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 Breve incontro troppa storia – ovvero poca qualità e molto pettegolezzo

 

Quello che mi appresto a narrare non è un racconto, né una storia inverosimile. Come del resto ciò che te la fa conoscere luogo di pettegolezzo o rendiconto storico. E da come si vedrà da ciò che immagino in questa storia né luogo di possibile accademismo.

Il mondo può in un attimo stravolgere se stesso e opporsi a tutto quello che sembra reale e convenzionale. E da questo può nascere quella che è chiamata una mitologia leggendaria. Come per dare rottura a quell’evento, la storiografia cercasse un modo per dare possibile esistenza all’identità, à definitivamente cambiato nella storia che l’uomo in sé à governato nella sua anima. E così sovente avviene che la verità sia l’unico luogo in cui si può conoscere la propria coscienza e ciò che nel tempo l’uomo à vissuto. Di là appunto della narrazione storiografica o mitologica. L’empatia con l’evento non è più un luogo dell’immaginazione, ma una visione della percezione che pian piano matura nel significato interiore come in quello dell’evento reale del fatto avvenuto. Tale differenza del racconto trova da una parte il pregiudizio della conoscenza storica e dall’altro la rappresentazione, spesso stolta dell’interpretazione storica del momento. Il proprio compiacimento nel dominio. In realtà tal evento della conoscenza, sta al silenzio come la percezione stessa di questo evento empirico che lo caratterizza, come rappresentazione e spesso, visione per la stoltezza che vede soltanto un’associazione storica, più che una realtà nell’individuazione personale. E proprio in questo il silenzio e l’imperscrutabilità sono ancor maggiori, come così risolutiva dell’empatia. La storiografia associativa collassa definitivamente e il senso e il luogo ritrovano ogni collocazione, compresa la concretezza di avere attraversato un luogo dell’esperienza, che rende l’atteggiamento storico appunto un piccolo pettegolezzo. Se l’anima à, un luogo questa non media più la visione, ma è parte del senso umano come della reale visione di quel che si rappresenta. Essa pone all’esperienza il suo tempo e non compie oltre il suo tempo compiuto, che compiuto nel suo infinito.

 

La storia era così che si stava per determinare in quel tempo, l’ideale di conoscenza e giustizia di Artù, la cosmogonia dell’anima oltre il tempo compiuto della visione della creazione di Merlino, stava evolvendo al suo epilogo. Certo le proiezioni d’infiniti narratori di costume o di epoca l’avrebbero rinverdita delle proiezioni sociali in cui volevano collocarla portandola nella storia in una strana memoria. E anche quest’atto che ne avrebbe chiuso il dilemma, proiettandolo nella risoluzione dell’imperscrutabilità divina, nelle possibilità redente della virtù reale della mitologia di Artù, chiudeva un definitivo luogo del tempo per aprirne un altro ancora vivo nella realtà ma appunto finito nella storia. E i racconti su Galvano ce ne fanno la proiezione di tutto quello, che poteva essere il rinnegamento di Artù la scoperta del santo Graal come la redenzione stessa della virtù nella verità, come vicinanza ad Artù, ma anche resoconto incompiuto di essersi allontanato dalla suo mitologia. E incurante di tutti questi racconti avveniva il vero fatto della realtà, l’evoluzione dello spirito come non più soggetto alla virtù di un fare della giustizia dei cavalieri come anima di equità dell’uomo su l’uomo, ma il definitivo chiudere ogni possibilità e illusione.

Galgano che à in pugno la sua spada spegne per sempre gli ideali di giustizia di guerra e di virtù e imprigiona per sempre la sua spada nella roccia, per la definitiva fine di ogni guerra, cadute le mura del castello di Artù caduto tutto nel suo trionfo storico. Galgano entra nel suo principio e nella sua fine e raggiunge il miracolo della fede e ne fa anima con chi lo raggiungeva nella sua preghiera, fino a redimere dal peccato e guarire i corpi nella salvezza dell’anima.  

 

 

 

 

 

 

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