sì!

 

Il dialogo e la storia sono immaginati.


 

Tra sacro e profano. Favola sulla libertà, e in aggiunta la fatica per esserlo dei nostri due amici che passeggiano.

Mondo, mondo, mondo, quanto è bello il mondo.
Mondo, mondo, mondo, quanto è bello il mondo.
Canta, canta, che ti fa bene. E sì il mondo è bello!

I nostri due amici andavano camminando insieme.

Come si fa a essere liberi?
Eh! La libertà stanca, che accadrebbe se tutti fossero liberi e volessero fare quello che vogliono?
Che accadrebbe! Non si risolverebbero tutti i problemi, la gente non sarebbe più felice?
E chi lo sa? La libertà salva il mondo, e cos’è che ci fa liberi, ci vuole a essere santi, forse.
Come faccio a essere santo?
Eh! La libertà la santità, quante cose, e poi dimmi, che cosa hai tu da dare?
Tutto, prendi, prendi. Posso cantare ed essere felice, respirare e ridere. Mondo, mondo, quanto è bello il mondo!
Ma dimmi non ti è mai capitato di dare a qualcuno, qualcosa di speciale e prezioso?
Non so non mi ha chiesto mai niente nessuno. Un sorriso!
E tu hai chiesto mai niente?
Ah! Ah! Ah! No!
E allora, caro, non so forse sei libero.
E santo! Come si fa a essere santi? Ah! Ah!
E che posso dirti fa quello che diceva Madre Teresa di Calcutta.
E che diceva?

L’uomo è irragionevole, egocentrico: non importa amalo!
Se fai del bene ti attribuiranno secondi fini egoistici: non importa, fa’ il bene!
Se realizzi i tuoi obiettivi, troverai falsi amici e veri nemici: non importa realizzali!
Il bene che fai sarà domani dimenticato: non importa, fa’ il bene!
L’onesta e la sincerità ti rendono in qualche modo vulnerabile: non importa sii sempre e comunque franco e onesto!
Quello che per anni hai costruito può essere distrutto in un attimo: non importa costruisci!
Se aiuti la gente, se ne risentirà: non importa, aiutala!
Dai al mondo il meglio di te e ti prederanno a calci: non importa continua!

Vedi figlio mio non è tanto facile la libertà, c’è sempre qualcuno cui non fa piacere.
Ah! Ah! Faccio queste cose e poi divento santo. Ma dimmi perché le persone sono così prima per farti diventare santo, e dopo dicono quanto eri santo! Non è meglio che amano prima? E perché guardano come diventi santo e non fanno niente, poi dopo, solo dopo ti dicono bravo?
Caro mio, quanto è strano il mondo che ama sempre quello che apprezza, ma non sa apprezzare chi ama.
Ah! Ah! E la libertà non basta, si può essere soltanto, liberi?
Dillo al mondo se lo sa, ma non meravigliarti della santità. Comunque prova vedessi ti riuscisse a essere libero.

E i nostri due amici continuarono la passeggiata.


 

Il tempo e l’incontro

 

Che facciamo, dove andiamo oggi?
Non lo so, andiamo per di qua, seguiamo questa pianura fino alla montagna.
Oh guarda, chi sono quelli?
Lettori, libri. Libri che leggono i lettori.
Qui sotto la montagna, e come sono fatti i libri?
Ma, guarda, con le parole.
E che fanno, parlano?
Le parole si guardano, i ciechi le toccano.
E quelli che libri leggono?
E chi lo sa?
Ci fermiamo voglio leggere anch’io?
E come fai, non vedi quanti lettori, tutti i libri saranno impegnati.
E come si fa?
Andiamo, saliamo ancora nella montagna.

Dopo un po’ che camminano.

Fermiamoci qua, mi fanno male i piedi, e anche le gambe.
A me no! Che sarà?
È amico mio è il tempo. Che vuoi ce lo portiamo dietro sempre appresso, e ogni tanto anche lui si stanca.

Raggiunto il luogo.

Oh guarda quanti libri di chi sono?
E chi lo sa, guarda se c’è scritto il nome sopra?
Sì, c’è scritto! E si possono leggere?
Leggi, leggi. Che fin quassù son pochi quelli che vi giungono.

Passò del tempo e il nostro amico lesse anche quei libri.

Quanti pensieri ci sono nei libri. Le parole servono a questo per guardare i pensieri, anche quando le persone sono da un’altra parte? Come si fa a scrivere?
Vieni, riprendiamo il cammino, e andiamo in cima alla montagna.

I nostri amici faticarono ancora, ma raggiunsero la vetta della montagna.

Oh guarda che bel panorama, sembra di stare sopra al cielo?
E gli aeroplani che ci stanno?
Non lo so gli uccelli non volano meglio? Guarda quello lì tutto solo che fa?
Non vedi bene, quello è uno scrittore, è venuto qua a fare quello che vuoi anche tu.
Sembra un matto? Che faccio scrivo pure io?
E scrivi, scrivi, ma non pensare che sia così facile.
E che ci vuole stiamo in cima alla montagna?

Il nostro amico incominciò a scrivere, mentre l’altro nostro amico, rimase ad aspettare.

 

 


 

Certo la libertà

I nostri due eroi, chiamiamoli così, bonariamente, si trovano ancora a camminare per il mondo e mentre percorrono i suoi luoghi, parlano degli argomenti che pensano.

Dimmi, com’è com’è che le persone parlano tutte di libertà e non s’incontrano mai.

E, che dici, certo che s’incontrano! Non stanno forse tutto il giorno a muoversi e spostarsi proprio perché s’incontrano continuamente!

E già! È questa la libertà, ci s’incontra sempre allora. Ah Ah!

Che c’entra, ci s’incontra perché c’è sempre qualche cosa da fare. E certo che le persone che parlano di libertà, s’incontrano e discutono.

E sono libere per questo?

Anche, ma credo che non comprenda il tuo pensiero. Diciamo allora che ci sono due persone; una fa quello che vuole e fa molti soldi, come fama del mondo gli chiede. L’altra non fa molti soldi, ma riesce lo stesso a fare ciò che vuole. Ora vedi caro mio, tutte due queste persone un giorno moriranno, e quello che hanno fatto sarà stato un bene per loro e forse anche per altri solo se saranno stati liberi.

E già liberi! Sì, ma perché non si sono incontrati?

Insomma caro mio e per fare che, poi! Avranno avuto da fare! Sarà stato un caso!

E Dio! Come si fa a credere in Dio. Se non si è liberi?

E già! Ho capito cosa vuoi dire. Se la libertà ci fa vedere Dio, se non si crede in Dio né nella libertà. Chi resta libero è solo e non trova nessuno?

Ah! Ah! È così è così!

E già caro, che strano mistero, quanta gente dice di essere libera, sembra che s’incontrino, ma non sono liberi. A pensarci mi viene un mal di capo. Non possiamo parlare d’altro?

E già! Sì! Sì! E dimmi a che serve la legge?

La legge a che vuoi che serva, da Mosè, per un po’ di civiltà.

Che sono tutti civili quelli che vanno in galera?

Certo!

Allora decide tutto la legge?

Caro mio quello che conta è la libertà e la responsabilità, di legge meno ce n’è migliore è. Il mondo.


 

I nostri due personaggi continuano a parlare mentre camminano

 

Dimmi! Dimmi! Perché questo mondo sembra che va bene poi va un po’ male?

Eh! Caro mio; prova a cambiare comportamento. A essere più vero e sincero. A credere più nella libertà interiore.

Ah! È così, e che mi succede dopo, va tutto meglio?

Chissà, può darsi.

Perché che è colpa mia se vanno male le cose? Io dico che vanno bene.

Eh! Colpa mia, colpa tua, con il fatto di questa colpa è morto pure Cristo. E la colpa, chissà forse non c’è più, e c’è data una soluzione.

È venuto per questo Gesù?

Direi pure, proprio, già!

Eh qual è il modo della soluzione?

È la strada dell’amore.

Ah! Ah! Cos’è la strada dove stanno le puttane.

Eh! Eh! Eh! Ridi pure e scherza, ma pensa bene a quel che significa e chissà, pure in quella strada c’è bisogno d’amore.

E Mosè ne ha fatta di strada, per questo la bibbia si chiama vecchio testamento!

Che dici! Mi sembri bizzarro. Vecchio, nuovo testamento, ma che dici; figlio mio forse il Dio della bibbia prima di Cristo è spiegazione e ragione delle conseguenze del comportamento umano, che non vedeva la verità di Dio, di un Dio che chiede di avere fiducia. Con il vangelo di Gesù si è nel mondo che contempla l’amore, la soluzione, e la spiegazione per l’uomo è la libertà spirituale.

E allora cos’è tutta questa gente che vuole essere la soluzione, spiegazione e pure grida e si appaga. Che fanno, dicono sempre di essere la soluzione, e perché umanamente si cerca sempre di fare quello che gli conviene, magari di vincere soldi o di averne sempre di più. Oh sentirsi per questo più bravi di chi si conosce. Che fanno questi? Che fanno?

Dico sempre a me fai queste domande? Che fanno, si eleggono.

Ah! Ah! E allora che succede?

Che ne so forse molti gli eletti nel mondo, pochi i salvati spiritualmente. Chissà, bo!

E allora la soluzione resta l’amore?

Già! Caro mio.

 

I nostri due personaggi continuano a parlare mentre camminano.

 

E allora la colpa!

La colpa, la colpa, spesso è solo una giustificazione ……


 

Il desiderio di un sorriso

 

 

C’era una volta in un paese e basta, un gigante che s’innamoro di una fanciulla. Questa fanciulla era molto scortese con il gigante. Di fatti ella era presuntuosa verso chiunque e possiamo dire verso la vita stessa. Tutto lascia pensare che in fondo fosse solo per il fatto che credeva proprio di essere superiore. Di fatti era soltanto ottusa sgarbata e per questo ignorante, proprio come sono quelle che credono di sapere tutto. Spesso il gigante l’incontrava per strada e per sembrarle gentile le sorrideva, e cercava, così, uno sguardo cortese; questo perché al gigante piaceva la gentilezza. Purtroppo ogni volta, la fanciulla trovava il modo con lo sguardo di manifestare superbia. Sinceramente la fanciulla sembrava proprio una persona poco sociale. O forse lo era troppo, perché in fondo questo suo atteggiamento le derivava dal fatto che si sentiva una persona che aveva raggiunto quello che lei aveva visto come progresso personale e che gli riconosceva la società. Questo la faceva sentire come se non avesse importanza ciò che era vero, perché quello che sentiva era la ragione superiore che percepiva per appartenenza della determinazione sociale. Spesso diceva a se stessa, che era come uno scienziato, che perfettamente ubbidiente al sapere della sua scienza ritenesse vero tutto quello che quella scienza diceva essere vero, giudicando come stupidità e superficiale ogni altro pensiero che ipotizzasse qualcosa di diverso, dal suddetto proclama scientifico. Un giorno il gigante sognò della fanciulla, e nel sogno si chiese perché quella fanciulla fosse così e in fondo, in ciò, molto simile a molte altre fanciulle. E in sogno sentì la voce di una fanciulla, che gli apparve quasi sembrandole ella, e gli disse: “Gigante io non so cosa siano le lacrime.” Il gigante si ridestò dal sogno, quasi sapesse, quasi fosse anche sorpreso. Ora volle forse il caso, che il giorno dopo la fanciulla andò al lago a fare il bagno e dato, il silenzio e la solitudine del posto, fu presa dal desiderio di spogliarsi nuda e così, fare il bagno. Quando uscì dall’acqua, si distese sopra l’erba chiuse gli occhi e con il calore del sole si addormentò, ma nel sonno riposato che la sopraggiunse, iniziò a sognare se stessa che piangeva, ma sentiva che le sue lacrime non riuscivano a sgorgare dagli occhi e la pelle di tutto il suo corpo non riusciva a bagnarsi delle lacrime. Il gigante passeggiando vide lì la fanciulla, come non l’aveva mai vista prima e quando le si avvicinò e vide che dormiva resto a guardala e senza sapere bene perché i suoi occhi si riempirono di lacrima, lacrime grandi e piene d’acqua. Il gigante per guardarla meglio s’inginocchiò al fianco della fanciulla e mise la testa sopra lei e mentre la guardava in questa posizione, una sua lacrima cadde su di lei, e senza che lui se ne accorgesse scivolò tra i seni di lei sul suo ventre fino al suo sesso e scivolando tra le labbra di esso vi penetrò. Poi, dopo un po’, il gigante se ne andò. Quando la fanciulla si svegliò e guardò il lago, pensò al pianto di un bambino mentre nasce, come respira l’aria del mondo e lascia così il corpo della madre. E seduta mentre guardava il lago, sentì quando fosse sciocca, e quante volte aveva lasciato che le cose che lei voleva non accadessero, per orgoglio o per appagamento. E allora pensò, come sentendoselo dentro di sé, al suo primo vagito, e proprio in quell’istante si sentì una lacrima scivolargli sulla gota.

 


 

Una storia di Natale

di

Patrizio Marozzi

 

C’era una volta in un tempo presente uno sconosciuto narratore che smise di narrare. Un giorno si accorse che finalmente non aveva più oggetti da far parlare. E nessuno poteva tirarli fuori da nessuna magia. Finalmente non gli sarebbe più accaduto che mentre leggesse un romanzo appena iniziasse la descrizione di un luogo, la spiegazione d’immagini per mezzo di oggetti, che parlavano; lui sentisse le sue palpebre oculari appesantirsi e aver voglia così di addormentarsi. Ora dovunque guardava non aveva più bisogno di leggere intere pagine che descrivevano il fare di una bottiglia, o che cosa facesse un’automobile o una stanza di una casa. Finalmente pensò potrò veramente viaggiare – Perché quello che mi fa viaggiare – disse a stesso – sono i pensieri e gli animi della gente, o della persona che scopro; quando gli oggetti non sono lì a parlare per lui. E se fosse una meravigliosa umana donna, viaggerei per il mondo della coscienza e, i pensieri avrebbero la voce dei luoghi. Già pensò questo perché anche la descrizione dei luoghi senza pensiero, i luoghi che parlavano senza essere contemplati erano voci senza pensiero. Soltanto l’anima poteva svelarli senza descriverli, lasciando che fosse essa stessa a parlare e svelare. Tutto quel che non ha anima e non pensa è, bello forse se possiamo esserci e, viaggiare con questi pensieri – pensò lo sconosciuto narratore – poi si addormentò nella sua stanza. Cominciò a sognare e crebbe nel sogno pensando a Giuseppe e Maria che in una stalla di animali partorì Gesù, e sognò il narratore sconosciuto di essere Gesù che in braccio a Maria sopra un somarello tenuto al laccio da Giuseppe; viaggiava per trovare riparo e tranquilla dimora. Il narratore quando si svegliò non capì più in che luogo fosse e se quello che aveva intorno fossero cose sue; e così sveglio, in questo luogo senza nulla, pensò alla vita di Gesù e immaginò di essere sotto la croce di Cristo quando morì. Poi ancora si guardò intorno e non riuscendo a capire dove fosse, pensò di essere con gli apostoli che incontrarono Gesù risorto. E allora pensò a se, si avvicinò alla finestra, guardò fuori e capì perché non riusciva a comprendere dove fosse: era notte, una notte buia che era entrata nella sua casa senza avvertirlo e il cielo, che osservava dalla finestra era pieno di stelle. Mentre questo accadeva, sentì dei rumori sopra il tetto della casa e poi un tonfo provenire dal camino. Guardò verso esso, ma tanto era il buio che non riuscì a vedere nulla. Accese una candela che diede chiarore alla stanza, si avvicinò al camino e vi scorse un piccolo pacco un po’ impolverato dalla fuliggine. Curioso come non mai lo raccolse e quando lo aprì, vide che dentro c’era un libro. Lo accarezzo con cura quasi fosse qualcosa di diverso, forse pensò proprio un nuovo romanzo o libro, dove gli oggetti non parlano. E quando lo voltò, vi lesse il titolo – un attimo sussultò – nel sentire un rumore – tanto era appreso nella curiosità. Sentì un piccolo rumore dalla finestra e ora vide che dentro il chiarore della luna che si era aperto un varco nel cielo notturno; gli occhi di un animale osservavano dentro la casa e per un po’ lo scrutarono: una grossa renna con pelliccia delle grosse corna e lo sguardo incuriosito. Stette un po’ lì poi scomparve dalla cornice della finestra. Tornò a guardare il libro che aveva in mano, ma sulla foderina non c’era scritto nulla. Lo aprì alla prima pagina e vi lesse il titolo: Notte di Natale di un narratore sconosciuto. Il racconto dove gli oggetti non parlano.


 

Questo mondo

 

Cerco di ricordare se ricordo, come fosse oltremodo, piacevole indispensabile nel fare sesso che godessi. Aspettarti se per questo era delizioso. E poi, poi magari continuare. L’erogena era in tutto il corpo, eppure se non c’era il bello e prolungato piacere della penetrazione, sembrava proprio che mancasse qualcosa. Bisognava avere quel tipo di orgasmo a prescindere da tutti gli altri, avuti prima o dopo. Questo sesso pieno di energia del piacere, l’amore per te poteva essere riempito integralmente da questi momenti. Saper fare all’amore, farlo in modo eccezionale. Era questo un modo per essere io ai tuoi occhi un essere desiderabile e appetibile. Sembra incredibile in fondo un po’ assurdo questo, poter fare all’amore tutti i giorni per anni interi. Poi se penso al resto a quel che accade poi, sono proprio qui momenti d’amore quelli più veri che si è vissuto. Senza che ciò diventasse quasi un attributo di scambio e, al tempo stesso dovesse sottostare al tributo sociale, e in fondo all’incertezza stessa della vita materiale. Stiamo parlando al passato. È vero. Soltanto perché adesso quest’urgenza non è più un’urgenza, sinceramente adesso ti farei godere mille volte soltanto baciandoti e godrei dei tuoi baci, delle carezze e dei pensieri. Non mi sentirei di stare lì per aspettarti, il mio sesso è diventato così sensibile, forse saprei fare lo stesso, grandi cose, ma vorrei proprio che non fosse tributo. Il mondo non à più l’ansia e il corpo di ogni età - cerco di vederlo oltremodo bello. Mi sono trovato a desiderare le donne dal corpo maturo, non sempre la giovinezza mi appare con un grande brivido, ma saprei amarle lo stesso. Credo che non siano più vere come una volta, pensano di capire tutto, molto, ma ti obbligano alle spiegazioni. E allora placa l’ansia del sesso e una donna che non à più patemi, può essere anche molto desiderabile. Se solo tutte insieme non cercassero il possesso più che la fedeltà. La schietta parola che un tempo sembra che io riuscissi a scaturire nella sensazione e libertà delle proprie confidenze e fantasie. Ora ò desiderio che sappiano essere così, senza nessun velo di ansia o competizione e senza nessun dogma sessuale della soddisfazione. Credo che non ci siamo mai incontrati in questo modo, anche se dopo che la storia finiva, alcune volte, ò creduto che era stato solo un gran piacere quello che cercavi di procurarti, che ti eri procurata con me. E allora il sesso ti dominava e non eri più tu a controllare ma soltanto a ipotizzarne una riuscita. Oggi è un altro tempo. Lo sai?


Il tempo è di qualunque. Poesie.

I Fantasmi

I primi fantasmi erano voci e suoni

Il mondo dei sentimenti alterati

Sembrava subliminale era come subliminale

I fantasmi ànno movimento

e intenzione.

E psicosi per coscienza.

Amano male si esaltano nel potere

sono incapaci d’intendere.

I fantasmi sono qualunquisti

Confondono l’intenzione con l’istinto e la volontà

I fantasmi sono ovunque e l’ipocrisia

Appare invisibile

I fantasmi giudicano per giustificare le intenzioni – eseguono per mania di potere.

I fantasmi sono anche tra l’ignoranza che ama il potere sopra l’onestà.

I fantasmi muoiono in ogni forma.

Soltanto nel replicare si

Immaginano.

L’ipocrisia evita di comunicare e appaiono i fantasmi – con essa si manifestano.

Incapaci d’intendere

I fantasmi sono intesi

Si manifestano per effetti.


 

Stare

 

Quando di giorno non potevo più dire

ò parlato semplicemente sarebbe

Del resto tutti i giorni erano

senza possibile.


 

Riposo

 

Se le orecchie fischiano

il silenzio assorda

in realtà le orecchie fischiano

sopra il rumore.


 

Solo se accade

 

Quando è bello

dire sei bella

se poi ti bacio


 

Sembrano le stesse cose ma non lo sono

 

Oggi non si può fare

il corpo fatica

la vita fatica


 

Identificazione di una donna

 

Si appalesa per un attimo la voglia di ciucciare

di sentire il cazzo in bocca

la sua pelle e bellezza

Si riempie di sperma

nell’amarci e piacerci

Sei delicato come una fanciulla

per questo mi piace baciarti.

 

Vorrei immerdare il tuo cazzo

nel mio culo

e baciarti guardandomi

mentre il tuo viso si riempie

di piacere.

 

Vorrei che questo si ripetesse

Se fosse possibile vorrei fare

altrettanto.


 

il giorno dell’Ecatombe

Il giorno incombeva e il tempo di quella giornata stava trascorrendo silenzioso e un po’ mortale. Le persone che cercavano di compiersi nel mondo. Imbottite di esigenza e sproloqui sulla competizione. Il profilo di una persona come tutte le altre che brama una mostruosa esistenza dell’eternità. La ricchezza è per questo e sembra nell’apparire uno sproloquio collettivo. Ma il clan dei serpenti è vuoto perché è pieno, il mondo è l’unico richiamo l’invidia della libertà l’unica sorte dell’esibizione. Uccidere per essere sopravvivere per uccidere. La banalità precede tutto. Il discorso sembra una sequela appresa bramosamente. Quasi, come una domanda e risposta da applicare ovunque e tra chiunque, da tutti. Per stare in procinto al mondo e nel perpetuo giudizio del mondo sulla verità delle persone. Si eseguono così i momenti tragici della schiavitù, dell’infame del fausto e del successo che deve essere la verità. Chi c’è che aspetta, nessuno, la miseria serve alla solidarietà, la ricchezza alla vanità. E insieme banchettano sui pulpiti del guardare l’assurda riproduzione della menzogna. Eppure finché il mondo à, una gerarchia, il mondo si muove, l’importante è stabilire un prima e un dopo. Una verità di ciò che si vuole e, si ordina al banchetto dei valori il discorso della vita che deve vincere. La discordia nasce antica eppure non c’è convivenza, e la vita in comune dispera nel superare la discordia. C’è un attimo di difficoltà e illusione in più in questo. Per brevi attimi è l’unica possibilità, l’unica speranza cui cerca di aggrapparsi il mondo, come se poi non risultasse vacua per ogni sua guerra.

Siamo soli nella stanza io e lei. La guardo e l’unico discorso che sembra nascere è una fuga nella certezza delle cose ovvie.

Che importanza à l’unica esistenza è già scritta. Essere nel proprio tempo nel modo più conveniente possibile. Da sempre il discorso è lo stesso. Le cose ovvie sono conquiste che prima non erano. Ora che le ò, la questione è vivere con queste e lasciare stare tutte le altre. Se la verità sembra faticare a esistere perché sobbarcarsi di questa fatica. Salire il gradino poi un altro solo questo conta. La vita è fatta solo di momenti così, messi in fila uno dietro l’altro. In fondo ciò che non si conosce non si apprezza e non si sa se si disprezza. L’altro deve appartenere al mondo e con esso io lo guardo. L’esperienza è una traduzione e se vi è una spiegazione dell’essere sia se o altro in fondo, è, ciò che esiste e si afferma. La conoscenza è qualcosa di conosciuto una verità apparente che mostra il mondo. Il significato dell’esperienza è soltanto questo. Questo successo delle cose che determinano il mondo. Non si compie così anche l’interiorità, che in questo modo non à più bisogno di essere conosciuta, ma solo determinata e codificata dallo status del luogo e del tempo. La coscienza si determina per istruzione e così la verità si consolida nel mondo. Anche le persone che ignorano possono sentire l’importanza del mondo e il suo manifestarsi e così concorrere, affinché le importanze appaghino il progresso e il riferimento del bene. L’utilità è la pratica stessa il bene su cui dire ciò che è bene e ciò che non lo è. La materia diventa invisibile e determina la realtà dello status.

Il vuoto della libertà incombe su tutto il discorso. E non c’è un solo sì che liberi la conoscenza. Quello che si dice e si afferma non à più alcun valore. Perché non à più alcun riferimento. L’anima non partecipa alla conoscenza e l’intelligenza à solo il tempo della sua materia. E spesso tutto sembra apparire senza grande gravità. Soltanto sentimenti che si affrancano e si esaltano nel successo materiale. L’esibizione à sublimato il bisogno di conoscere. E la conoscenza è una disperata esibizione d’importanza. Un mondo sociale classificato. La morte percepisce se stessa come potere e affermazione, come eclatante illusione del genere della sopravvivenza. L’amore è una dipendenza. Un costrutto sociale. Un’apoteosi e un’antitesi insieme. Come questo mondo qui descritto, in cui patisco e vivo e, in cui all’abisso di questo, faccio ed esiste, la bellezza e la verità e la libertà. Che non delega al mondo, ma all’anima stessa della coscienza l’esistenza del mondo stesso. Un sì autentico all’amore, cui chiedere e rispondere.


 

Circostanze

…. E allora che cos’altro vuoi aggiungere. Te la dico io una cosa. Voglio tornare a vivere serenamente, riuscirò a non avere più paura. Trovare persone gentili e simpatiche. Ci sono persone che lo sono e altre che non lo sono, ovunque e chiunque, da sempre. Ed io voglio esprimermi normalmente. Non è stata colpa mia, non è stata colpa del mio corpo. Sono me stessa e voglio essere me stessa. Chi riconosce i propri errori forse è più utile di chi non fa che giudicare e pontificare e, starmi addosso per pubblicità e arrovellarmi con il ricordarmi quello che è successo, mentre io so di essere quello che sono e, la violenza chi la riconosce sarà meglio per lui. Ora non è che debba capire tutto, se mi andrà cercherò di capire. Io voglio essere semplicemente quello che sono sempre stata, vivere per comprendere e esprimermi. Credo che se questo - mi faccio accadere - in me, sia giusto. Voglio amare e non essere presa nella paura e nell’ansia. Sono stata violentata sessualmente e, questo contesto questa frase che non può che essere una circostanza spiacevole ma, ciò non deve togliermi me stessa, io voglio essere e vivere, con me stessa e la libertà della natura.


 

Non ricordo chi lo sa – un’ipotesi di racconto.

Del tempo fa lessi una storia di un tizio che in una foresta s'imbatte in una fabbricazione a mo di prigione tutta costruita con dei libri, che mi sembrò si potessero definire tutti alla medesima classe. Bene la cosa particolare che raccontava il libro. È che questo tizio guardando attraverso le inferriate dentro la prigione, vi scovò delle persone intende a leggere i titoli che facevano per mattoni alla prigione stessa, e tanto fu la sorpresa di questo paradosso, che in un impeto decise di rompere quei muri e liberare le persone che vi erano dentro. A quel punto i lettori liberi nella foresta, non seppero più leggere e il tizio si accorse che solo lui era in grado di
leggere e che le prigioni non avevano più pareti.

C'è qualcuno che sa chi l'ha scritto, e che titolo ha?

Grazie

Patrizio Marozzi


 

Sembra l’attimo o l’apologo, ma tolto l’attimo o l’apologo.

È quel reale che c’è.

 

-          Sembra un sogno.

-          Che vuoi dire? Certi giorni i giorni sembrano più tranquilli, sono quei giorni in cui si resta soli.

-          Già.

-          Ci sono dei problemi adesso è di questo che dovremmo parlare!

-          Perché? ne ài bisogno. O li ài risolti?

-          Il tempo è occupato da questi problemi.

-          Dici! Io credo che dovremmo meglio considerare quello che possiamo fare in questo istante, io e te.

-          Riferito a cosa per quale contesto?

-          Cos’è che ci fa stare insieme. Dico perché siamo qui, in questo momento, insieme?

-          Possiamo parlare dicendo la verità ….

-          Questo è possibile, ma quante sono le cose che il mondo ci farebbe dichiarare per stare insieme. E non potrebbero queste stesse cose, essere quelle, che finirebbero per dividerci!

-          Con questo che vuoi dire che la priorità è essere insieme. Credo. Altrimenti perché mi ài detto che non dovremmo parlare dei problemi che il mondo, che io sento. Non parliamo dei problemi. Dovremmo allora, forse, baciarci!

-          Sì sarebbe meglio e più vicino al fatto che siamo qui, insieme.

-          Soltanto, e perché?

-          Perché la cosa più giusta e vera, ora che si è qui, che si è insieme, è riuscire a esserlo, pensando che il senso per questo, lo scopo, in questo istante, è quanto io, quanto te, riusciamo a desiderare di farci del bene. Quando siamo capaci di comprendere la possibilità che il voler bene è parte di noi.

-          Trovarlo sempre.

-          Già!

 

 


 

L’immoralamente

 

Era, come sempre in uno dei miei strani forse giorni, eppure erano proprio giorni qualsiasi. È di fatto che mi succedeva che quando era insieme a qualcuno che desideravo, incominciavo e pensare e eccitarmi sessualmente. E mi succedeva che ciò accadesse anche alla persona che era con me. Non come sembra logico spiegarlo in questo modo, consideravo che questo mio eccitamento, desiderio, non fosse propriamente mio. Mi dicevo che mai poteva essere una cosa come quella non ero io che lo volevo, ma quel che io sentivo come possibile che accadesse fosse quel che l’altra persona voleva. E in questo desiderio incominciavo a credere mi volesse chiedere quel che io ormai immaginavo essere un suo desiderio. Quel che accadeva a me sul mio corpo che si eccitava non era mio ma il desiderio che stava provando l’altra persona. Ero ormai nella certezza che volesse questo da me. Il mio sentirmi nell’eccitazione era la palese certezza che volesse da me quel che io non volevo. Che in fondo il mondo stesso diceva che non potevo volere. E così aspettavo che potesse accadere che mi fosse richiesto, che si dimostrasse che quel che immaginavo fosse la realtà, e che a desiderare ciò che non volevo fosse l’altra persona. Ero nell’impossibilità di chiedere per questo e dichiarare quel che desideravo e sentivo, quel che volevo e anche mi piacesse.

Oggi le cose sono cambiate tutto questo non mi accade più, ma ho immaginato se l’altra persona fosse una donna come me, se io fossi un uomo e anche l’altra persona e questo accadesse, il significato non sarebbe in fondo immoralmente lo stesso. Non c’è forse una sensazione del pregiudizio che pone come condanna il capire, e il giudizio come sopraffazione per la propria identità che accusa e condanna e si pone con il proprio desiderio sopra la coscienza dell’altro, che viene privata per questo, perché in fondo calunniata della possibilità di agire e essere senza dover essere giudicato.

Già perché proprio da ciò, dal credere qualcosa di non vero su di un’altra persona, solo nella ricerca della condanna, per non riconoscere e pensare per capire al di là della negazione dell’altro perché non si accetta più se stessi e nemmeno la propria immaginazione naturale, che può capitare di trasformarla per un’assurda riempitura in violenza. E ora accadde che di quei tempi il mio fissarmi nella calunnia di una persona per credere anche alla calunnia di un’altra per essa, quasi che pian piano si contagiassero le perone disposte ad accettarla. Che la mia mente le nostre menti in una sorta di follia incominciarono una strana competizione degli intendi e dei processi alle intenzioni per giudicare l’identità calunniata facendo crescere nell’immaginazione di noi il convincimento che fosse reale tutto ciò, quasi che ogni azione gesto significato fosse associabile a costei che incominciavamo a sentire con le nostre pulsioni e desideri, che erano dentro di noi, ma negavamo e imputavano a colei persona identità pensiero e cultura. L’odio e l’aggressività aumentavano in sostanza con la nostra incapacità di capire e accettare, che si trasformava in una strana invidia e per accettazione di questa esaltazione e giudizio. Stavamo odiando quel che immaginavamo, e invidiavamo la bontà la verità e la vita che quella persona aveva, ma che avevamo negato per obbedire al desiderio di dominare la paura e obbedire alla volontà di questa e affermare un giudizio sul tempo, che in fondo screditasse la nostra immaginazione e possibilità di creatività, scagliandosi per questo contro chi si era calunniato. Come uscii da ciò è stato un atto di umiltà e la capacità di disobbedire a quell’obbedienza, che mi aveva sì esaltato ma portata la distruzione.

 

 


 

Stratosferico il giorno

 

….. dirle, dirle. S’immagini che prima d’ora le cose erano di gran lunga diverse. Che con il tempo si cambi appunto fino a trovare per questo nuovi modi di fare. Comunque se dovessi raccontarle un po’ come è iniziato tutto ciò, dovrei dirle semplicemente per caso. Le cose sarebbero potute andare in modo diverso, che so, se fossi stato in un altro mondo del tempo. Ma forse sto indugiando un po’ troppo sulla sua curiosità. Bene voglio dirle, posso dirle, che da quando ò iniziato, ragazzino, credo di essermi masturbato almeno dalle dodici o tredicimila volte, consideri numericamente che tra queste ci sono anche considerate le eiaculazioni nel rapporto sessuale con donne, per dirle il numero dei miei orgasmi. Questo intendevo poco fa se fossi stato in un altro mondo del tempo e tutte queste volte fossero state altrettante volte che avrei fecondato una donna, ora, sarei come un profeta biblico, creando intere nazioni e discendenze. S’immagini invece nessuno, per dirle con tranquillità. Ora come le dicevo prima; a un dato punto della mia vita ò cambiato decisamente modo di fare. E mi capita sovente di dimenticarmi di produrre eiaculazioni. Certo alcune volte, mi eccito volentieri, ma a ciò non segue nessun atto onanistico. Fossi meno svagato e avessi donne più prospicienti intorno, sensibili e piacevoli, potrei far accadere ciò in loro compagnia, così, senza tanti calcoli numerici; ma come le dicevo, sembra che il tutto non accada, per un verso o per un altro, non so. E allora ecco che si presenta questo piccolo problema, credo di dire. Lei mi dirà, ma in fondo cosa c’è. Forse sarà un po’ di stanchezza non so, o forse il contrario. Sta di fatto che credo per i motivi che ò narrato in quest’ultima parte del mio racconto, qualche volta di notte e nel sonno ò quel che si chiamano delle polluzioni notturne, mi eccito e eiaculo senza neanche toccarmi. Sarà l’eccesso di liquido prostatico che debba far spruzzare con quello seminale, o cosa d’altro che fantastica nella mia mente. Ma, non mi dilungo ancora nel racconto e le dico cos’è che mi appare un problema. Vede, difatti, tutto sommato il godere senza neanche toccarsi può essere in se una cosa piacevole e interessante, ma vorrei che accadesse che sono sveglio, non che alcune volte non sia accaduto; proprio nel momento della eiaculazione mi svegliavo e percepivo la tal cosa. Ma da un po’ mi succede che tutto ciò accade nel mio sonno e sogni e tutt’al più mi succede di sentirmi bagnato e soltanto per questo mi sveglio e so esattamente cosa è successo.

 


 

Un Episodio

 

Questo racconto è adatto a un pubblico maturo. Ogni riferimento a persone esistenti è puramente casuale.

 

Che c’è da dire o da narrare, siamo in un’epoca di grande violenza, anche se spesso, la violenza, sembra essere stabilita a priori. Voglio dire la conseguenza di un atto in qualsiasi modo questo avvenga, è giudicato visto e condannato dall’opinione corrente, spesso in modo schematico e definitivo. I paletti della morale sono fermi e inamovibili ed anche le conseguenze devono essere, conformi; come tutte le morali, spesso, senza amore. E spesso sono conformi perché questi atti che sono violenti, fanno sì che si vengano con essi marchiate anche le vittime, come facente parte di tale essere del fenomeno. Il significato è così determinato che le conseguenze devono stare nella condanna e nel giudizio, quasi inamovibile, per giustificare ogni evento e apparato sociale. So che già dire questo è sconveniente per molti. E allora sembra facile citare i modi di vivere la sessualità di altre epoche della storia umana. Voglio dire il rapporto inteso naturale di certi modi di essere. La mia storia, allora, ve la racconto per sommi capi. La mia scoperta sessuale è avvenuta a dodici anni, con un uomo adulto e l’atto è stato omosessuale. Io sono stato preso dalla mia curiosità, un po’ sorpresa forse, e dalle carezze che volevano essere dolci di quest’uomo. Lui era sposato e aveva dei figli. Andando avanti negli anni anch’io avrei fatto ciò. Se anche son finito nelle convenzioni e nel rapporto marito e padre, il mio desiderio verso il sesso maschile è rimasto parte di me. Il mondo condannò quello che mi accadde, anche se tutto rimase nascosto e senza seguito legale. Era accaduto qualcosa che per tutti doveva essere brutto. Forse poteva esserlo stato, ma non proprio così. Spesso mi sono anche chiesto se quello che era negato non fosse il fatto che anch’io avessi provato una qualche tenerezza e piacere in quel che quell’uomo mi chiese e, se questo dovesse essere qualcosa a priori disprezzabile. In effetti, in seguito ho cercato rapporti sessuali omosessuali, clandestini e fugaci; quasi che il sentimento fosse da considerarsi un po’ lascivo e disprezzabile. Quando venivo preso dal desiderio sessuale in questo modo il desiderio era più forte di me, di amare altri uomini di dare loro gentilezza, amore e piacere, volendo essere amato e apprezzato per questo; ma non poter essere totalmente me stesso mi rendeva disponibile nel mio corpo alle persone spesso false, al giudizio di gente insensibile e a sconosciuti orgiastici. C’erano in me due cose che, sì, dibattevano, il mio orgoglio e il mio desiderio, e in mezzo il mio status culturale, chi dei due non accettava l’omosessualità fino a volerla sublimare nei rapporti occasionali. Forse dire che in quel che mi è accaduto, nel mio caso poteva esserci amore, e che negare ciò poteva voler dire non accettare l’amore che così finiva per socializzarsi, quasi fosse un riparo e per questo un attributo sociale. Dovevo completare il mio rapporto d’amore con mia moglie, lasciare che il narcisismo non superasse l’orgoglio e quel che potevo essere. E tutto il resto doveva cadere nel dialogo come se l’amore fosse un atto naturale e il sentimento che capivo, accettavo e andavo a vivere. Si approssimava forse un nuovo attributo, si placava che io avessi conosciuto e saputo, per conoscenza, si placava un evento che la vita mi aveva mostrato. E che ora la sessualità fosse qualcosa cui io davo un rapporto d’amore. Le parole con la donna che avevo sposato.


 

I bolognesi

 

Appunti in forma di bozza per un racconto che lo scrittore non scriverà.

 

Ho solo un po’ di notizie e un po’ di storia vissuta per questo racconto. La notizia è frammentaria e molto incompleta. Riguarda la morte di un italiano, del sud delle marche, in una cittadina degli Stati Uniti D’America durante una rapina, in una sparatoria con la polizia. Questa è la notizia un po’ frammentaria che seppi qualche anno fa. In realtà avevo sentito parlare di questa persona molto prima che ciò accadesse.

Ma chi sono i bolognesi. Per capire un po’ chi sono i bolognesi, questi di questo racconto non racconto, bisogna pensare al concetto base che potrebbe spiegare una storia, questa ipotetica storia, l’ambizione. E cerchiamo di ricapitolare questi appunti in questa bozza, potremmo citare, o potrebbe farlo lo scrittore, di quei casi degli anni sessanta, dove c’era gente che nell’euforia della ricerca dell’affrancamento della lotta di classe arrivava dopo essersi laureato a bruciare la propria laurea, perché non ci fosse differenza tra la conoscenza  e la persona, che non fosse ciò un privilegio. Potremmo immaginare, quelli che studiavano indipendentemente, non privatamente e davano solo l’esame, per il titolo di studio. O altri casi di questo tipo. Ma i bolognesi no non erano così, per loro il concetto dell’ambizione non era riconoscere la libertà, ma la scalata ai simboli sociali che potessero determinare, nel loro essere e immaginare, la superiorità il potere e il controllo di questo. Se avessero saputo che bisognava andare sulla luna e piantare la testa sotto terra, se questo sarebbe servito per la loro superiorità, lo avrebbero fatto. Il concetto base di libertà o l’emulazione di tale individuo di cui avevano sempre cercato in definitiva il superamento, sfociava non nella ricerca di libertà, ma nella voglia nel desiderio di essere rappresentati e controllare un atteggiamento sociale che li identificasse come superiori, la logica di voler essere padroni sfociava nel bisogno stesso che la scalata sociale per una borghesia superiore, trovasse nell’arricchimento lo status dei privilegi. E allora in quell’Italia che è, andava avanti nel dopo guerra, che dall’affrancamento dalla fame, al denaro, li ha portati a desiderare, ai bolognesi, per percorso sociale non la libertà, ma il raggiungimento dello status del sentirsi superiori. Poco importa se ignoranti e consenzienti l’importate appartenere a quel che avevano sempre immaginato, fino alla luna come missili, se ciò, potesse rappresentare essere superiori a quel che immaginavano che fosse. Per lo scrittore questo è un po’ eccessivo come appunto, ma sta forse a significare una metafora del vero sentimento che dentro, queste persone sentivano per gli altri. E allora scalata la catena sociale, a questo comunista non rimaneva che la massima aspirazione, l’università di Bologna città comunista e che rappresentava il miglior sapere, le altre università le più vicine, non potevano essere altrettanto e già questo lo faceva sentire superiore (forse in questo punto degli appunti lo scrittore, ironizza un po’ troppo). Insomma costoro dopo essere giunti al punto superiore, sarebbero poi stati in grado di aiutare, quando dal punto in cui erano partiti, ciò era una condizione proibitiva, e non considerata da chi non era libero? Anche questa notizia la dobbiamo lasciare agli appunti. E ora che cosa sappiamo di quella disgrazia americana, di quell’italiano morto in una sparatoria. Io lo scrittore appunto qui alcune voci che mi giunsero e, non seppi e non so se sono esatte. Venni a sapere per vie traverse e casualmente di un chirurgo già posto in sala operatoria con ottimi risultati e da molti considerato medico, che trovandosi tra il praticantato e lo studio, non ebbe completato quest’ultimo. Un altro “bolognese” sembra coetaneo o collega, non so, pare che fosse informato di ciò che sembrava non conosciuto. Quel che accadde poi è la denuncia di quest’accadimento. E non so dirvi perché, la fuga negli Stati Uniti D’America del chirurgo, e dopo il tempo questa notizia della rapina e della sua morte. Lo scrittore appunta anche che quel che è menzionato in quest’ultima parte degli appunti, può dare motivo di molte interpretazioni, ma probabilmente nessuna è quella vera.


 

Un uomo in ipotesi di adamo

 

Mi ricordo quando Dio mi ama

fossi essere certo

o soltanto me stesso

e Dio mi amò del suo grande

amore lo stesso.

Seppi io perdonare, perdonai anche

ma ebbi anche paura.

Quando Dio mi amò, io tornai

ad amare

Ma manca quello che so che Dio

Ama

 

Spesso misuriamo l’amore di Dio. Eppure Gesù ci à mostrato l’amore di Dio e à contemplato tutto. Non solo il suo sacrificio, ma anche il suo amore.

 

Adamo l’amore che tutto ama perdona se stesso.

 


 

Il giorno del tempo: l’umano

 

Alzarsi la mattina, o lasciare che un attimo il buio, aspetti, aprire la finestra e non far caso a che tempo c’è. Se c’è il sole o piove, forse perché il tempo è bello e può aspettare. Aspettare il sentimento del giorno. Lavarsi svegliarsi, fare colazione. Del buon latte, un paio di fette biscottate con marmellata, o miele. E iniziare il giorno oggi con una passeggiata. Oggi è una bella giornata e non mi resta che camminare verso il mare, ogni tanto distrarmi con il colore del cielo e distrarmi, contemplare le innumerevoli volte che la natura si mostra ed è sempre un richiamo allo stupore, alla meraviglia. Spesso si può stare in silenzio a guardare la natura, rilassarmi e con lo sguardo libero. Altre volte si può osservare il fare dell’uomo che cerca di adattarsi a essa ed è bella l’armonia del pensiero. Alcune volte si può discorrere occasionalmente con qualcuno, che poi forse non si vedrà più, spesso le persone ànno proprio bisogno di parlare, di essere ascoltate, di condividere certe riflessioni, alcuni possono essere anche petulanti. Spesso dall’atto del pensiero, quello di colloquiare, qualcuno non sa stare ad ascoltare e, sovente di questi tempi nasconde spesso un bisogno di rispondere a qualcosa che frulla per la testa, a qualcosa che magari si è visto e udito da qualche manifestazione collettiva. C’è un po’ di confusione spesso per ciò, molte persone pensano che il proprio io non sia tranquillo, e non gli è chiaro, quel po’ o tanto conflitto che sente dentro. Si può incontrare l’amore in una passeggiata, molto raramente, quasi mai. Molte volte non si riesce a conoscersi se non lo si è deciso prima. Eppure le passeggiate possono avere molte valenze e modalità, ci sono percorsi strani e percorsi dell’anima. Ci sono percorsi da scoprire e meravigliose esperienze, spesso anche così uniche da viverle da soli. Il mondo. Il mondo spesso è un richiamo stolto del tempo saputo dalla vita, e dobbiamo renderlo vero e sincero e, guardare dentro le cose che sono. Cosa mi appare in questi significati, spesso una verità soltanto giustificata, una fede esaltata, un’obbedienza disperata. Spesso quando passaggio, penso anche a Dio e, ritrovo in me stesso il rapporto che il mondo spesso vuole distogliere. C’è un rapporto unico e profondo che mi fa partecipe di Dio, il profondo senso di amicizia con Gesù. Questa è la grande salvaguardia il grande baluardo contro l’offesa e la sentenza. È un atto cosciente e pensato, eppure è tutto nella forza della presenza di Gesù che si realizza. Ti mostri fino in fondo senza intermediari e parli con sincerità con un amico, con cui interroghi il mondo che senti dentro e che dentro di te aspetta non solo accettazione, ma anche comprensione. È un rapporto limpido che dona alle parole dell’esperienza la sincerità. Scompare, l’orgoglio e la funzione, svanisce il sociale io è, un dialogo tra la vita e Gesù, tra l’incontro e l’accettazione e la comprensione dell’amore, nella sincerità stessa della vita. Quant’altri il mondo t’incontra in questo modo. Molti non ce la fanno e se non avessero quest’amicizia, Dio potrebbe solo essere materiale e terreno. Spesso si sentono giudicati per questo e, quasi tentati a non credere più a non sentire più quest’amicizia che cerca come può in Gesù. E per questo mi sento spesso tra un paganesimo che ascolta in una chiesa che spesso torna al punto degli apostoli scandalizzati, ma non giudicanti, perché Gesù va e cena con pubblicani e prostitute. Non parliamo del gioco del potere ma di amore. Non ricordiamo insano tempo dei Borgia, che ridendo e scherzano potremmo riassumere, in quel pensiero che fa del discorso di Gesù, quando amerete il più piccolo tra voi, amerete me, ma se mi vedrete e non farete ciò, giacché non lo avete fatto al più piccolo tra voi finirete nel tormento eterno. Come dire Borgescamente in un modo o nell’altro ci si guadagna l’eternità. In realtà chi crede nell’eternità senza spirito, in questa materia senza sostanza cerca un’eternità ch’è effimera e poco loquace dell’amicizia di Gesù? E ora che passeggio pensando a un’altra passeggiata, rimembrando le riflessioni, quando distolga da questa limpidezza e gioia di quest’amicizia; Il tempo giudiziale la persecuzione, il dominio della supremazia dell’opinione sul tempo, una preghiera ch’è mortificazione della sincerità di Gesù, un orgoglio della speranza che fa della mortificazione l’esaltazione della colpa e la giustificazione del bisogno sociale della condanna come flagello inutile di Cristo. La libertà di Dio è infinita l’amore di Gesù è limpido e commovente, la sua accettazione una risposta di amore e non di flagello. La fedeltà della gioia e della libertà, fa della misericordia l’unica coscienza dalla schiavitù; il peccato non perdona se stesso, non contempla perdono, ma la sincerità, non teme la giustificazione, ma cerca la limpidezza e l’umiltà del proprio essere e dà a Dio i propri peccati: Dio Gesù non si sente come la condanna, ma come una sincera lealtà, di là della schiavitù mortale della colpa. L’amicizia con Gesù non è un attributo, ma la reale fatica e gioia quotidiana dell’amore e della sincerità terrena, l’abbandono stesso di questa paura, fatica suprema o semplice realtà. E allora prima di finire questa passeggiata dico che la parola e l’ascolto sono siffatti e non mi stupisco affatto quando incontro un prete ché la ricerca spirituale sia nel suo essere in obbedienza, spero in giusta fede e osservanza e, del mondo clericale, che il tempo non sovrasti la realtà della sincerità e verità dell’anima, come spesso ovunque sovviene, in ogni umana coscienza. Ma la mia responsabilità è certa della vita della fatica e della bontà, che l’amicizia di Gesù accetta e contempla, come anche soltanto del possibile e, l’amore per il prossimo non è eludibile, ma mi spetta anche, e per me, un amore verso Dio.


 

 I cani

 

Onche per chi posce alza la coscia e piscia. O beffardo cagnolino ossessionato dal mondo pazzo di chi più pazzo vuol essere. Sei anche tu sballottato a destra e a manca nella comunicazione dello stimolo associato e basta. Tu primo prototipo dell’essere per poi umano dei tuoi riflessi condizionati A te, basta una zolletta di zucchero per sbrodolar saliva all’uomo l’altro mondo molto di più sesso suoni e tanti movimenti per rimbalzare da una cosa all’altra senza mai beccare l’obiettivo. Ti tocca cagnaccio star ad ascoltare vedere sentire questi rimbalzi, mentre sazio t’ingozzi dei tuoi prodotti alimentari. Cane, ti aggrediscono i mille sensi e anche il tuo senso naturale il tuo istinto non sa più se sia buono o aggressivo, pericoloso o molesto quel che ti appare. Vagasti infame e randagio e non rompesti i coglioni, ora che il mondo non più libero ti fa e ti chiude in prigioni lussuose, azzanni e mordi e quando capita, uccidi, vi distinguete per questo ancor per razza, quale assurdo concetto. Ti adombri perché non trovi il tuo branco e il tuo capo branco. Cachi mille volte allo stesso punto e vai annusando come un matto continuamente. Mi saluti festoso e scodinzoli ma fai parlare di te il mondo quando azzanni e uccidi l’essere umano, magari infante che con qualche gesto spontaneo non capisci se sia un pericolo o no. Come fosse un rumore ripetuto che i tuoi sensi non possono più ascoltare. Non ti danno tempo di capire le intenzioni del tuo istinto naturale e ti molestano gli istigatori umani. Cagnaccio che mordi e t’avanzi in questo mondo che rimbalza su se stesso come una palla matta. Quando scopri l’intenzioni ti plachi e se non sei stronzo capisci molto del loro senso. Hai smesso di fidarti o anche tu sei diventato supponente.

 


 

L’incompiuta

Quel giorno una grande goccia discese sulla casa, precipitata dal cielo; cadde sul tetto e scivolò giù lungo il muro di casa, quando la goccia era per raggiungere la superficie della terra un uomo aprì la finestra e la goccia che di lì stava passando, dal muro al vetro, si trovò sospesa nell’aria e presa dal vento fu spinta dentro nella stanza, raggiunse il centro dove era un grande tavolo in legno, con sopra delle banconote che sparse ne coprivano il piano, la goccia finì per cadere sopra di esse. L’uomo sentita quella folata di vento si affrettò a richiudere la finestra. Tornò al tavolo e rimase a osservare quel mucchio di soldi che vi aveva gettato. Non sapeva cosa pensare; a cosa corrispondesse quel denaro, poteva dire, che in ognuna di quelle banconote ci fosse una persona. Poteva immaginare che queste corrispondessero alla loro coscienza. Si disse, pensandolo; e quale fosse la parte della sua anima. Poteva pensare che in quei soldi ci fosse un’anima, appunto la sua? O soltanto essi erano la conseguenza di una decisione così ben giustificata da tutto, che l’ineluttabilità degli eventi, ponevano in quell’atto costituito, il denaro, l’inefficacia stessa che la decisione inerente quel sistema, potesse, volesse, come logica inevitabile della sua stessa giustificazione non tenere conto delle conseguenze negative che su qualcuno sarebbero inevitabilmente avvenute. Eppure ciò sembrava non essere affatto un motivo sufficiente, né della morale sociale e per questo neanche personale di cui tenere conto, né suo né di nessun altro. Perché le stesse conseguenze positive erano in se perfettamente plausibili e accettabili dalla stessa logica. L’insieme delle cause negative, insieme con quelle positive erano proprio il senso logico di quel sistema. Il denaro sul tavolo, pensò l’uomo, era ormai per questo un suo attributo, il volere stesso del suo io socializzato. Della goccia d’acqua, sulle banconote, non c’era più traccia, si era asciugata ed evaporata con il calore della stanza. L’uomo accese una lampada che rischiarava appena l’ambiente della casa, ormai penetrato dalla notte che era su quella parte della terra.

Il paradiso terrestre. Un Adamo un’Eva. La mentalità sociale.

Era uno strano giorno e tutto sembrava essere lì presente; lo spazio e l’infinito compiacersi del tempo, l’aria pulita e la luce tersa. Infondo al mondo, però c’era qualcosa di strano, di là, in questo accadeva tutto quello che normalmente è inteso per mondo, le giornate che tocca vivere nel caos o nell’abbandono. Tutto questo come ò detto accadeva in un di là. Ora mentre ero assorto a riflettere contemplando quel che nel mondo accadeva, la bellezza delle giornate, la purezza dell’aria, il silenzio e i suoni della natura; viene lì, presso di me una donna che mai avevo vista prima di allora, e, non mi dice molto soltanto pronuncia per alcune volte l’espressione: “Che bello! che bello!” E dopo avermi rivolto per un po’ lo sguardo, quasi vola via come un uccellino e con un soave cinguettare si posa sui rami di un albero. Io preso da quel suono e la sua vista, la seguo e rimango a guardarla mentre cinguetta su quell’albero. Poi lei vistomi si allontana un po’ più in là su un cespuglio e tra i suoi rami sento ancora il suo cinguettio; e continua così si allontana sempre di più ed io dietro. Poi smisi di seguitare a seguire quel cinguettio, ormai mi sembrò di aver capito quella situazione e, non c’era verso che si chetasse quel cinguettio. Allora mi siedo e torno a contemplare la mia meravigliosa natura. Dopo un po’ non sentii più il cinguettare di quel che mi era sembrato un soave uccellino. E dopo circa un’ora strascorsa in silenzio con i puri suoni della natura, odo provenire da lontano: papum, papum; sembravano proprio duo colpi di fucile. E allora mi venne in mente quello strano uccellino che era venuto a chiamarmi, nella speranza che nell’andargli dietro mi stancassi e così, forse, mi sarei deciso a seguirlo di là nell’altro mondo; ma nell’udire quegli spari sembrava proprio che tale cosa fosse successa a lei. A quel punto e dopo quella scoperta non mi restò che una cosa da fare, perché quello strano modo di comportarsi non invadesse il mio mondo, andai all’albero più vicino e vi attaccai il cartello: “Divieto di caccia” e aggiunsi; chi di caccia ferisce di caccia perisce. A buona intenditrice poche parole. Bollato e sottoscritto dal padre eterno.

 

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