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Calibrando
Il cane arrabbiato guardava stupefatto, mentre invano due uomini parlavano – sembravano proprio parlare, nel senso che le voci uscivano dalle loro bocche, uscivano parola. Nella stanza accanto, una donna stava morendo e, qualcuno pensava che l’indomani tutto sarebbe stato come voleva. Anche se intorno, il mondo - possiamo dire come egli disse: sbaragliava. Costui più capiva e più stava bene e più gli affanni del mondo sembravano soltanto cercare esibizione, sì! Soltanto, proprio questo, gli affanni sono l’ossessione con cui mostrare il mondo per mettersi in mezzo a quelle persone che parlavano, o meglio era proprio l’io che se ne appropriava. Che cos’è che sfocia nella pazzia dell’invidia quell’io che sembra sempre doversi frapporsi a ogni argomento quasi per impedire e controllare l’espressione, quasi per non dare la pronuncia alla condivisione. E più l’io cerca di frapporsi e, le voci si sovrappongono e non c’è né condivisione né ascolto – l’ascolto è pregresso all’impostazione dell’io parlante e si spera postumo per affermazione surrettizia. Un platano perde le sue foglie e una donna è profondamente ottusa, guarda e non capisce perché. Un uomo perde la sua curiosità quasi obbligata dalla stoltezza cui deve interessarsi, o frapposta all’io che non sa ma si esibisce. Morto un cane se ne fa un altro e scorre l’imbecille vacuità nelle immagini. Le figurine parlano e le figurine si ascoltano a stento e con inutilità possiamo pronunciare la parola televisione. Un fulmine si schianta sulla terra e spegne ogni suo attributo – i due uomini tacciono e si voltano e prima che possano immaginare, sperano che l’immagine sia spenta per sempre, che non debbano più competere con un io per frapporsi alla verità – il cane abbaia e comincia a ululare, quasi tirasse fuori tutta la sua pazzia e la pazzia del mondo che à guardato.