Petronio
SATIRICON 1 «Sono forse di un altro tipo
le smanie che tormentano i declamatori quando affermano: "Queste ferite me
le sono procurate per la libertà del paese; quest'occhio l'ho perso per voi;
datemi una guida che mi guidi dai miei figli perché i garretti recisi non mi
reggono più in piedi"? Sproloqui come questi sarebbero di per sé
sopportabili se facilitassero la strada a quelli che vogliono darsi
all'oratoria. Ma a forza di tirate piene di niente e frasi berciate a vanvera,
il solo effetto che ne deriva è di farli sentire in un altro mondo non appena
mettono piede nel foro. Ed è per questo, a parer mio, che nelle scuole i
ragazzi rimbecilliscono perché non vedono e non sentono niente di quello che
abbiamo sotto mano, ma solo pirati che tendono agguati sulle spiagge con tanto
di catene, tiranni che emettono editti con l'ordine ai figli di tagliare la
testa ai propri padri, responsi di oracoli che impongono di immolare tre o più
verginelle per placare un'epidemia, o ancora bolle di parole in salsa di miele
e tutti quei fatti e detti che sono come conditi col sesamo e il papavero. 2
Chi va avanti nutrendosi di questa roba, non può avere gusto più di quanto non
profumino quelli che vivono in cucina. Lasciatemelo dire, vi prego, ma
l'eloquenza siete stati voi retori i primi a rovinarla. Grazie ai vostri
giochetti deliranti con suoni vacui e inutili svolazzi, avete snervato il corpo
del discorso facendolo crollare a terra. I giovani non si erano ancora
impastoiati nelle declamazioni, quando Sofocle o Euripide trovarono le parole
con le quali dovevano esprimersi, e il maestro in naftalina non aveva ancora
danneggiato gli ingegni, quando Pindaro e i nove lirici rinunciarono a cantare
sui ritmi di Omero. E per non citare soltanto i poeti, a quanto ne so, né
Platone né Demostene si diedero mai a questo genere di esercizi. L'oratoria
grande e - mi verrebbe da dire - onesta non vive di trucchi né di gonfiature,
ma svetta per bellezza naturale. È da poco che questa logorrea tutta vuoti e
turgori si è abbattuta dall'Asia su Atene, e come una stella del male ha
invasato le menti delle giovani promesse, così che, una volta corrotti i
principi, l'eloquenza è rimasta basita nel suo silenzio. Insomma, chi è più riuscito
a uguagliare la fama di un Tucidide o di un Iperide? Ma neppure la poesia ha
più avuto un bell'aspetto, e tutti i suoi generi, come se si fossero nutriti
dello stesso cibo, non sono riusciti a invecchiare fino ad avere i capelli
bianchi. Alla pittura è toccata la stessa sorte, quando quegli sfrontati degli
Egizi hanno trovato la scorciatoia per un'arte tanto eccelsa». 3 Ad
Agamennone non andò a genio che io declamassi nel portico più a lungo di quanto
lui non avesse sudato a scuola e disse: «Giovanotto, visto che la tua tirata
non incontra il gusto della gente e, cosa davvero insolita, hai del sale in
zucca, voglio svelarti i segreti del mestiere. In questi esercizi la colpa non
è di certo dei maestri: passando il tempo coi dementi, finiscono per diventare
dementi anche loro. Infatti se non insegnassero quello che aggrada ai
ragazzini, come dice Cicerone "a scuola ci rimarrebbero solo loro".
Prendi gli adulatori da commedia: per scroccare pranzi ai ricchi rimuginano tra
sé e sé solo quello che a loro parere manderà in visibilio l'uditorio - e
infatti non riescono mai a ottenere quel che desiderano se non tendono qualche
trabocchetto alle orecchie. Stessa cosa per il maestro di eloquenza: come il
pescatore, se non attacca all'amo l'esca che piace ai pesciolini, resterà sullo
scoglio senza che abbocchi mai nulla. 4 E allora che fare? È coi
genitori che bisogna prendersela perché non vogliono che i loro rampolli
facciano progressi sottostando a severa disciplina. Tanto per cominciare
sacrificano tutto, ivi incluse le proprie aspettative, all'ambizione. In
secondo luogo, pur di centrare in fretta gli obiettivi, buttano nel foro dei
ragazzotti immaturi, e imbottiscono di retorica - che a loro detta non ha
eguali - dei bambinetti appena nati. Se invece lasciassero allo studio uno
sviluppo graduale, permettendo così ai giovani di modellare le proprie menti
sui precetti della filosofia, di migliorare lo stile con rigore impietoso, e di
soffermarsi a lungo sui modelli da imitare, convincendosi che non è affatto una
gran cosa quello che piace ai bambini, allora sì che la grande oratoria
ritroverebbe tutto il prestigio della sua maestà. Ma al giorno d'oggi a scuola
i ragazzi passano il tempo a giocare, nel foro i giovani si rendono ridicoli e
- cosa ben più umiliante - i vecchi non hanno il coraggio di ammettere di aver
studiato in passato soltanto boiate. Ma perché tu non debba pensare che io ce
l'ho con le improvvisazioni alla buona alla maniera di Lucilio, eccoti la mia
opinione in versi: 5 Chi punta agli effetti di un'arte austera e rivolge
la mente a grandi cose, depuri innanzitutto i suoi costumi con princìpi severi.
Sdegni con viso aperto la reggia truce, non punti a mense ricche da cliente di
signori, non si mescoli alla feccia svilendo nel vino la fiamma del talento, né
sieda in teatro a fare da claque al soldo di un istrione. Ma sia che gli
sorrida la rocca di Pallade in armi, o la terra abitata dal colono spartano o
la dimora delle Sirene, dedichi ai versi i suoi primi anni e beva con animo
lieto al fonte Meonio. Poi, dopo aver pascolato col gregge di Socrate, spazi
pure libero a briglie sciolte brandendo le possenti armi di Demostene. Lo
circondi quindi la massa dei Romani, e libera dai ritmi greci lo infonda di
inediti aromi. Talora lasci il Foro la penna e fugga via nel vento, e la Sorte
risuoni scandita da un ritmo veloce. Diano pure lo spunto conflitti cantati da
truce cantore, solenni tuonino le parole dell'indomito Cicerone. Adòrnati
l'animo di queste bellezze: invaso da simili acque feconde, verserai dal tuo
petto parole degne delle Muse». 6 Occupato com'ero ad ascoltarlo, non mi
rendo conto che Ascilto se l'era squagliata... E mentre passeggiavo in giardino
nell'imperversare di quel mare di parole, arriva sotto il portico una gran
massa di studenti, reduci, lo si capiva benissimo, dalla declamazione
estemporanea di un pincopallino che aveva attaccato a parlare dopo l'esibizione
di Agamennone. Così, mentre quei giovani se la ridevano dei temi trattati e
criticavano l'intera struttura del discorso, prendo la palla al balzo e me la
svigno, buttandomi di corsa sulle tracce di Ascilto. Non seguivo però un
percorso preciso, né mi ricordavo dove fosse la mia locanda. E così, dovunque
mi dirigessi, continuavo a ritrovarmi al punto di partenza, finché, sfinito dalla
corsa e ormai fradicio di sudore, mi accosto a una vecchietta che vendeva
verdure dei campi e le chiedo: 7 «Senti un po', nonnina, sai mica dove
abito?». Divertita dalla demenza della mia battuta, risponde: «Lo so sì», si
alza e comincia a farmi strada. Io credevo fosse un'indovina e... Dopo un po'
arriviamo in una zona fuori mano: lì quello spasso di vecchietta scosta una
tenda color birulò e fa: «Mi sa che abiti qua». E mentre io le ripetevo che
quella casa non l'avevo mai vista, vedo dei tizi che si aggirano furtivi in
mezzo a delle scritte invitanti e a prostitute senza niente addosso. Capisco
allora, anche se è ormai troppo tardi, di essermi lasciato trascinare in un
bordello. Così, imprecando contro il tiro giocatomi dalla vecchia, mi copro la
testa e, attraversando il bordello, me la dò a gambe verso la parte opposta,
quando ecco che proprio sulla porta mi imbatto in Ascilto pure lui stanco morto
come me. Probabile che lì ce l'avesse trascinato la stessa nonnina. Perciò lo
saluto con una risata e gli chiedo che cosa ci fa in un buco tanto laido. 8
Lui si asciuga il sudore con le mani ed esclama: «Se solo sapessi cosa m'è
capitato!». «E come faccio a saperlo?» gli faccio io. Ma lui, con un filo di
voce, aggiunge: «Mentre stavo girando la città in lungo e in largo senza
trovare dove avevo lasciato il nostro alloggio, mi si accosta un tipo stile
padre di famiglia e gentilissimo promette di farmi strada lui. Poi però,
attraverso una serie di vicoli uno peggio dell'altro, mi ha trascinato fino qua
e, tirando fuori di tasca i soldi, ha iniziato a insistere perché cedessi alle
sue voglie. La tenutaria si era già presa i soldi della stanza, quello aveva
già iniziato a mettermi le mani addosso, e se non fossi stato più grosso di
lui, l'avrei pagata cara». * A tal punto mi sembrava che tutti lì intorno
avessero tracannato satirio. * Unendo le forze ci sbarazzammo di quel
rompipalle. * 9 [ENCOLPIO]. Come se fosse avvolto dalla nebbia, vidi
Gitone in piedi sul marciapiedi di un vicolo e mi precipitai a razzo da quella
parte. Mentre mi informavo se il fratellino ci aveva preparato qualcosa da
mettere sotto i denti, il povero ragazzo si venne a sedere sul letto,
asciugandosi col pollice le lacrime che gli inondavano la faccia. E io, colpito
dallo stato del piccolo, gli chiesi che cosa fosse successo. Lui, diciamocelo,
dopo un bel po' e senza troppo entusiasmo, e solo quando dalle preghiere ero
passato alle maniere forti, disse: «Il tuo bel fratellino, o degno compare che
sia, un attimo fa si è scaraventato qui e ha iniziato a fare di tutto per
attentare al mio pudore. E quando io ho attaccato a strillare, lui ha tirato
fuori la spada e mi ha detto: "Se giochi a fare Lucrezia, allora eccoti
qua il tuo Tarquinio!"». A sentire queste cose, saltai agli occhi di Ascilto
pronto a prenderlo a cazzotti e gli urlai: «Cos'hai da dire tu, culattone
passivo che di pulito non hai nemmeno il fiato?». Ascilto finse di andare in
bestia e, agitando più forte i pugni, gridò con più voce ancora: «Ma piantala
tu, schifoso di un gladiatore scampato al massacro del circo! Pezzo di galera
che non sei riuscito a farti una donna a posto nemmeno quando ti tirava ancora.
Proprio tu che nel parco mi facevi lo stesso servizio che adesso in questa
locanda tocca al ragazzino!». «Sentitelo!» ribattei io, «tu che te la sei
svignata nel pieno dell'interrogazione col maestro!». 10 «O razza di
deficiente, cosa ci potevo fare se morivo di fame? Forse stare a sentire quei
deliri a base di paccottiglia e interpretazioni di sogni? Per Dio, sei ben più
schifoso tu che per farci scappare una cena ti sei messo a tessere le lodi del
poeta!». Ma alla fine, dopo tutta quella baraonda vergognosa, la buttiamo sul
ridere per occuparci più tranquillamente del resto. * Poi però, ripensando al
torto subito, gli faccio: «Ascilto, guarda che tra noi due non può mica
funzionare. Dividiamoci quei due stracci che abbiamo e vediamo di sbarcare il
lunario ciascuno per conto suo. Un briciolo di cultura ce l'abbiamo tutti e
due. Per non intralciarti nei tuoi giri, ti prometto di mettermi a fare
dell'altro: se no finisce che ogni giorno saltano fuori mille motivi per
litigare e a forza di risse a parole diventiamo lo zimbello di tutta la città».
Ascilto, che non aveva nessuna obiezione, mi risponde: «Visto che oggi, in
qualità di studenti, ci siamo guadagnati una cena, cerchiamo di non rovinarci
la serata. Vuol dire che domani (è questo che vuoi, no?) mi andrò a cercare
un'altra locanda e un altro compagno». «Certo che è una seccatura» ribatto io,
«dover rimandare quanto si è deciso». * A spingermi a una separazione così
frettolosa era la foia: da un pezzo infatti volevo togliermi di torno quel
rompi di un guardiano per riallacciare con Gitone il rapporto di un tempo. * 11
Dopo aver setacciato ogni angolo della città, me ne torno nella mia stanzetta e
lì, ottenuti finalmente dei baci come si deve, mi avvinghio al ragazzino con
abbracci da favola, centrando il mio obiettivo da fare invidia. Ma non avevo
ancora fatto tutto per bene, che Ascilto, avvicinatosi alla porta in punta di
piedi, rompe i chiavistelli con una spallata e mi becca che me la spasso col
fratellino. Riempiendo la stanza di risate e applausi, tira via il mantello che
avevo addosso e grida: «Che stavi combinando, razza di santerellino? In due
sotto la stessa coperta, eh?». E mica si ferma alle sole parole. No, tira fuori
la cinghia dalla valigia e attacca a menarmi di santa ragione, in più ripetendo
con tono sfacciato: «Così impari a non dividere con un fratello». * 12
Al tramonto arriviamo al mercato, e lì vediamo esposta una quantità di merce
che non era proprio di gran valore, ma la cui provenienza alquanto sospetta
passava facilmente inosservata nel lusco e brusco dell'ora. Dato che anche noi
ci eravamo portati dietro il mantello rubato, decidemmo di prendere al volo
l'occasione e, piazzatici in un angolo, attaccammo a sbandierarne l'orlo, nella
speranza che la bellezza del tessuto attirasse per caso qualche acquirente. Un
attimo dopo un contadino, che a me sembrava però di avere già visto, ci si
avvicina con una donnetta al fianco e si mette a esaminare il mantello con
grande attenzione. Ascilto a sua volta attacca a fissare le spalle del villico,
e tace di colpo, sbigottito. Allora scruto anch'io il tizio, non senza una
certa apprensione, perché mi dà l'impressione di essere quello che aveva
trovato la tunica nella grotta. E infatti era proprio lui. Ascilto, non
fidandosi degli occhi e non volendo del resto agire in maniera avventata, prima
gli si avvicina dando l'impressione di voler anche lui comprare e poi gli tira
giù dalle spalle un lembo del mantello e attacca a tastarlo con cura. 13
Che incredibile botta di fortuna! Quel bifolco non era curioso e fino a quel
momento non aveva ancora frugato tra le cuciture, ma cercava di sbarazzarsi del
mantello con aria seccata e come se si trattasse dello straccio di un barbone.
Ascilto, rendendosi conto che il malloppo non era stato toccato e che il tipo
non era un'aquila come venditore, mi prende in disparte e mi fa: «Ti rendi
conto, fratello mio, che abbiamo di nuovo in mano il tesoro che tanto mi ha
fatto piangere? Il mantello è proprio quello e a quanto pare dentro ci sono
ancora le monete d'oro che fino ad oggi nessuno ha toccato. Che si fa dunque, e
a che titolo possiamo rivendicare la nostra roba?». E io, gongolando non solo per
il fatto di vedermi davanti il bottino ma anche perché la sorte mi aveva
liberato dalla vergogna del sospetto, gli dissi che non bisognava ricorrere a
maneggi, ma che era meglio basarsi sul codice senza tanti sotterfugi, in modo
tale che, se quei due non volevano restituire la roba al legittimo
proprietario, la faccenda venisse portata davanti al pretore. 14 Invece
Ascilto, che aveva paura della legge, mi dice: «Ma qui chi ci conosce? Chi darà
retta alle nostre parole? Ora che l'abbiamo riconosciuto, io sono dell'avviso
di comprarlo il mantello, anche se è roba nostra, e recuperare il tesoro per un
tozzo di pane, senza starci a impelagare in una causa che non si sa come possa
andare a finire. Che cosa può la legge là dove regna solo il denaro e dove il poveraccio
non la spunta mai? Persino quelli che girano con la bisaccia dei Cinici han
l'abitudine qualche volta di vendere la verità a poche lire. Così la giustizia
non è altro che pubblica merce, e il cavaliere seduto tra i giurati approva la
vendita». Ma in tasca non avevamo altro che due soldi per comprarci ceci e
lupini. E così, per non lasciarci sfuggire la preda, decidiamo di vendere il
nostro mantello per una miseria e di rifarci della perdita con un colpo di ben
altra portata. Non appena scioriniamo la nostra mercanzia, la donnetta col capo
coperto che era insieme al villico, dopo aver esaminato con cura certi ricami,
si avventa con le mani sull'orlo del mantello e attacca a urlare «al ladro, al
ladro!», come un'ossessa. Noi, invece, sconvolti, per non sembrare incerti e
succubi, ci buttiamo sulla tunica sbrindellata e lercia, sostenendo con la
stessa foga che quello che loro hanno in mano è roba nostra. Ma tra gli oggetti
contesi non c'era paragone: infatti anche i rigattieri accorsi in massa alle urla
se la ridevano della nostra indignazione, perché una parte reclamava un
mantello sfarzoso, mentre l'altra, la nostra, voleva indietro una veste
rattoppata inutile persino per ricavarne strofinacci. Alla fine Ascilto fu
bravo a bloccare le risate e, ottenuto il silenzio, dichiarò: 15 «Visto
che ognuno ci tiene alla roba sua, se loro ci danno indietro la tunica, noi gli
restituiamo il mantello». Al villico e alla donna l'idea dello scambio sarebbe
andata anche a genio, se non fosse stato per dei presunti legulei (o meglio,
data l'ora, dei ladruncoli notturni decisi a impadronirsi del mantello), i
quali ci intimano di consegnare in mano loro entrambi gli indumenti, così che
il giorno dopo un giudice possa pronunciarsi a riguardo. Infatti non erano in
questione soltanto quegli oggetti, come poteva sembrare, ma andava esaminato
ben altro, perché su entrambe le parti gravava il sospetto del furto. Ormai si
era già d'accordo sul sequestro, quando uno dei rigattieri non meglio
identificato, col cranio pelato e la fronte piena di bozze, uno che a tempo
perso si andava a immischiare nei processi, arraffa il mantello dichiarando che
lo avrebbe esibito il giorno dopo in tribunale. Ma era evidente che quelle
canaglie volevano soltanto metter le mani sul mantello, sicuri che se noi
l'avessimo consegnato, il giorno dopo non ci saremmo presentati all'udienza,
per paura di essere accusati di furto. In fin dei conti era quello che volevamo
anche noi. Ma fu il caso a venire incontro a entrambe la parti. Infatti il
contadino, infuriato di fronte alla nostra pretesa di vedere esibito anche
quello straccio, buttò la tunica sul grugno di Ascilto e ci intimò - non avendo
noi più alcuna lamentela da fare - di mollargli il mantello, che al presente
restava l'unica ragione della contesa, * recuperato, come pensavamo, il
malloppo, ce la filiamo a rotta di collo in pensione e, dopo esserci sprangati
in camera, attacchiamo a ridere a crepapelle sulla stupidità dei rigattieri e
di quei figuri, che con tutta la loro furbizia avevano finito col restituirci
il gruzzolo. Non voglio avere subito quel che desidero, né amo la vittoria
bella e pronta. * 16 Avevamo appena finito di rimpinzarci coi
manicaretti preparati da Gitone, quando sentiamo bussare alla porta con fragore
minaccioso. Chiediamo pieni di paura «Chi è?», e subito da fuori una voce ci
risponde: «Apri e lo saprai». Mentre ci scambiamo queste battute, lo scrocco
della porta scivola via da solo e i battenti si spalancano, lasciando entrare
il nuovo venuto. È una donna con un velo sul viso, la stessa che poco prima era
insieme al contadino. «Credevate di avermi presa in giro?» dice. «Sono
l'ancella di Quartilla, che poco fa voi avete disturbato mentre celebrava un
sacrificio di fronte alla cripta. È venuta di persona qui alla vostra locanda e
chiede di potervi parlare. Non spaventatevi: non vuole accusarvi né punirvi per
l'errore che avete commesso. Piuttosto muore dalla voglia di sapere quale dio
mai abbia condotto dalle sue parti dei giovanotti così a modo». 17
Mentre noi ce ne stiamo a bocca chiusa senza azzardarci a prendere posizione,
lei entra accompagnata da una ragazzina, si siede sul mio letto e attacca a
piangere come una fontana. Noi continuiamo a tacere e aspettiamo increduli che
la finisca con tutte quelle lacrime che si era preparata per simulare un grande
dolore. Quando finalmente quel diluvio da sceneggiata si smorza, la donna si
toglie il velo scoprendo un volto indignato e, stropicciandosi le mani fino a
far scrocchiare le giunture, dice: «Che razza di sfrontatezza è mai la vostra!
E dove avete imparato questi numeri da balordi che superano di gran lunga
quelli teatrali? Provo pena per voi, dio solo sa quanto, perché nessuno ha mai
assistito a cerimonie di culto proibite passandola liscia. In ogni modo, il
nostro territorio è così affollato di numi tutelari, che in giro è più facile
trovare un dio che un uomo. Ma non crediate che sia venuta qua per vendicarmi.
Mi ha toccato più la vostra giovane età che non l'offesa subita, perché ho
l'impressione che sia stata l'imprudenza a farvi commettere un sacrilegio tanto
imperdonabile. Quella notte ebbi dei brividi di freddo tanto preoccupanti da
farmi temere un attacco di febbre terzana. Così cercai rimedio nel sonno e mi
fu ordinato di cercarvi e di smorzare l'assalto della malattia ricorrendo a un
ingegnoso espediente. Ma al momento non è il rimedio la mia più grossa
preoccupazione: mi spezza il cuore un dolore ben più grande che finirà per
togliermi la vita, e cioè la paura che voialtri, giovani e irresponsabili come
siete, andiate a raccontare in giro quel che avete visto nel santuario di
Priapo, e diate in pasto alla gente i segreti propositi degli dèi. Per questo
mi inginocchio davanti a voi con le mani tese, chiedendovi e supplicandovi di
non mettere in burla i riti notturni, e di non rivelare segreti tanto antichi,
di cui sono venuti a conoscenza sì e no un migliaio di uomini». 18 Dopo
questa implorazione, scoppia di nuovo in lacrime e, scossa da singhiozzi
esagerati, affonda il petto e il volto nel mio letto. Commosso e impressionato
al contempo, io le dico di farsi coraggio e di stare tranquilla tanto per l'una
che per l'altra cosa: nessuno sarebbe andato a raccontare in giro i sacri
misteri, e se poi un dio le avesse consigliato qualche altro rimedio per la sua
febbre terzana, non avremmo avuto esitazioni a dare una mano alla divina
provvidenza, anche a costo di rischiare di persona. Tornata di buon umore dopo
la promessa, la donna attacca a sbaciucchiarmi da tutte le parti, e, passando
dalle lacrime al riso, mi aggiusta con tocchi languidi i capelli dietro le
orecchie e poi dice: «Con voi voglio fare pace e ritiro ogni accusa. Se però
non aveste accettato di darmi la medicina che cerco, era già pronta per domani
una banda incaricata di vendicare l'offesa fatta alla mia dignità: Venir
disprezzati è infame, perdonare è bello. Amo seguir la via che mi piace. Se
offeso, anche il saggio chiede ragione, ma vince davvero chi non taglia la gola
all'avversario». * Poi, battendo le mani, scoppia in una risata tanto fragorosa
che ci spaventiamo. Dal canto loro, si mettono a fare la stessa cosa anche
l'ancella che l'aveva preceduta e la ragazzina che era arrivata con lei. 19
Tutta la stanza rimbombava di quelle risa farsesche, mentre noi, che non
riuscivamo ancora a capire che cosa avesse causato un mutamento di umore tanto
repentino, un po' ci guardavamo negli occhi tra di noi, e un po' fissavamo le
donne. * «È per questo che oggi ho dato istruzione di non fare entrare anima
viva nella locanda, per avere da voi il rimedio alla terzana, senza che nessuno
venga a interrompere». A queste parole di Quartilla, Ascilto rimase mezzo
basito, mentre io, che dentro mi sentivo più freddo di un inverno in Gallia,
non riuscivo a spiccicare verbo. A farmi escludere il peggio era la
composizione del gruppo. Loro erano infatti solo tre donnicciole per giunta non
troppo in forze e, se solo avessero osato farci qualche brutto tiro, noi per lo
meno avevamo dalla nostra il sesso. Inoltre, con la tunica tirata in su eravamo
anche meno lenti. Ad ogni modo avevo già studiato gli accoppiamenti nel caso si
fosse arrivati al corpo a corpo: io me la sarei vista con Quartilla, Ascilto
con l'ancella e Gitone con la ragazzina. * In quel momento rimanemmo sbigottiti
e sentimmo che le forze ci venivano meno, mentre una morte certa cominciava a
offuscare gli occhi di noi poveracci. * 20 «Signora», dico, «se hai in
mente qualcosa di peggio, vedi di metterlo in pratica in fretta, perché non
abbiamo commesso un delitto tanto grave da morire tra mille tormenti». *
L'ancella che si chiamava Psiche stese con cura una coperta sul pavimento. * Mi
maneggiò gli attributi che ormai erano freddi come se fossero morti un migliaio
di volte. * Ascilto aveva nel mentre infilato la testa nel mantello, perché era
stato messo in guardia sul rischio di ficcare il naso nei segreti affari
altrui. * L'ancella tirò fuori di tasca due cordicelle, usandone prima una e
poi l'altra per legarci mani e piedi. * Ascilto, vedendo che la conversazione
era arrivata a un punto morto: «Che diamine?» disse «Possibile che non mi venga
versato un goccetto?». E l'ancella, chiamata in causa dalla mia risata, batté
le mani e dichiarò: «Cocco, io l'ho messo qua... Ti sarai mica bevuto da solo
tutta quella roba?». «Cosa?» interruppe Quartilla «Encolpio s'è scolato tutto
il satirio che c'era?». * Ancheggiò senza tanto sbracarsi in risate. * Perfino
Gitone alla fine scoppiò a ridere, specie quando la ragazzina gli si avvinghiò
al collo, cominciando a inondarlo di baci cui lui non diceva certo di no. * 21
Disperati come eravamo, avremmo voluto chiedere aiuto, ma non c'era un cane che
ci potesse dare una mano. E non appena io cercavo di attirare l'attenzione dei
passanti, Psiche mi punzecchiava le guance con una forcina da capelli, mentre
la ragazzetta tormentava Ascilto con un pennellino ugualmente imbevuto di
satirio. * Per ultimo sopraggiunse un culattone in vestaglia color mirto con
tanto di cintura... si venne a strusciare addosso a noi agitando le natiche e
ci insozzò con dei baci schifosi, finché Quartilla, con una stecca di balena in
mano e la gonna tirata su, gli intimò di aver pietà di noi e di lasciarci
tirare il fiato. * Con formule sacrosante giurammo tutti e due che un segreto
tanto terribile ce lo saremmo portati nella bara. * Entrarono dei massaggiatori
in massa che ci unsero da capo a piedi di olio di oliva rimettendoci in sesto.
Così, non sentendo più la stanchezza, indossammo gli abiti per la cena e fummo
portati in una camera attigua dove c'erano tre letti pronti all'uso e una
parata di leccornie imbandite come dio comanda. Ci dissero di sdraiarci e
subito attacchiamo con un antipasto incredibile che inondiamo addirittura con
del Falerno. Rimpinzati da molti altri manicaretti, quando ormai stiamo per
franare nel sonno, Quartilla interviene: «Non penserete mica di andarvene già a
letto, quando sapete benissimo che questa notte va dedicata per intero al culto
di Priapo?». * 22 Mentre Ascilto, stremato da tutte quelle avventure,
non si reggeva più in piedi dal sonno, l'ancella da lui prima ingiuriosamente
respinta gli sfrega tutta la faccia con della fuliggine e gli tatua sui fianchi
e sulle spalle tanti bei cazzetti senza che lui se ne accorga. Anch'io,
stremato com'ero da tutti quegli accidenti, comincio a pregustarmi il piacere
di un sonnellino. Lo stesso fa la servitù dentro e fuori la sala da pranzo: c'è
chi si stravacca tra i piedi degli invitati, chi invece ronfa accasciato contro
le pareti, mentre altri se la dormono in piedi sulla porta, testa contro testa,
mentre le lampade, con l'olio ormai quasi finito, spandono una luce fioca e
tremolante. In quel momento due schiavi siriani entrano nella sala da pranzo
per portarsi via una bottiglia: mentre se la contendono con la bava alla bocca
in mezzo a tutti quegli argenti, la bottiglia sgraffignata cade e va in mille
pezzi. Insieme a tutta l'argenteria crolla a terra anche il tavolo e capita che
un bicchiere schizzato in aria per poco non mandi al creatore una serva
stravaccata su un letto. Per la botta la tipa caccia un urlo e automaticamente
stana i ladri svegliando parte della gente ubriaca. I due siriani venuti a fare
il colpo, quando si vedono scoperti, in un attimo si lasciano cadere ai piedi
di un letto, come da copione, e attaccano a russare quasi stessero dormendo da
un pezzo. L'addetto al triclinio, svegliato anche lui, versa dell'olio nelle
lampade ormai in riserva, mentre i servi più giovani, dopo essersi stropicciati
un attimo gli occhi, tornano alle loro faccende, proprio mentre entra in sala
una virtuosa di cembalo che ci sveglia tutti con un colpo di piatti. 23
Il festino riprende e Quartilla invita di nuovo a trincare. La tipa del cembalo
fa crescere l'allegria della gozzoviglia. * Entra di nuovo il culattone, uomo
di rara demenza e in tutto all'altezza di quella casa, il quale, dopo aver
fatto scrocchiare le dita fino a farsi male, se ne esce con questi versi: Qua,
qua radunatevi qua mie morbide checche, avanti, correte veloci, librate nel
vento le piante, veloci di coscia, di natica lesti, di mano sfrontati, miei
vecchi, adorati, castrati di Delo. Dopo aver chiuso coi suoi versi, mi sbava la
faccia con un bacio schifosissimo. Poi mi salta sul letto e mettendocela tutta
riesce a spogliarmi anche se io non voglio, e si dà molto da fare, e a lungo,
con le mie parti basse, senza grossi risultati. Dalla fronte fradicia di sudore
gli colano rivoli di belletto, mentre nelle grinze del viso c'era tanto di quel
fondotinta che l'avresti scambiato per un muro scrostato dalla pioggia
battente. 24 Non riesco a trattenere più a lungo le lacrime e, arrivato
al colmo dell'avvilimento, esclamo: «Mia signora perdonami, ma avevi ordinato
di portarmi il vasino?». Lei batte con grazia le mani e replica: «Ma che tipo
sottile e che spirito da uomo di mondo! Ma come? Non avevi capito che qui i
culattoni li chiamiamo vasini?». Poi, perché ce ne fosse anche per il mio
socio, osservo: «Ma abbiate pazienza: possibile che su questo divano Ascilto
sia l'unico a essere lasciato in pace?». «Allora» risponde Quartilla, «portate
il vasino anche ad Ascilto!». A queste parole il culattone cambia cavallo e,
saltando addosso al mio compare, se lo lavora a colpi di chiappe e di baci.
Gitone, che era in piedi lì in mezzo, si sbellicava dal ridere. Quartilla, dopo
averlo avvistato, si informa per filo e per segno di chi sia il ragazzino. E
quando io specifico che è mio fratello, lei ribatte: «Perché allora non mi ha
baciata?». Lo chiama lì da lei, gli si attacca alla bocca. Poi, ficcandogli le
mani sotto il vestito, e tastandogli l'arnese ancora in erba, commenta: «Questo
verrà bene da antipasto nell'orgia di domani: oggi che mi sono beccata una
mazza asinina, di robetta così ne posso fare a meno». * 25 Mentre diceva
queste cose, Psiche ridendo le sussurra all'orecchio qualcosa che non riesco a
capire. «Ma certo», esclama Quartilla, «è proprio un ottimo suggerimento. Non è
forse una magnifica occasione per far sverginare la nostra Pannichide?». Fanno
subito entrare una ragazzina abbastanza graziosa e che non dimostra più di
sette anni, la stessa che era entrata nella nostra camera insieme a Quartilla.
Tutti applaudono e chiedono che si celebrino le nozze; io, invece, rimango di
sasso e dico che né Gitone, ragazzo quanto mai rispettoso, avrebbe mai avuto il
fegato di commettere una simile porcata, né la ragazzina aveva l'età per
sostenere da donna fatta un assalto in piena regola. «Non crederai mica»
interviene Quartilla «che questa qui sia più giovane di quanto ero io la prima
volta che mi è toccato andare con un uomo? Che Giunone mi strafulmini, se mi
ricordo d'essere mai stata vergine! Da bambina ho perso il mio onore coi
coetanei, poi, col passare degli anni, me la facevo con ragazzi sempre più
grandi, e così fino ad oggi. Anzi, credo che proprio di lì venga il proverbio
che dice "chi riesce a reggere un vitello, domani potrà sollevare un
toro"». Così, per evitare che al fratellino possa succedere qualcosa di
peggio lontano da me, mi alzo per assistere alla cerimonia nuziale. 26
Psiche aveva già avvolto la testa della ragazzina nel velo nuziale rosso
porpora, il culattone ci stava già facendo strada con la torcia in mano, e le
donne, ubriache com'erano, applaudivano schierate in fila, mentre sul letto
avevano già sistemato la coperta destinata allo stupro. Quartilla allora, più
infoiata ancora da quella messinscena, si alza anche lei, afferra Gitone per mano
e lo trascina in camera. A dir la verità la cosa non fa granché schifo al
ragazzo, né sembra che la bimbetta si spaventi a sentir parlare di nozze. Così,
mentre i due si buttano a letto dopo esser stati chiusi dentro, noi ci sediamo
di fronte alla porta della stanza, e Quartilla è la prima che, ficcando il suo
occhio vizioso in un foro praticato apposta, spia con morbosa curiosità i
giochetti dei due poppanti. Poi, con tocchi sinuosi, spinge anche me a
contemplare quello spettacolo, ma, siccome così facendo ci sfioriamo la faccia,
lei - non appena la scenetta ha un attimo di tregua - sporge in quell'attimo le
labbra e come di nascosto mi slinguazza furtiva la bocca a colpi di baci. *
Buttati sui letti, passiamo il resto della notte senza nulla temere. * Arriva
il terzo giorno, cioè quello che noi aspettiamo per partecipare alla cena
d'addio. Solo che, rotti com'eravamo in tutto il corpo, l'idea di alzare i
tacchi ci andava più a genio che la prospettiva di starcene lì a poltrire.
Così, mentre discutiamo mogi mogi su quale sia il modo migliore per evitare la
tempesta che c'è nell'aria, arriva a liberarci da ogni perplessità un servo di
Agamennone che ci interpella: «Come? Ma allora non sapete da chi si va oggi! Da
Trimalcione, uno che scoppia di soldi, e in sala da pranzo ha un orologio e un
trombettiere, piazzato lì apposta per ricordargli via via quanto tempo della
sua vita se n'è andato». A queste parole, scordandoci di tutti i nostri guai,
ci intabarriamo per bene e ordiniamo a Gitone - ben felice di recitare la parte
dello schiavo - di venire con noi alle terme. 27 Nel frattempo, senza
stare a spogliarci, ci mettiamo a gironzolare... anzi a fare battute passando
da un gruppo all'altro, quando all'improvviso vediamo un vecchio crapa pelata
con addosso una tunica rosso fuoco, impegnato a giocare a palla in mezzo a dei
giovani con i capelli lunghi. Ciò che colpì la nostra attenzione non erano
tanto i ragazzi (anche se ne valeva la pena), quanto piuttosto il loro padrone
che, con le pantofole ai piedi, si stava allenando con una palla color verde
pisello. Il bello è che non raccattava mica quelle che cadevano a terra, ma
c'era lì un servo pronto con una sacca piena di palle di riserva da distribuire
ai giocatori. Notammo anche delle altre bizzarrie: impalati alle estremità
opposte del cerchio c'erano i due eunuchi, il primo con in mano un pitale
d'argento, il secondo intento a conteggiare non tanto le palle che passavano di
mano in mano nel corso del gioco, quanto quelle che cadevano a terra. Mentre
noi siamo lì a guardare a bocca aperta quelle finezze, arriva di corsa Menelao
che dice: «Ecco da chi andate a mangiare stasera, anche se quel che avete visto
è soltanto l'inizio». Menelao aveva appena finito di parlare, che Trimalcione
schiocca le dita e a quel segnale l'eunuco porge il pitale al giocatore. E
quello, dopo aver scaricato la vescica, si fa portare dell'acqua per le mani,
la sfiora appena con le dita e quindi se le asciuga coi capelli di uno dei
ragazzi. 28 Impossibile notare tutta quella sfilza di particolari. Così
entriamo nel bagno e, una volta madidi di sudore, in un lampo ci ficchiamo
sotto la doccia fredda. Intanto Trimalcione, pieno di creme, si stava
asciugando non con le solite salviette, ma con asciugamani di lana finissima.
Nel contempo tre massaggiatori gli trincano bottiglie di Falerno davanti agli
occhi, ma siccome litigando tra loro ne versano un bel po' per terra,
Trimalcione dice che è tutto alla sua salute. Poi, bardato in una veste
scarlatta, viene issato su una portantina preceduta da quattro lacchè in livrea
e da una specie di carrozzina a mano nella quale c'era il suo tesoro, un
bambino con la faccia da vecchietto, tutto cisposo e più brutto ancora del suo
padrone. Mentre lo trasportano in questo modo, gli si avvicina un musicista con
un flauto minuscolo in mano, che per tutto il tragitto gli fa da colonna
sonora, come se gli sussurrasse qualcosa alle orecchie. Dietro veniamo noi, già
un po' seccati da tutte quelle sorprese, e, sempre insieme ad Agamennone,
arriviamo alla porta di casa, sul cui stipite era inchiodato un cartello con su
scritte queste parole: «Qualsiasi servo esca di casa senza il permesso del
padrone, riceverà cento frustate». Sempre lì sull'ingresso c'era un portiere in
uniforme verdognola con in vita tanto di cintura color ciliegia e intento a
sbucciare piselli su un vassoio d'argento. Sulla soglia penzolava una gabbia
d'oro con dentro una gazza screziata che dava il benvenuto alla gente in
arrivo. 29 E mentre io me ne sto lì impalato a guardare tutte quelle
cose, faccio un salto indietro che per poco non mi spacco una gamba. Infatti, a
sinistra per chi entrava, a pochi passi dalla guardiola del portinaio, vedo
dipinto sul muro un cane gigantesco tenuto però alla catena e con sopra scritto
a lettere cubitali: «Attenti al cane». I miei soci scoppiano a ridere. Ma io,
dopo essermi ripreso dallo spavento, mi rimetto a studiare la parete
esaminandola per intero. C'era dipinto un mercato di schiavi con tanto di
cartellino al collo e Trimalcione in persona che, con capelli fluenti e in mano
il caduceo, faceva ingresso a Roma scortato da Minerva. Di seguito il pittore
compiacente lo aveva accuratamente effigiato con tanto di cartigli nell'atto di
imparare a far di conto e poi nel giorno in cui era stato nominato tesoriere.
In fondo al portico, Mercurio lo issava verso un altissimo trono prendendolo
per il mento. Al suo fianco c'era la Fortuna con il corno dell'abbondanza e le
tre Parche impegnate a filare con conocchie d'oro. Nel portico vedo anche una
squadra di atleti intenti ad allenarsi nella corsa sotto la guida di un
preparatore. In un angolo noto poi un grosso armadio, dentro cui, in una
nicchia, c'erano dei Lari d'argento, una statua di Venere in marmo e un calice
d'oro di proporzioni ragguardevoli, nel quale si vociferava fossero conservati
i peli della prima barba di Trimalcione. A quel punto attacco a chiedere al
maggiordomo che cosa rappresentino le pitture visibili al centro. «L'Iliade
e l'Odissea» risponde lui, «e l'incontro tra i gladiatori di Lenate». 30
Ma non era davvero possibile star lì a osservare tutta quella roba Eravamo
ormai in prossimità della sala da pranzo, dove un sovrintendente stava facendo
dei conti. Ma a colpirmi fu soprattutto un particolare: sugli stipiti della
sala erano inchiodati dei fasci con tanto di scuri, che sulla punta terminavano
in una specie di rostro di nave in bronzo, su cui era incisa la frase: «A G.
Pompeo Trimalcione, seviro Augustale, il tesoriere Cinnamo». Al di sotto di
quella scritta c'era una lampada a due becchi appesa al soffitto e, ai lati,
fissate ai battenti, due tavole, in una delle quali, se non ricordo male, si
leggeva: «Il 30 e il 31 di dicembre il nostro Gaio cena fuori». Sull'altra
erano invece dipinti il corso della luna nel cielo e le immagini di sette
pianeti, mentre una borchia distingueva i giorni fortunati da quelli
disgraziati. Imbottiti come siamo da queste meraviglie, non appena cerchiamo di
entrare nella sala da pranzo, ecco che uno schiavetto, che era lì proprio per
questo, esclama: «Col piede destro!». Sinceramente siamo un po' preoccupati
all'idea che qualcuno di noi varchi la soglia senza rispettare
quell'indicazione. Poi, mentre alziamo tutti insieme all'unisono il piede
destro, uno schiavo completamente nudo si viene a buttare ai nostri piedi e
attacca a supplicarci di fargli togliere il castigo che gli era stato inflitto
per una colpa in effetti non troppo grave (alle terme gli avevano rubato i
vestiti del tesoriere che valevano a malapena sei sesterzi) e per la quale
adesso rischiava grosso. Allora noi tiriamo indietro il piede destro, e
supplichiamo il tesoriere impegnato a contare monete d'oro nell'atrio di
perdonare quello schiavo. Ma il tipo ci guarda con faccia piena di boria e fa:
«Non è tanto il danno subito a darmi fastidio, quanto piuttosto la negligenza
di questo buono a nulla di un servo. Ha perso un completino da sera che mi era
stato regalato da un cliente per il mio compleanno. E anche se l'avevo già
fatto lavare una volta, era pur sempre della roba di Tiro. Ma insomma, che cosa
volete? Ma sì, prendetevelo pure». 31 Toccati da un gesto di tale
generosità, stavamo entrando in sala da pranzo, quando ci si para davanti
quello stesso servo per il quale eravamo intervenuti e, con noi che lo
guardiamo allibiti, ci sommerge letteralmente di baci per ringraziarci del
nostro buon cuore e aggiunge: «Presto saprete chi avete aiutato: sono io che ho
l'incarico di versare il vino del padrone». Finalmente ci sediamo a tavola,
mentre degli schiavi alessandrini ci versano sulle mani dell'acqua ghiacciata,
subito rimpiazzati da altri che, inginocchiati ai nostri piedi, cominciano a
tagliarci le pellicine delle unghie con una precisione incredibile. E mentre
erano impegnati in questo ingrato servizio non stavano mica a bocca chiusa, ma
accompagnavano il tutto cantando. Siccome volevo capire se tutta la servitù
avesse quella caratteristica, chiedo che mi portino da bere. In men che non si
dica uno schiavetto mi serve emettendo un gorgheggio non meno stridulo, e così
tutti gli altri se solo si ordinava qualcosa. Al punto che più che a pranzo in
casa di un padre di famiglia, sembrava di essere in mezzo a una compagnia di
mimi. Nel frattempo ci viene servito un antipasto mica male: tutti avevano
infatti già preso posto, salvo il solo Trimalcione cui, in virtù di un'usanza
del tutto nuova, era stato riservato quello d'onore. Al centro del piatto di
portata troneggiava un asinello in bronzo di Corinto, con sopra un basto che da
una parte era pieno di olive nere e dall'altra di chiare. Sulla groppa
dell'animale c'erano due piatti sui cui orli era stato inciso il nome di
Trimalcione e il peso dell'argento. In aggiunta c'erano poi dei ponticelli
saldati insieme che sorreggevano dei ghiri conditi con miele e salsa di
papavero. E ancora c'erano delle salsicce che friggevano sopra una graticola
d'argento e, sotto la graticola, prugne di Siria con chicchi di melagrana. 32
Eravamo nel pieno di quelle delizie, quand'ecco che Trimalcione in persona fa
il suo ingresso trasportato a suon di musica, sdraiato su soffici cuscini, e
noi scoppiamo a ridere perché la cosa ci coglie alla sprovvista. Gli spuntava
la crapa pelata da sotto un mantello rosso fuoco e intorno al collo già
imbacuccato per bene si era avvolto un foulard orlato di porpora con frange
svolazzanti da una parte e dall'altra. Al mignolo della mano sinistra portava
un enorme anello dorato, mentre nell'ultima falange dell'anulare ne aveva uno
più piccolo che secondo me era tutto d'oro ma con saldate sopra delle scaglie
di ferro fatte a forma di stella. E per non limitarsi a sfoggiare soltanto quei
preziosi, si scopre il bicipite destro su cui facevano un gran figurone un
bracciale d'oro e un cerchietto d'avorio chiuso da una lamina piena di luce. 33
Dopo essersi dato una ripassata tra i denti con uno stuzzicadenti d'argento,
dice: «Amici, ad essere sincero non mi andava ancora di venire a tavola, ma per
non farvi cominciare il pranzo in ritardo per la mia assenza, ho preferito
sacrificare i comodi miei. Ciò nonostante permettetemi di finire la partita».
Infatti gli veniva dietro un ragazzino con in mano una scacchiera di radica e
dei dadi di cristallo, e io notai un particolare che era il colmo della
raffinatezza: al posto delle pedine bianche e nere aveva infatti delle monete
d'oro e d'argento. E mentre lui continuava a giocare bestemmiando come un
perfetto portuale, e noi eravamo ancora all'antipasto, viene portato un vassoio
con sopra un cestino contenente una gallina di legno che aveva le ali aperte a
cerchio, come di solito fanno quando covano le uova. Subito si avvicinano due servi
che, sul sottofondo assordante della musica, cominciano a frugare in mezzo alla
paglia e tirano fuori una serie di uova di pavone che distribuiscono tra i
commensali. Di fronte al colpo di scena, Trimalcione si volta e ci comunica:
«Amici, ho fatto mettere sotto la gallina delle uova di pavone ma, per dio, mi
sa che ci sia già dentro il pulcino. In ogni modo vediamo un po' se si possono
ancora inghiottire». Noi allora prendiamo dei cucchiaini che non pesavano meno
di mezza libbra e rompiamo quelle uova ricoperte con un impasto di farina. Io
stavo quasi per buttar via il mio perché mi sembrava che dentro ci fosse già il
pulcino. Ma poi, quando sento un habitué di quelle serate dire "mi
sa che qui dentro c'è qualcosa di buono", frugo un po' con la mano dentro
al guscio e ci trovo un beccaccino da favola immerso in salsa piccante di
tuorlo. 34 Nel frattempo Trimalcione aveva finito la partita e si era
fatto servire ogni cosa, invitando a gran voce chi di noi avesse voluto
prendere ancora del vino al miele, quando all'improvviso ricomincia la musica a
un preciso segnale e una squadra di servi porta via gli antipasti cantando in
coro. Ma nel mezzo di quel caos, caso vuole che cada un piatto d'argento e che
subito uno schiavetto lo raccatti: Trimalcione se ne accorge e ordina di
schiaffeggiare il ragazzino e di ributtare a terra il piatto che finisce
scopato via insieme a tutto il resto da un guardarobiere comparso
immediatamente. Poi entrano in sala due capelloni etiopi con in mano dei
piccoli otri uguali a quelli che usano allo stadio per spargere la sabbia, e ci
versano del vino sulle mani. Di acqua infatti nemmeno a parlarne. Siccome
facciamo un sacco di complimenti al padrone di casa per tutto quel lusso, lui
dice: «A Marte piace il giusto. Per questo ho ordinato che a ciascuno venisse
assegnato un tavolo personale. Ma anche perché questi schiavi puzzolenti ci
soffino meno sul collo andando su e giù per la stanza». Un attimo dopo arrivano
delle anfore di cristallo scrupolosamente sigillate e con delle etichette
incollate al collo con su scritto: «Falerno Opimiano di cent'anni». Mentre
eravamo impegnati a leggere, Trimalcione batte le mani urlando: «Oddio, dunque
il vino vive più a lungo di un pover'uomo. Ma allora scoliamocelo d'un fiato!
Il vino è vita e questo è Opimiano puro. Ieri non ne ho offerto di così buono,
eppure avevo a cena gente ben più di riguardo». Mentre noi tracanniamo e
osserviamo con gli occhi sgranati tutto quel ben di dio, arriva un servo con
uno scheletro d'argento costruito in maniera tale che lo snodo delle vertebre e
delle giunture permetteva qualunque tipo di movimento. Dopo averlo buttato a
più riprese sul tavolo facendogli assumere varie posizioni grazie alla
struttura mobile, Trimalcione aggiunge: «Ahimè, miseri noi, che cosa da nulla è
un pover'uomo. Noi tutti saremo così il giorno che l'Orco ci prende. Ma allora
viviamo, finché godere possiamo». 35 A questo elogio funebre segue una
portata inferiore all'attesa, ma capace di far spalancare gli occhi a tutti per
la sua assoluta originalità. Era infatti una grossa teglia rotonda che aveva
tutto intorno i segni dello zodiaco, sopra ciascuno dei quali il cuoco aveva
piazzato una specialità appropriata al simbolo: sull'Ariete dei ceci di Arezzo;
sul Toro un quarto di bue; sui Gemelli testicoli e rognoni; sul Cancro una
corona; sul Leone fichi africani; sulla Vergine una vagina di scrofa; sulla
Libra una bilancia con una focaccia in un piatto e un polpettone nell'altro;
sullo Scorpione un pesciolino di mare; sul Sagittario un gufo; sul Capricorno
un'aragosta; sull'Acquario un'oca; sui Pesci due triglie. Al centro, poi, una
zolla di terra strappata con tutta l'erba attaccata sosteneva un favo di miele.
Uno schiavetto egiziano distribuiva pane caldo in giro prendendolo da un forno
portatile d'argento. ... e anche lui con una voce d'inferno attacca una tirata
dal mimo Il venditore di silfio. Ma quando Trimalcione si accorge che
quei cibi tanto ordinari non li abbiamo accolti con troppo slancio, dice:
«Abbiate fiducia e pensiamo a mangiare: il meglio della cena è proprio questo».
36 Dopo la battuta di Trimalcione, quattro servi entrano ballando al
ritmo di un'orchestra e scoperchiano il vassoio. E cosa ti vediamo dentro?
Capponi, mammelle di scrofa e, al centro, una lepre con tanto di ali che sembrava
un Pegaso. Agli angoli del vassoio notiamo anche quattro statuette di Marsia,
che da piccoli otri innaffiavano di salsa piccante dei pesci che ci sguazzavano
dentro come in un braccio di mare. Applaudiamo tutti unendoci ai servi e,
nell'allegria generale, ci buttiamo su quel ben di dio. E Trimalcione, come noi
al settimo cielo per quella nuova portata, urla: «Trincia!». Subito arriva un
trinciatore che, muovendosi lui pure al ritmo dell'orchestra, taglia la carne
così bene che lo avresti detto un essedario impegnato a combattere sul carro al
suono dell'organo. Trimalcione, intanto, continuava a ripetere «Trincia!
Trincia!» con la sua voce strascicata. E io, sospettando che quella parola
ripetuta tante volte contenesse un qualche sottosenso spiritoso, non esitai a
chiederlo al commensale seduto al mio fianco. Ma quello, che di sicuro aveva
assistito già altre volte a pantomime del genere, mi spiega: «Lo vedi il servo
che taglia le pietanze? Ebbene si chiama Trincia. Così, ogni volta che
Trimalcione dice "Trincia", con una parola sola lo chiama e gli dà un
ordine». 37 Io non riuscivo più a buttare giù nulla ma, rivolgendomi a
lui per saperne di più, la presi alla larga e gli chiese chi fosse quella donna
che continuava ad andare avanti e indietro. «Ma è la moglie di Trimalcione»
specifica lui, «si chiama Fortunata e i soldi li conta a palate. E lo sai
cos'era fino all'altro ieri? Lasciamelo dire: era una che da lei non avresti
accettato nemmeno un tozzo di pane. Adesso, non chiedermi come né perché, ha
toccato il cielo con il dito ed è il braccio destro di Trimalcione. Al punto
che se a mezzogiorno spaccato lei gli dice che è notte, lui ci crede anche. Lui
stesso non lo sa mica quanto ha, tanto è ricco sfondato. Ma quella figlia di
troia ne sa una più del diavolo e non le sfugge niente. Mangia poco, non beve,
e ha la testa sul collo: tutto oro quel che vedi. Però ha una lingua, una vera
cornacchia! Chi ama ama, chi non ama non ama. Lui, Trimalcione, ha tante terre
che per vederle ci vorrebbero le ali di un nibbio e fa soldi su soldi. Nella
guardiola del suo portiere c'è più oro di quanto altri ne hanno in un
patrimonio intiero. Circa la servitù, lasciamo perdere: ad aver visto in faccia
il padrone, porcaccia la miseria, ce ne sarà sì e no uno su dieci. Sta di fatto
che questi scrocconi lui se li rivolta come vuole. 38 E non ti credere
che compri qualcosa. Gli cresce tutto in casa: lana, cedri, pepe. E se gli
chiedi latte di gallina, lui te lo trova. Per fartela breve, visto che la lana
di sua produzione non era un granché, ha acquistato a Taranto dei montoni
fuoriclasse e li ha messi a montare il gregge. Un'altra volta, per avere miele
dell'Attica in casa, ha ordinato che gli portassero le api dall'Attica, in modo
che le api nostrane migliorassero un po' stando insieme alle greche.
Addirittura in questi giorni ha scritto in India che gli spediscano il seme dei
funghi. Non ha una sola mula che non sia figlia di un onagro. Guarda quanti
cuscini: ebbene, sono tutti imbottiti con porpora o scarlatto. Questa sì che è
fortuna! Gli altri suoi compagni di schiavitù di un tempo, occhio a non
prenderli sotto gamba. Si son fatti i soldi anche loro. Lo vedi quello che è
sdraiato per ultimo nell'ultima fila? Bene, oggi avrà almeno ottocentomila
sesterzi ed è venuto su dal nulla. Figurati che fino a ieri portava la legna
sulle spalle. Io non lo so per certo, l'ho solo sentito, ma gira voce che abbia
rubato il berretto a Incubo e ci abbia trovato dentro un tesoro. Io però non lo
invidio mica uno che dio gli ha fatto un regalo. Lui però puzza ancora di
schiavo e se la tira da gran signore. E non è mica tanto che ha fatto appendere
fuori questo avviso: "Dal 1° luglio G. Pompeo Diogene affitta questo
solaio perché si è fatto l'appartamento". E quell'altro che adesso è là seduto
al posto dei liberti? Lui sì che se la passava bene! Non che ce l'abbia con
lui. Era arrivato a toccare il milione, e poi zac è crollato. Quello non ha più
manco i capelli senza ipoteche! E perdio, non è mica colpa sua. Credimi, non
c'è persona migliore di lui. Chi gli ha fregato tutto sono stati dei liberti
avanzi di galera. Ricordatelo bene: la pentola in comune non c'è mai dentro
niente di buono, e quando va male, gli amici ti saluto e sono. Adesso lo vedi
ridotto in quel modo, ma sapessi che bel lavoro faceva! Impresario di pompe
funebri, era. A tavola era roba da re: cinghiali impanati, timballi al forno,
uccelli, cuochi, fornai. A tavola scorreva più vino di quanto se ne può avere
in cantina. Un sogno fatto uomo. Ma quando ha iniziato a girargli storta, per evitare
che i creditori lo pensassero con l'acqua alla gola, ha organizzato una vendita
all'incanto con questo slogan: "G. Giulio Proculo mette all'asta
quello che non gli serve"». 39 Quando ormai ci avevano già portato
via i piatti e i commensali cominciavano a straparlare dandoci dentro della
grossa col vino, Trimalcione, appoggiato sul gomito, interrompe questo ameno
monologo dicendo: «A un vino così bisogna fargli onore. I pesci bisogna che
nuotino. Ma ditemi un po', non crederete mica che stasera mi accontenti di
quello che avete visto su quella teglia? "Conoscete così poco
Ulisse?". E allora? Anche seduti a tavola, un po' di cultura non fa mica
male. Con buona pace di quella buon'anima del mio padrone, che mi ha voluto uomo
fra gli uomini. A me non c'è niente che mi prenda alla sprovvista, e quel
piattino di prima ve ne ha dato la prova. Questo cielo che vedete ci abitano
dentro dodici dèi che a loro volta si trasformano in altrettanti simboli e
adesso diventa l'Ariete. Chi nasce sotto quel segno, avrà molte pecore, molta
lana, la faccia di bronzo, la testa dura e il corno sempre sull'attenti. Sotto
questo segno nascono molti letterati e rompipalle». Noi facciamo un sacco di
complimenti a quella battuta da astrologo, e lui riattacca dicendo: «Poi tutto
il cielo diventa Toro. Ed è in questa congiuntura che nascono gli scontrosi, i
burini e quelli che bastano a se stessi. Sotto i Gemelli vengono fuori le
bighe, i buoi, i coglioni e quelli che tengono il piede dentro due scarpe.
Sotto il Cancro ci sono nato io. Per questo sono ben piantato su molti piedi e
ho un sacco di possedimenti in terra e in mare. E infatti il granchio sta bene
sia lì che qui, ed è per questo che non ci ho fatto mettere sopra nulla, perché
niente coprisse il mio segno. Sotto il Leone nascono poi i crapuloni e i
prepotenti; sotto la Vergine le femminucce, gli schiavi che se la svignano e
quelli che finiscono ai ceppi; sotto la Bilancia i macellai, i profumieri e
tutti quelli che vendono merci a peso; sotto lo Scorpione gli avvelenatori e
gli assassini; sotto il Sagittario gli strabici che adocchiano la verdura e si
fottono il lardo; sotto il Capricorno i disgraziati che si ritrovano le corna
sulla testa per colpa dei loro mali; sotto l'Acquario gli osti e le teste di
rapa; sotto i Pesci gli chef e i retori. Così gira il mondo come una
ruota, e sono sempre guai, sia che gli uomini nascano sia che muoiano. Ecco
perché al centro vedete quella zolla con sopra il favo: non faccio mai nulla
senza buoni motivi. Nel mezzo c'è la madre terra rotonda come un uovo, e
racchiude dentro di sé ogni bene come un favo». 40 «Bravissimo!»
gridiamo in coro, e con le mani tese verso il soffitto giuriamo che uomini come
Ipparco e Arato non sono degni manco di allacciargli le scarpe, quand'ecco
entrano dei servi e sistemano sui triclini dei copriletti che avevano ricamate
sopra le reti e cacciatori appostati con in mano gli spiedi e tutti gli arnesi
per la caccia. Non sapevamo ancora cosa dovessimo immaginare, quando da fuori
della sala si leva un grande baccano, ed ecco che dei cani della Laconia
entrano e si mettono a correre all'impazzata intorno alla tavola. A ruota
arriva una grossa teglia sulla quale giganteggia un enorme cinghiale con in
testa un berretto da liberto: alle sue zanne sono appesi due piccoli cestini di
palma intrecciata, pieni uno di datteri freschi e l'altro di secchi. Tutto
intorno c'erano dei maialini di pasta di mandorle che, essendo attaccati più o
meno alle mammelle, facevano capire che si trattava di una femmina. Ce li
regalano, da portarli poi via a fine cena. A tagliare il cinghiale non si
presenta quel Trincia che aveva fatto le parti coi polli, ma un energumeno
barbuto con le gambe fasciate e un mantello damascato sulle spalle. Impugnato
un coltello da caccia, il tipo cala un colpo tremendo nel fianco del cinghiale
e dallo squarcio ne esce uno stormo di tordi in volo. Ma lì c'erano già pronti
gli uccellatori con tanto di canne, e in un battibaleno li riacciuffano mentre
quelli svolazzano per la sala. Dopo aver ordinato di darne uno a ogni invitato,
aggiunge: «Guardate un po' che ghiande prelibate si pappava quel porco
selvatico!». Due schiavetti afferrano i cestini che pendevano dalle zanne del
cinghiale e distribuiscono agli invitati i datteri freschi e quelli secchi. 41
Nel frattempo, appartato com'ero nel mio cantuccio, io mi spremevo le meningi
per capire perché mai quel cinghiale avesse in testa il berretto dei liberti.
Dopo aver fatto le supposizioni più assurde, mi decido a interpellare di nuovo
il mio vicino chiedendogli lumi sul problema che mi assilla. E lui mi fa:
«Anche il tuo servo te lo può spiegare benissimo: non è mica un mistero, lo
sanno tutti. Visto che gli invitati di ieri sera hanno rimandato indietro
questo cinghiale perché scoppiavano di cibo, per questo oggi ritorna a tavola
acconciato da liberto». Me la prendo con la mia stupidità e non gli domando più
nulla per non dar l'impressione di essere uno che a tavola con gente per bene
non c'è mai stato. Mentre parliamo di queste cose, uno schiavetto bellissimo
con i capelli pieni di foglie di vite e di edera e che dice di essere un po'
Bromio, un po' Lieo ed Evio, distribuisce grappoli d'uva prendendoli da un
cestino e propina versi del padrone con una voce da rompere i timpani. E
Trimalcione, voltandosi in direzione di quel suono, dice: «Dioniso, sii
libero». Lo schiavetto toglie il cappello al cinghiale e se lo mette in testa.
Trimalcione allora insiste: «Ora non potrete più negare che ho il padre
Libero». Applaudiamo la battuta di Trimalcione e copriamo letteralmente di baci
il ragazzino impegnato nel suo secondo giro. Dopo questa portata Trimalcione si
alza per andare al cesso. E noi, non sentendoci più in soggezione per la sua
ingombrante presenza, ci mettiamo a discutere delle cose di cui si parla a
tavola. Dama, dopo essersi scolato un bel boccale di vino, rompe il ghiaccio
dicendo: «Il giorno dura un istante. Non fai a tempo a voltarti, che è subito
notte. Perciò non c'è niente di meglio che passare dal letto alla tavola. E poi
abbiamo avuto un freddo del boia, che quasi non bastava il bagno per scaldarmi
le ossa. Credetemi, una bella bibita calda è meglio di una coperta. Ne ho
tirate giù un bel po' e adesso sono giù ubriaco fradicio. Il vino mi ha dato
alla testa». 42 Alla conversazione prende parte anche Seleuco dicendo:
«Io non mi lavo mica tutti i giorni, perché il bagno è una cosa da lavandaie:
l'acqua ha i denti e ogni giorno ti scola via un pezzo di cuore. Ma basta che
mi faccia un bel bicchiere di vino al miele e al freddo gli dico di fottersi. E
poi oggi il bagno non l'ho potuto fare perché sono andato a un funerale. Quel
povero diavolo di Crisanto, un vero gentiluomo, se n'è andato e mi aveva fatto
chiamare un attimo prima. Mi sembra ancora di averlo qui davanti che parliamo.
Mah! Siamo otri gonfiati che camminano. Siamo meno delle mosche, che almeno un
po' di vitalità ce l'hanno, mentre noi non siamo altro che bolle. E se non
avesse fatto la dieta terribile che sappiamo? È andato avanti cinque giorni
senza inghiottire una goccia d'acqua o una briciola di pane. Eppure è finito
nel mondo dei più. La sua morte ce l'hanno sulla coscienza i medici, o
piuttosto un destino stramaledetto. A cosa servono poi i medici se non a tirare
su il morale? Però gli hanno fatto un funerale coi fiocchi, disteso sul suo
letto pieno di addobbi di lusso. In più l'hanno pianto di cuore per tutti
quegli schiavi che aveva affrancato, mentre la sola che fingesse di essere
straziata era la moglie. E che diamine avrebbe fatto, se lui non l'avesse
sempre trattata come una regina? Le donne, che sanguisughe, le donne! Non si
dovrebbe mai fargli del bene, perché è come buttarlo in un pozzo. L'amore col
tempo è come averci il cancro». 43 Il tipo cominciava a seccare, tanto
che Filerote salta su e dice: «E i vivi dove li mettiamo? Quel tale ha avuto
ciò che si meritava: ha vissuto bene e bene è morto. Che ha da lagnarsi? È
venuto su dal nulla ed era pronto a raccattare coi denti una moneta nel pieno
della merda. E così è cresciuto come è cresciuto, che sembrava un favo. E
santiddio mi sa che ha lasciato centomila sesterzi tranquilli, e tutti
sull'unghia. Eppure, volete sapere come stanno davvero le cose? Ve lo dico io
che non ho peli sulla lingua: era un cafone, una mala lingua, un rissoso di
natura, mica un uomo. Suo fratello, lui sì che c'aveva le palle, un vero amico
con gli amici, generoso e con la tavola sempre imbandita. All'inizio non gli
andò per il verso giusto, poi si rimise in sesto con la prima vendemmia, perché
riuscì a vendere il vino a quanto voleva lui. Ma quello che lo rimise del tutto
in carreggiata fu un'eredità dalla quale sgraffignò più di quanto gli toccasse.
Ma da deficiente qual era andò poi a litigare col fratello, lasciando tutta la
sua fortuna a non so quale figlio di nessuno. Chi pianta in asso la sua gente
finisce a rotoli. Aveva dei servi che considerava oracoli, e quelli lo
aiutarono a finire sul lastrico. Chi fa in fretta a fidarsi del prossimo,
finisce che non combina niente di buono, specie se è nel ramo degli affari. Ma
una cosa è certa: finché visse, se la spassò alla grande... chi ha avuto, e non
chi avrebbe dovuto avere. Era davvero nato con la camicia. In mano sua il
piombo diventava oro (che poi è uno scherzo, se tutto gira alla perfezione). E
quanti anni credete che avesse? Settanta e rotti. Ma era fatto di ferro, e se
li portava bene gli anni, nero come un corvo. Io lo conoscevo dalla notte dei
tempi, ma era ancora attivo sessualmente. E mi sa che in casa sua non
risparmiasse nemmeno la cagna. E andava anche coi ragazzini, non si tirava mai
indietro. Non gli do mica torto: in fondo questa è la sola cosa che si sia
portato dietro con sé». 44 Dopo la tirata di Filerote, interviene
Ganimede: «Questa è roba che non sta né in cielo né in terra, e nel mentre
nessuno ci pensa ai morsi della carestia. Oggi, maledetta miseria, non sono
riuscito a trovare un tozzo di pane. E la siccità non vuole mica finirla! E
intanto è da un anno che c'è la fame. Gli venisse un colpo agli edili, che
fanno le combines coi fornai: "Aiuta me che aiuto te" dicono, mentre
la povera gente tira la cinghia e per quelle canaglie è sempre carnevale. Ah,
se ci fossero ancora quei duri che ho trovato qui la prima volta che son venuto
dall'Asia! Quello sì che era vivere. Se il grano della Sicilia non valeva un
fico secco, a 'sti pezzi di galera quelli là gliene davano un sacco e una
sporta, che sembrava venisse giù il cielo. Me ne ricordo uno, Safinio:
quand'ero ancora un ragazzino, lui stava dalle parti dell'Arco Vecchio. Era un
demonio, non un uomo. Dove passava lui, faceva terra bruciata. Ma era onesto,
leale, amico con gli amici, potevi giocarci alla morra anche al buio. E in
Senato poi, come se li rigirava tutti, dal primo all'ultimo, e come parlava
chiaro, senza fare tanti giri di parole. Nel foro, poi, quando aveva la parola
lui, era come sentire una tromba. E mai una goccia di sudore o uno sputo: aveva
un non so che di asiatico. E con che gentilezza ti salutava, ricordandosi il
nome di tutti, come se fosse uno di noi! Così a quei tempi la roba costava una
miseria. Comprando un soldo di pane, non si riusciva mica a finirlo in due.
Adesso ti danno dei panini che un occhio di bue è più grosso! Poveri noi, ogni
giorno che passa è sempre peggio. Questo paese cresce in senso contrario, come
la coda di un vitello. Ma come volete che vada se abbiamo un edile che non vale
un fico secco, e che darebbe la nostra vita in cambio di una lira? A casa sua
se la spassa, e guadagna più lui in un giorno che il resto della gente in tutta
la vita. Io lo so benissimo come ha fatto ad arraffare mille denari d'oro. Se
solo noi avessimo le palle, quello lì non se la spasserebbe tanto. Il fatto è
che a casa siamo tutti leoni, mentre fuori diventiamo pecore. Per quel che mi
riguarda, ho già venduto gli stracci che avevo e, se continua la carestia, finisce
che mi dò via anche la baracca. Come volete che vada a finire, se gli dèi e gli
uomini continuano a fregarsene di questo paese? Mi scommetterei i figli che
tutto questo ce lo mandano gli dèi. Nessuno più crede che il cielo sia il
cielo, nessuno più rispetta il digiuno, tutti se ne infischiano del padreterno,
e sanno solo sgranare gli occhi per contare la roba che hanno. Una volta le
signore bene salivano scalze in Campidoglio, coi capelli sciolti e il cuore
puro, e imploravano Giove che facesse piovere. Subito veniva giù a catinelle.
Ora o mai, e tutti ridevano, fradici come sorci. Oggi invece gli dèi sono
imbestialiti perché non c'è più religione. E intanto i campi se ne vanno in
malora...». 45 «Ma per piacere» lo interrompe Echione, il rigattiere, «non
hai niente di più allegro da raccontarci? "Un po' su e un po' giù",
disse il contadino, dopo aver perso il maiale pezzato. Quello che non è oggi,
sarà domani. Così va la vita. Se solo ci fossero degli uomini con gli
attributi, santiddìo, questo sì che sarebbe il migliore dei paesi! Ma adesso è
piena crisi, e mica solo qui da noi. Non dobbiamo fare tanto i difficili: tutto
il mondo è paese. Se tu abitassi da un'altra parte, diresti che qui dalle
nostre parti i maiali vanno in giro per le strade già belli e cotti. E poi
abbiamo la prospettiva di goderci tre giorni di magnifico spettacolo: al posto
dei gladiatori di professione un bel grappolo di liberti. Il nostro Tito ha un
cuore grosso così ed è pieno di iniziative. Comunque, o questo o quello, alla
fin fine qualcosa succederà. Non è tipo da fare le cose a metà, credete a me
che con lui sono culo e camicia. Farà gareggiare i più grossi campioni in
duelli all'ultimo sangue, col gran massacro finale al centro, che possano
vedere tutti gli spettatori. I mezzi per farlo ce li ha. Quando suo padre
buonanima è morto, lui si è beccato trenta milioni di sesterzi. Se anche ne
spende quattrocentomila, il suo gruzzolo certo non ne risente, e lui verrà
ricordato in eterno. Ha già per le mani qualche bel pezzo di galera, più una
tizia che combatte sul carro e il tesoriere di Glicone, quello che l'hanno
beccato mentre se la faceva con la padrona. E in mezzo al pubblico vedrai che
risse tra i mariti gelosi e i seduttori di professione. E quel pezzente di
Glicone, che ha fatto buttare il tesoriere tra le belve? Questo sì che è
svergognarsi agli occhi di tutti! Che colpa aveva il servo, se era la padrona
che lo costringeva a farlo? Lei piuttosto, quella troiona, meriterebbe che se
la sbattesse un toro. Ma è proprio vero che chi non può bastonare l'asino, se
la prende col basto. E poi Glicone che cosa si credeva, che dalla gramigna di
Ermogene venisse fuori qualcosa di buono? Avrebbe anche potuto tagliare le
unghie a un nibbio in volo, tanto da un serpente non nasce mica una corda. E
Glicone, Glicone ha avuto quello che si meritava: le corna se le porta dietro
finché campa, e non gliele toglie nemmeno il diavolo in persona. Chi rompe
paga, e i cocci son tutti suoi. Io sento già il profumo del banchetto che ci
offrirà Mammea, e le due monete d'oro che ci scapperanno per me e per i miei.
Se lo farà davvero, porterà via a Norbano tutto il favore della gente. Puoi
scommetterci che per lui sarà un trionfo. Ma, a conti fatti, da quello lì che
cosa ci abbiamo ricavato? Ha fatto gareggiare dei gladiatori da due lire, con
un piede nella bara, che li sbattevi a terra con un soffio. In passato ho visto
dei condannati che di fronte alle bestie erano molto meglio di loro. Ha fatto
ammazzare dei cavalieri da lampade, che sembravano dei galli da pollaio. Uno
era da caricarlo sul mulo, l'altro aveva i piedi piatti e il terzo, che doveva
sostituire un morto, era già morto pure lui con i tendini tagliati. L'unico con
un po' di fiato da spendere era un Trace, ma pure lui combatteva come se fosse
in palestra. Alla fine li dovettero frustare, tanto la folla gridava
"Dàgli, dàgli!": dei veri campioni dell'arte della fuga. "Io
comunque uno spettacolo te l'ho offerto", dice lui. E io ti rispondo:
"Ti ho battuto le mani. Tu fatti i tuoi bravi conti, e vedrai che ti ho
dato più di quello che ho ricevuto. Una mano lava l'altra"». 46 «Mi
sa, Agamennone, che tu stai pensando: "Ma di cosa blatera questo
rompiscatole?". È perché tu che sai parlare, non parli. Tu appartieni a
un'altra categoria, te la ridi dei discorsi dei poveracci. Lo sappiamo
benissimo che a forza di letteratura ti sei intronato il cervello. E allora?
Bisogna che un giorno riesca a trascinarti in campagna a vedere la mia casetta.
Roba da mangiare ne troveremo: un polletto, due uova e vedrai che ce la
spasseremo, anche se quest'anno il maltempo ci ha fatto un brutto scherzo.
Troveremo il modo di riempirci fino agli occhi. E là c'è pronto per te un
allievo, il mio piccolo tesoro, che sa già dividere per quattro e se ce la farà
a campare sarà un docile schiavetto al tuo fianco. Appena ha un attimo di
tempo, lo passa con la testa sui libri. Sale in zucca ne ha, la stoffa è buona,
solo che ha la mania degli uccelli. Un giorno gli ho ucciso tre cardellini e
poi ho dovuto raccontargli che se li era pappati una donnola. Allora lui si è
cercato degli altri svaghi e adesso va pazzo per la pittura. Ad ogni modo ha
dato un calcio al greco e si è dato al latino che è un piacere, anche se
l'insegnante che ha è uno pieno di boria e non sta fermo un attimo: arriva, si
fa dare da scrivere, ma voglia di lavorare, figurati. Ce n'è poi un altro che
non sarà un pozzo di scienza ma ce la mette tutta e insegna più di quello che
sa. Di solito ci viene in casa nei giorni di festa e si accontenta di qualunque
cifra gli dai. Adesso ho comprato al ragazzino qualche testo di diritto, perché
voglio che abbia un'infarinatura nelle questioni legali ad uso domestico.
Quella roba lì sì che dà da mangiare. Di letteratura si è già imbottito
abbastanza. Che se poi non ne ha voglia, ho deciso di fargli imparare un
mestiere: il barbiere, il banditore di aste, o di sicuro l'avvocato, qualcosa
insomma che gli serva finché campa. Ed è per questo che ogni giorno gli ripeto:
«Primigenio mio, dài retta a papà, tutto quello che impari, lo impari per te.
Guarda Filerone, l'avvocato: se non avesse studiato, oggi non metterebbe
insieme il pranzo con la cena. Fino all'altro ieri faceva il facchino, e adesso
tiene testa perfino a Norbano. La cultura è un vero tesoro, e un mestiere non
te lo toglie nessuno». 47 Giravano discorsi di questo tipo, quando
Trimalcione fa il suo ingresso in sala. Si asciuga la fronte, si lava le mani
con una lozione profumata e poi dice: «Cari amici, perdonatemi, ma già da un
po' di giorni non vado di corpo e i medici non ci capiscono nulla. Tuttavia mi
hanno fatto abbastanza bene la scorza di melagrana e l'infuso di resina
all'aceto, e spero che il mio intestino torni a fare il suo dignitoso servizio.
Se no mi ricomincia questo gorgoglio dalle parti dello stomaco che sembro un
toro. Anzi se c'è qualcuno di voi che ha bisogno di andare in bagno, non è
proprio il caso di vergognarsene. Nessuno è venuto al mondo senza buchi. E io
non penso ci sia tortura peggiore che il doversi trattenere. Questa è l'unica
cosa che nemmeno Giove ci può impedire. Ridi, eh Fortunata, proprio tu che di
notte non mi lasci chiudere gli occhi? Ad ogni modo anche qui in sala da pranzo
io non vieto a nessuno di fare i suoi bisogni, e i medici stessi sconsigliano
di trattenersi. Se poi scappa qualcosa di più grosso, lì fuori c'è pronto tutto
quello che serve: acqua, pitali e il resto degli accessori. Date retta a me, le
flatulenze trattenute salgono al cervello e poi vanno in circolo per tutto il
corpo. So che molti ci hanno rimesso la pelle, a forza di non voler guardare le
cose in faccia». Lo ringraziamo per la sua generosa comprensione, e subito
soffochiamo un attacco di riso bevendo a piccoli sorsi, uno via l'altro. E non
sapevamo, dopo tutta quella roba, di essere - come si dice - appena a metà
strada. Infatti, una volta sparecchiati i tavoli a suon di musica, ecco entrare
tre maiali bianchi provvisti di guinzagli e campanelli, che hanno, stando a
quanto dice il presentatore, uno due anni, l'altro tre mentre il terzo già sei.
Io pensavo che stessero per entrare gli acrobati e che i maiali si sarebbero
esibiti, come succede nei circhi, in numeri straordinari. Ma Trimalcione,
dissipando subito ogni dubbio, dice: «Quale di questi volete che vi venga
immediatamente servito? Un galletto domestico, uno spezzatino di pollo alla
Penteo e robetta di questo tipo la sanno preparare pure i contadini: i miei
cuochi sono capaci di mettere in pentola e cuocere anche vitelli interi». Manda
subito a chiamare un cuoco e, senza aspettare che fossimo noi a scegliere, gli
ordina di scannare il più vecchio, chiedendogli ad alta voce: «Di che decuria
sei?». Quando quello rispose che era della quarantesima, Trimalcione gli
chiese: «Ti ho comprato fuori, oppure mi sei nato in casa?». «Né l'uno né
l'altro» risponde il cuoco: «ti sono stato lasciato in eredità da Pansa».
«Allora vedi di servire bene, se no ti faccio sbattere tra i lacchè». Messo
sull'avviso dall'autorità, il cuoco si lascia trascinare in cucina dal
candidato all'arrosto. 48 Trimalcione si gira verso di noi e, con lo sguardo
dolce, dice: «Se il vino non è di vostro gradimento lo cambiamo. Però bisogna
che voi gli facciate onore. A dio piacendo non lo compro mica, ma tutto quello
che stasera vi state pappando viene da un mio podere che non ho ancora avuto il
tempo di visitare. Mi dicono che è al confine tra Terracina e Taranto. Adesso
voglio attaccare a quella proprietà la Sicilia: così, se solo mi gira di andare
in Africa, lo potrò fare viaggiando nel mio. Ma tu piuttosto, Agamennone,
raccontami un po', su che problema giuridico hai discusso oggi? Io, è vero, non
faccio il leguleio, eppure un po' di cultura alla buona ce l'ho, e non pensare
che i libri mi annoino, perché ho ben tre biblioteche, di cui una in latino e
l'altra in greco. Quindi ti prego, dammi un sunto della tua conferenza». E
Agamennone attaccò: «Un povero e un ricco erano nemici». «E che cos'è un
povero?» lo interrompe Trimalcione. «Bella questa!» commenta Agamennone e
prosegue raccontandogli non so quale controversia. E allora Trimalcione,
immediatamente: «Se il fatto è accaduto, non c'è controversia; se invece non è
accaduto, allora non c'è proprio un bel niente». Visto che questa battuta e
altre dello stesso livello noi le accogliamo con applausi fragorosi,
Trimalcione insiste dicendo: «Tu te le ricordi, caro il mio Agamennone, le
dodici fatiche di Ercole, o quella storia di Ulisse, di come il Ciclope gli
portò via un dito con delle tenaglie fatte a piede di porco? Roba che da
bambino leggevo in Omero. Anzi, io a Cuma l'ho vista di persona la Sibilla sospesa
dentro un'ampolla con i ragazzini intorno che le chiedevano "Sibilla, cosa
vuoi?", e lei che rispondeva "Voglio morire"». 49 Non
aveva ancora finito di sparare tutte le sue idiozie, quando arriva ad occupare
la tavola una teglia con dentro un maiale enorme. Noi restiamo senza fiato di
fronte a una simile velocità di esecuzione e giuriamo che neppure un galletto
domestico si sarebbe potuto cuocere in tempi così brevi, tanto più che quel
maiale ci sembrava molto più grosso che non poco prima. Ma Trimalcione,
guardandolo e riguardandolo, sbotta: «Come? Questo maiale non è stato
sventrato? Per dio, non lo è stato no. Chiamate il cuoco, lo voglio qui
immediatamente». E quando il cuoco arriva con la coda tra le gambe e ammette di
essersene proprio dimenticato, Trimalcione lo investe: «Cosa? Dimenticato? E lo
dici come se avessi scordato di metterci solo il pepe e il cumino?
Spogliatelo». Il cuoco viene immediatamente denudato e rimane lì avvilito in
mezzo a due autentici boia. Allora tutti attaccano a prendere le sue parti.
«Avanti, son cose che succedono» implorano in coro, «per favore, perdonalo: se
lo farà un'altra volta, nessuno di noi dirà più una parola per lui». Io, che
sono anche fin troppo severo, non riesco a trattenermi, mi chino verso
Agamennone e gli sussurro in un orecchio: «Ma questo servo è davvero un
cretino! Chi può dimenticarsi di sventrare un maiale? Io, com'è vero iddio, non
lo perdonerei nemmeno se avesse scordato di farlo con un pesce». Trimalcione,
invece, con l'aria rilassata e divertita, concede: «E va bene: visto che hai la
memoria tanto corta, allora sventralo qui davanti ai nostri occhi». E il cuoco,
dopo essersi rimesso la tunica, afferra un coltello e, menando colpi a destra e
a sinistra con la mano che gli trema, apre il ventre al maiale. Ed ecco che
dagli squarci che si dilatano per la pressione del ripieno vengono fuori
salsicce e cotechini. 50 Di fronte a questa trovata, tutta la servitù
scoppia in un applauso gridando «Viva Gaio!». Al cuoco tocca anche l'onore di
un brindisi, più una corona d'argento, con il bicchiere del cin cin che gli
viene offerto su un vassoio corinzio. E siccome Agamennone osservava con grande
attenzione il vassoio, Trimalcione precisa: «Sono l'unico ad avere vassoi di
Corinto originali». Io mi aspettavo che si lasciasse andare a una delle sue
solite sbruffonate, dicendo che i vasi se li faceva portare apposta da Corinto
per lui. Invece Trimalcione riesce a fare ancora di meglio. «Forse vorrai
sapere perché mai sono l'unico ad avere dei pezzi corinzi originali. Perché il
ramaio dal quale compro i vasi si chiama Corinto. E cosa c'è di più Corinzio di
quello che produce Corinto? Non pensate che sia un ignorante della grossa, lo
so benissimo anch'io qual è l'origine del bronzo di Corinto. Dopo la caduta di
Troia, quel gran dritto che era Annibale accatastò in un rogo tutte le statue
di bronzo, d'oro e d'argento e ci appiccò il fuoco, così che tutte si
mescolarono in un'unica lega. Allora i fabbri ferrai pescarono in quella massa
informe e ne fecero bacinelle, vassoi e statuette. Questa è l'origine del
bronzo corinzio, che ha dentro un po' di tutti i metalli, senza però essere né
l'uno né l'altro in particolare. Personalmente - lasciatemelo dire - preferisco
il cristallo: niente odori e, se solo non si rompesse, mi piacerebbe ancora più
dell'oro. Così invece non vale niente. 51 Eppure un tempo ci fu un
artigiano che costruì una bottiglia di vetro infrangibile. Presentatosi al
cospetto di Cesare, gliela regalò. Ma poi, dopo essersela fatta restituire, la
sbatté a terra. Cesare rimase senza fiato che più non si poteva. Ma il tipo
raccattò da terra la bottiglia, che si era giusto un po' ammaccata come un vaso
di bronzo. Poi tirò fuori dalla tasca un martelletto e cominciò tranquillo a
rimetterla in sesto. Ormai credeva di tenere Giove per le palle, specie dopo
che Cesare gli chiese: "C'è qualcun altro al corrente di questa tecnica di
lavorazione del vetro?". Occhio adesso: non appena quello ebbe risposto di
no, Cesare ordinò che gli tagliassero la testa: se infatti quel segreto si
fosse saputo in giro, per noi l'oro sarebbe al livello dello sterco. 52
Personalmente sono un grande appassionato di argenteria. Di boccali grandi come
urne ne avrò su per giù un centinaio... con sopra scolpita la storia di
Cassandra che uccide i figli e tutti quei bambini morti lunghi distesi, che li
diresti vivi tanto son fatti bene. E poi ho anche un vaso che mi ha lasciato in
eredità il mio padrone, dove Dedalo rinchiude Niobe nel cavallo di Troia. Le
battaglie di Ermerote e Petraite ce l'ho invece sui bicchieri, che sono tutta
roba massiccia. Me ne intendo io, e la mia competenza non ho intenzione di
venderla nemmeno per tutto l'oro del mondo». Mentre ci rifila questo elenco di
roba, un ragazzo lascia cadere una coppa. E Trimalcione, girandosi verso di
lui, gli ordina: «Prenditi immediatamente a schiaffi da solo, inetto che non
sei altro». Il ragazzo abbassa la testa e attacca subito a implorarlo. E lui:
«Ma perché mi preghi? Nemmeno se fossi io a procurarti guai. Dammi retta, è te
stesso che dovresti implorare, di non essere sempre con la testa tra le
nuvole!». E alla fine, supplicato anche da tutti noi, lascia andare il ragazzo
che, per la gioia di esser stato graziato, si mette a correre intorno al
tavolo... «Fuori l'acqua e dentro il vino» esclama Trimalcione... Gradiamo
tutti quest'altra sua facezia, e soprattutto Agamennone, che ormai aveva capito
con quali meriti si potesse rimediare un'altra abbuffata. E Trimalcione, a
sentirsi lodare, riprende a bere di gusto e, ormai mezzo ubriaco, dice: «Possibile
che nessuno di voi chieda alla mia Fortunata di farci danzare? Fidatevi di me:
nessuno al mondo balla il cordace meglio di lei». Ed ecco che lui stesso,
tenendo le mani alzate sopra la testa, si mette a imitare l'attore Siro, mentre
tutta la servitù lo accompagna intonando in coro Madeia, Perimadeia. E si
sarebbe andato a esibire al centro della sala, se Fortunata non gli avesse
sussurrato qualcosa all'orecchio. Presumo gli avesse detto che stupidaggini di
quel genere non si addicevano a un uomo del suo rango. Mai vista però tanta
instabilità di umore: un attimo era quasi in soggezione di fronte alla sua
Fortunata, e un attimo dopo si lasciava di nuovo trascinare dall'istinto. 53
A togliergli la fregola del ballo ci pensa un contabile che entra in sala e con
un tono da bando comunale annuncia: «Oggi, 26 luglio, nel podere cumano di
Trimalcione, nati 30 bambini e 40 bambine; trasportati dall'aia nel granaio
500.000 moggi di frumento; aggiogati 500 buoi. Stesso giorno: lo schiavo
Mitridate crocifisso causa bestemmie contro il nume tutelare del nostro Gaio.
Stesso giorno: chiusi in cassaforte 10 milioni di sesterzi perché non si è
trovato il modo di impiegarli. Stesso giorno: scoppiato un incendio negli orti
Pompeiani con inizio nella casa del fattore Nasta». «Cosa?» lo interrompe
Trimalcione «E quando me li sarei comprati gli Orti Pompeiani?». «L'anno
passato» risponde il contabile, «per questo non sono ancora stati registrati».
Trimalcione perde il controllo e sbraita: «Qualunque fondo si compri, se io non
ne vengo informato entro sei mesi, vi proibisco di includerlo tra le mie
proprietà». Poi si passa alla lettura delle ordinanze emesse dagli edili,
nonché di testamenti fatti da guardie forestali, nei quali Trimalcione viene
diseredato tramite un'apposita clausola. Vengono quindi letti i nomi dei
fattori, quello di una liberta ripudiata da un guardiano perché sorpresa a
letto con un bagnino, quello di un portinaio relegato a Baia, e in ultimo
quello di un tesoriere incriminato e gli atti di una vertenza tra camerieri.
Alla fine arrivano gli acrobati. Un mezzo deficiente tira su una scala e dice a
un ragazzo di salirci in cima un gradino dopo l'altro, ballando al suono di
certe canzonette; poi di buttarsi attraverso dei cerchi di fuoco e di reggere
un'anfora coi denti. L'unico che seguisse a bocca aperta era Trimalcione, il
quale diceva che quello sì era un mestiere ingrato, e che gli piaceva vedere
solo due cose al mondo, e cioè gli acrobati e i suonatori di corno. Tutto il
resto - animali, concerti, ecc. - erano pure e semplici fesserie. «Un tempo
avevo scritturato anche degli attori di commedia» aggiunge, «ma ho preferito
che recitassero soltanto delle Atellane, e al mio flautista ho ordinato di
suonare roba delle nostre parti». 54 Sul più bello dello sproloquio di
Gaio, il ragazzino... di Trimalcione gli rovina addosso. La servitù è tutta un
urlo, e i commensali non sono da meno, mica per quella nullità che tutti
avrebbero visto volentieri con l'osso del collo rotto, ma piuttosto per
l'orribile fine che la cena avrebbe avuto, se solo si fosse dovuto piangere un
morto di cui non fregava niente a nessuno. Ma siccome Trimalcione si lamentava
di brutto piegandosi sul braccio come se fosse fratturato, ecco accorrere i
medici da ogni parte e, in mezzo a loro, Fortunata che, coi capelli sciolti e
una tazza in mano, urlava di essere la più sfortunata e infelice delle donne.
Nel mentre, il ragazzino che gli era franato addosso si era messo a strisciare
ai nostri piedi, implorandoci di perdonarlo. A me la cosa puzzava alquanto:
temevo che tutto quel piagnisteo preparasse il colpo di scena di qualche
trovata di cattivo gusto. Infatti non mi era uscito di mente quel cuoco che
aveva dimenticato di sventrare il maiale. Così mi metto a ispezionare la sala
da pranzo in lungo e in largo, caso mai dovesse saltar fuori da qualche parete
una nuova diavoleria, specie dopo essermi reso conto che stavano fustigando un
servo che aveva fasciato il braccio contuso del padrone con una benda di lana e
non di porpora. Non mi ero sbagliato di troppo: infatti, al posto della
punizione ecco arrivare l'ordine di Trimalcione di rimettere in libertà il
ragazzino, per evitare che qualcuno andasse in giro a dire che un pezzo d'uomo
come lui era stato ferito da uno schiavo. 55 Approviamo il nobile gesto
e ci perdiamo nelle più svariate ciance sull'incertezza delle vicende umane.
«Bisogna evitare che questo episodio» interrompe Trimalcione «si esaurisca
senza che resti qualcosa di scritto». Si fa subito portare il necessario per
scrivere e, senza spremersi granché le meningi, ci recita questi versi: «Quanto
meno ti aspetti, accade all'improvviso. Domina tutto la Fortuna al di sopra di
noi. Perciò ragazzo versaci del vino di Falerno». Dopo questo epigramma, il
discorso scivola sui poeti... e il primato in quell'arte è rimasto a lungo di
Mopso di Tracia... finché Trimalcione dice: «Senti un po', maestro: che
differenza passa tra Cicerone e Publilio?». Personalmente credo che il primo
sia stato più eloquente, mentre il secondo più morale. Com'è possibile dirlo
meglio che con questi versi? "Sbriciola la lussuria le mura di Marte. Per
il tuo palato viene nutrito al chiuso il pavone, avvolto nel suo drappo dorato
di piume babiloniche, e la gallina numidica e il grasso cappone. E così la
cicogna, amato ospite in viaggio, cultrice di pietà, gracile, garrula, uccello
che fugge l'inverno, messo del tiepido tempo, ora per te fa il suo nido nella
pentola del peccato. Perché ti è cara la perla, piccolo frutto dell'India? Vuoi
forse che la matrona piena di gemme del mare apra le cosce ingorda su un letto
d'altri? Che fartene del verde smeraldo, preziosissima pietra? Perché
desiderare i rossi sassi di Cartagine? Risplende l'onestà forse solo tra i
rubini? È giusto che una sposa si vesta di vento, e poi si mostri nuda in un
velo di lino?". 56 Ma, secondo voi, qual è il mestiere più
difficile» prosegue Trimalcione «dopo quello del letterato? A parer mio quello
del medico o del banchiere: il medico perché deve sapere ciò che i poveri
omicciattoli hanno dentro le viscere e quand'è che viene la febbre, anche se
personalmente li detesto con tutto il cuore perché mi mettono sempre a brodino
d'anatra; il bancario perché deve saper distinguere il rame al di sotto
dell'argento. Tra gli animali che sono privi della parola, i più laboriosi sono
il bue e la pecora: i buoi perché se abbiamo il pane da mettere sotto i denti
lo dobbiamo a loro; le pecore perché con la lana ci rendono sciccosi. Ma la
cosa più infame è che certa gente le pecorelle se le mangia e ci si fa pure i
vestiti. Le api, poi, secondo me sono animali del cielo, perché vomitano miele,
anche se si dice che glielo fornisce Giove. E proprio per questo pungono,
perché dove là dove trovi il dolce, sta pur certo che c'è anche l'amaro». Stava
già per rubare il mestiere ai filosofi, quand'ecco che cominciano a far girare
una coppa piena di biglietti della lotteria e uno schiavetto addetto a questo
compito estrae i numeri leggendo ad alta voce le scritte sui premi. «Argento
letale»: portano un prosciutto con sopra dei bussolotti d'argento. «Cuscino»:
ed ecco arrivare un pezzo di capicollo. «Scemenze e insulti»: e sono offerte
delle gallette scipite insieme a una mela con dentro uno stecco. «Porri e
persiche»: e vengono consegnati una frusta e un coltello. «Passeri e moscato»:
e arrivano uva passa e miele dell'Attica. «Per la tavola e per il tribunale»: e
ci becchiamo un pasticcino e un quaderno. «Canale e pedale»: ed eccoti una
lepre e una suola di scarpa. «Murena e lettera»: e ci presentano un sorcio
legato a una rana e con un fascio di bietole. Ce la ridiamo di gusto. Di
messaggi così ne passano una marea, ma ormai chi li ricorda più? 57 E
intanto Ascilto, con la sua solita faccia tosta, siccome sbracciandosi a più
non posso sbeffeggiava tutto e tutti e aveva le lacrime agli occhi a forza di
ridere, uno dei liberti amico di Trimalcione - proprio quello che stava seduto
accanto a me - salta su tutte le furie e gli grida: «Che c'è da ridere,
deficiente? Forse che non ti vanno a genio le finezze del mio padrone? Magari
sei più ricco tu e sai trattare meglio la gente che inviti a cena. Che il nume
tutelare di questa casa mi assista, perché se sedevo vicino a quel ragazzotto,
stai pur certo che a quello lì gli avrei già fatto chiudere il becco. Una testa
di rapa che sbeffeggia gli altri! Un vagabondo, un brutto ceffo che non vale il
suo piscio. Insomma, se gli orino addosso non sa nemmeno dove darsela a gambe.
Maledetta miseria, non sono mica uno che si incazza facile, ma la gente molle
se la mangiano i vermi! E ride, lui! Ma che avrà mai da ridere? Non sarai mica
un figlio di papà, che ti ha pagato a peso d'oro? O sei cavaliere romano? E io
sono figlio di un re. "Ma allora" potresti obiettare tu "com'è
che prima facevi lo schiavo?". Ma l'ho scelto io: meglio essere cittadino
romano che un tributario di provincia. E adesso mi auguro di vivere così e di
non venir schernito da chicchessia. Sono un uomo tra gli uomini e cammino a
fronte alta. Non devo un centesimo a nessuno e mai ho avuto a che fare con la
legge e mai nessuno nel foro mi ha detto: "Ridammi quel che mi devi".
Mi son comprato un pezzo di terra e ho messo da parte qualche straccio di
risparmi: dò da mangiare a venti persone più un cane, ho riscattato la mia
compagna che così nessuno può più usare il suo petto come asciugamano, e ho
speso mille denari per la mia libertà. Mi hanno eletto seviro senza scucire una
lira, e così spero di non dover arrossire nemmeno dopo morto. Tu invece sei
così pieno di cose da fare che non riesci nemmeno a voltarti? La pagliuzza
negli occhi degli altri la vedi sì, ma la trave che c'hai nei tuoi no di certo.
È solo a te che noi sembriamo ridicoli. Guarda il tuo maestro: ha un sacco di
anni in più, ma a lui gli andiamo a genio. Tu che puzzi ancora di biberon, sei
fermo al bi e al ba, razza di cesso sfondato, anzi no, pezzo di cuoio
nell'acqua: solo più molle, mica meglio. Certo, tu sei più ricco, e magari ti
abbuffi due volte a pranzo e due volte a cena. Ma io alla mia dignità ci tengo
più che a tutto l'oro del mondo. Insomma, qualcuno mi ha forse chiesto due
volte una cosa? Sono stato schiavo per quarant'anni e mai nessuno ha saputo se
ero schiavo o libero. Sono arrivato in questo paese che ero un ragazzino con
una gran testa di capelli e che la basilica non c'era ancora. Però mi son messo
sotto per far contento il padrone, che era un pezzo grosso e un tipo
rispettato, e una sua unghia valeva più di tutto quanto sei tu messo insieme. E
pensare che in casa gente pronta a farmi le scarpe ce n'era che metà bastava.
Ma io, pace all'anima sua, sono rimasto a galla. Queste sì che sono prove.
Perché a nascere liberi tutto diventa facile, come dire: "Prego,
s'accomodi". E adesso perché mi fissi imbambolato come un caprone in mezzo
alle lenticchie?». 58 Finita questa filippica, Gitone, che se ne stava
accucciato ai miei piedi, scoppiò anche lui in una risata sguaiata dopo essersi
a lungo trattenuto. Non appena l'avversario di Ascilto se ne accorse, attaccò a
prendersela col ragazzo e lo assalì con queste parole: «E tu? Adesso ti metti a
ridere anche tu, pezzo di cipolla coi boccoli? Ma cos'è, siamo già a Carnevale,
è già dicembre? E il tuo cinque per cento quand'è che l'hai pagato? Ma guarda
cosa combina 'sto pendaglio da forca, 'sta carogna da corvi. Ci penso io, che
Giove ti strafulmini, te e questo qui che non sa tenerti a bada! Possa il pane
farmi schifo, se non è vero che lo lascio stare solo per rispetto al mio
compare, liberto pure lui. Altrimenti l'avrei già messo a posto come si deve.
Noi ce ne stiamo qua bravi bravi, e questi due cretini non sanno farti stare al
tuo posto. Ma è un fatto che il servo è tale quale il padrone. A stento riesco
a trattenermi: eppure sono uno che non si scalda subito, ma quando comincio non
mi fermo nemmeno di fronte a mia madre. Bene, razza di chiavica, ci vediamo
fuori, brutto carciofo. Che io possa criccare all'istante, se il tuo padrone
non lo riduco in poltiglia e non faccio passare anche a te un brutto quarto
d'ora, dovessi anche chiamare in causa il padreterno, maledetta miseria.
Fidati, quella capoccia di capelli da due soldi non ti servirà a un bel niente
né a te né a quella mezza calzetta del tuo padrone. Dovrai pure capitarmi a
tiro: e non sono più io, se non ti tolgo la voglia di prendere per il culo,
anche se tu avessi la barba d'oro. Che Atena ti stramaledica, te e quell'altro
che per primo ti ha adescato. Io non so di matematica, né di critica e di tutte
le altre insulsaggini, ma le maiuscole le leggo e so dividere per cento tutti i
pesi e le misure. Insomma, te la vuoi fare una scommessina? Ecco la mia posta,
tira fuori la tua. E anche se mastichi un po' di retorica, ti farò vedere che
tuo padre ha buttato via i suoi soldi. Beccati questo: "Cosa sono? Vado
su, vado giù, indovinami un po' tu". E ancora: "Chi si muove e fermo
sta?"; "Cos'è che cresce e poi si accorcia?". Corri,
t'imbamboli, annaspi che sembri un topo finito nel cesso. E allora chiudi il
becco e non infastidire chi è meglio di te e non sa manco che sei nato. A meno
che non ti passi per la testa che mi interessi quella bigiotteria che hai alle
dita e che hai grattato alla tua troietta. San Trafficone mi protegga! Andiamo
al foro a chiedere soldi in prestito, e vedrai se il mio anello non vale di più
anche se è solo di ferro! Ah, sei proprio bello con quella faccia di volpe
fradicia! Possa io fare un sacco di soldi e morire tanto bene che la gente
venga a giurare sulla mia tomba, com'è vero che ti correrò dietro fino alla
fine del mondo, foss'anche con la toga messa al rovescio! Gran bell'elemento
anche quell'altro che ti insegna 'sta roba, un ciarlatano, altro che maestro!
Ai miei tempi le cose non stavano così: il maestro ci diceva: "Avete
finito? Allora andatevene a casa. Non state a guardarvi intorno e abbiate
rispetto degli anziani". Ma oggi son tutte palle e non ce n'è uno che
valga un fico secco. Quanto a me, se sono così come mi vedi, devo solo dire
grazie al padreterno per l'educazione che ho avuto». 59 Ascilto era lì
lì per rispondergli per le rime, quando Trimalcione, divertito dall'eloquenza
del suo compare, interviene: «Avanti, piantatela di litigare. Torniamocene di
buonumore e tu, Ermerote, lascia stare il ragazzino che ha il sangue caldo, e
mostrati superiore. In faccende come queste, chi cede ha sempre la meglio.
Anche tu nei tuoi giorni di galletto facevi chicchirichì e non avevi la testa
granché a posto. Vediamo quindi di tornare allegri come prima, che è meglio, e
godiamoci gli omeristi». E infatti, proprio in quell'istante, fa il suo
ingresso una compagnia di guitti al suono di aste battute contro gli scudi.
Trimalcione si stravacca per bene sul cuscino e, dato che gli omeristi si
esibivano in greco secondo la loro stramaledetta abitudine, si mette a leggere
ad alta voce un libro in latino. All'improvviso, dopo aver imposto il silenzio,
dice: «Ma lo sapete che storia stanno rappresentando? Diomede e Ganimede erano
fratelli ed Elena era la loro sorella. Agamennone la rapì e a Diana rifilò in
cambio una cerva. Così adesso Omero racconta in che modo Troiani e Parentini si
facciano la guerra. Naturalmente ha la meglio Agamennone, e dà la figlia Ifigenia
in moglie ad Achille. Ed è per questa ragione che Aiace esce pazzo e adesso
vedrete voi stessi come va a finire la vicenda». Appena Trimalcione finisce di
parlare, gli omeristi si mettono a schiamazzare, mentre in mezzo alla servitù
indaffarata viene portato, sopra un vassoio sulle duecento libbre di peso, un
vitello lesso, per di più con un elmo sulla testa. Dietro di lui arriva un
Aiace che, brandendo la spada con gli occhi impallati, lo fa a brandelli e,
colpendo ora di taglio ora di punta, infilza i pezzetti sulla punta della lama
e li distribuisce tra gli invitati rimasti a bocca aperta. 60 Ma non
possiamo goderci a lungo quelle piroette così eleganti, perché all'improvviso
il soffitto si mette a scricchiolare e l'intera sala traballa. Balzo in piedi
spaventato, nel timore che dal tetto crolli giù qualche acrobata. Anche gli
altri invitati, non meno esterrefatti di me, alzano gli occhi per vedere quale
sia la novità in arrivo dal soffitto. Ma ecco che allora la volta si spalanca e
all'improvviso viene giù un grosso cerchio (forse tolto da un'enorme botte),
lungo il cui intero perimetro erano appese delle corone d'oro e delle boccette
di alabastro piene di profumi. Mentre veniamo invitati a prendere quei regali,
io mi volto verso la tavola... Ci avevano già piazzato un grosso portavivande
con sopra delle focaccine: al centro, imponente, un Priapo fatto in
pasticceria, reggeva in grembo, secondo l'uso comune, frutti di ogni genere e
uva. Al colmo della gola allunghiamo le mani su tutto quel ben di dio, e
all'improvviso una nuova invenzione ci riporta il sorriso sulle labbra. Infatti
non appena le tocchiamo, da tutte quelle focaccine e da quella frutta schizza
fuori dello zafferano che con un getto sgradevole ci arriva fino alla faccia.
Pensando che una portata servita con tutta quella parata di simboli avesse
qualcosa di sacro, ci alziamo impettiti ed esclamiamo: «Lunga vita ad Augusto,
padre della patria!». Ma quando ci rendiamo conto che qualcuno, appena finito
il brindisi, aveva già arraffato dei frutti, ci riempiamo anche noi i
tovaglioli, e soprattutto il sottoscritto, cui non sembrava mai di aver
gonfiato abbastanza le tasche di Gitone. Nel frattempo entrano tre schiavetti
vestiti con delle tuniche bianche e attillate: due piazzano sul tavolo le statue
dei Lari con le loro brave medagliette al collo, mentre il terzo porta in giro
una brocca di vino gridando: «Che gli dèi ci siano propizi!» ... Diceva che uno
si chiamava Affarone, il secondo Contentone e il terzo Guadagnone. E siccome
tutti si mettono a baciare un ritratto al naturale di Trimalcione, non ci
sembra affatto bello svignarcela senza esserci adeguati. 61 E dopo che
tutti si sono scambiati l'augurio di stare bene nell'anima e nel corpo,
Trimalcione si gira verso Nicerote e gli fa: «Certo che una volta tu a tavola
eri ben più allegro: non capisco perché ora te ne stai lì zitto e non fiati. Ma
ti prego, se vuoi farmi contento, raccontami l'avventura che ti è capitata». E
Nicerote, compiaciuto per il cortese invito dell'amico, esclama: «Possa io non
guadagnare più il becco di un quattrino, se già non faccio salti di gioia a
vederti tanto in forma. Viva dunque l'allegria, anche se ho paura che questi
letterati mi ridano dietro. Vedano un po' loro, io tanto la racconto lo stesso.
E poi cosa vuoi che mi tolga chi ride? È meglio far ridere che essere derisi».
Dopo aver detto così, incomincia il suo racconto: «Quando ero ancora schiavo,
abitavamo in Vico Stretto, dove oggi c'è la casa di Gavilla. Lì, dài che ti
dài, attacco a farmela con la moglie di Terenzio, l'oste. Magari l'avete anche
conosciuta, Melissa, la Tarentina, quel gran pezzo di donna. Io però non ci
avevo messo gli occhi sopra perché era una maggiorata o per sbattermela, ma
piuttosto perché aveva un cuore grande così. Qualunque cosa le chiedevo, lei me
lo dava: se racimolava un soldo, la metà finiva a me. Quanto al sottoscritto,
quello che avevo lo passavo nelle sue tasche e non ci ho mai preso delle
fregature. Un giorno, mentre se ne stava in campagna, il suo ganzo tira le
cuoia. Allora io, facendo il boia e l'impiccato, cerco con ogni mezzo di
raggiungerla, perché - così si dice - gli amici li si vede nel bisogno. 62
Il caso volle che il mio padrone se ne fosse andato a Capua a vendere il fior
fiore del suo ciarpame. E così, cogliendo la palla al balzo, convinco un nostro
ospite ad accompagnarmi fino al quinto miglio. Mica per altro: era un soldato e
per giunta forte come un demonio. Alziamo le chiappe al primo canto del gallo e
con una luna così chiara che sembrava di essere di giorno. Finimmo dentro un
cimitero: il mio socio si avvicina a una lapide e si mette a pisciare, mentre
io attacco a contare le lapidi fischiettando. A un certo punto, mi giro verso
il tipo e vedo che si sta togliendo i vestiti di dosso e butta la sua roba sul
ciglio della strada. A me mi va il cuore in gola e resto lì a fissarlo che per
poco ci resto stecchito. Ed ecco che quello si mette a pisciare tutto intorno
ai vestiti e di colpo si trasforma in lupo. Non pensate che stia scherzando:
non mentirei nemmeno per tutto l'oro del mondo. Ma, come stavo dicendo, appena
trasformato in lupo, attacca a ululare e poi si va a imboscare nella macchia.
Sulle prime io non sapevo più nemmeno dov'ero: poi mi avvicino ai suoi vestiti
per raccoglierli, ma quelli erano diventati di pietra. Chi più di me avrebbe
dovuto morire dalla paura? Ciò nonostante sguaino la spada e, menando colpi
alle ombre, tra uno scongiuro e l'altro, arrivo fino alla casa della mia amica.
Entro che sembro un cadavere, senza più fiato, con il sudore che mi scorre tra
le gambe e gli occhi spenti. Tanto che per riprendermi ci metto un bel po'. La
mia Melissa, stupita di vedermi in giro a quell'ora della notte, mi fa:
"Se solo fossi arrivato un po' prima, almeno ci avresti dato una mano: un
lupo è entrato nel recinto e ci ha massacrato tutte le pecore come un
macellaio. Comunque, anche se è riuscito a scappare, non ha da stare allegro,
perché un nostro servo gli ha trapassato il collo con la lancia". Dopo
aver sentito questa storia, non riesco a chiudere occhio per tutta la notte, ma
alle prime luci dell'alba me la filo a casa del nostro Gaio, nemmeno fossi un
oste appena ripulito. E quando passo davanti al punto in cui i vestiti del mio
compare erano diventati di pietra, ci trovo soltanto una pozza di sangue. Quando
arrivo a casa, il soldato è lì sbracato sul letto come un bue, con al capezzale
un medico impegnato a curargli il collo. Allora mi rendo conto che è un lupo
mannaro e da quel giorno non ho più mangiato con lui manco un tozzo di pane,
nemmeno a costo della vita. Liberi voi di pensare quello che volete, ma se vi
racconto una frottola, mi stramaledicano i vostri numi tutelari». 63
Rimaniamo tutti a bocca aperta. «Ci credo sì» commenta Trimalcione «a questa
storia - se c'è ancora qualcosa in cui credere - e ho tutti i peli dritti
perché so benissimo che Nicerone frottole non ne racconta, anzi è un tipo serio
che non ama le chiacchiere. Ma una storia incredibile ve la voglio raccontare
anch'io. Un po' come quella dell'asino che vola. Quando avevo ancora una testa
di capelli così, che da ragazzo io facevo la bella vita, muore il bambino del
mio padrone, un ragazzino affettuoso, per dio una perla come non ce ne sono.
Mentre quella poveraccia della madre lo stava piangendo e noi eravamo in
moltissimi lì intorno a vegliarlo, ecco che all'improvviso sentiamo urlare le
streghe. Era come un cane che insegue una lepre. C'era con noi uno della
Cappadocia, uno spilungone, tutto muscoli e niente paura, e così forte che
riusciva a sollevarti un toro imbestialito. Questo qui, allora, impugnata
coraggiosamente la spada e proteggendosi con cura la mano sinistra con la
veste, si precipita fuori della porta e infilza per bene una di quelle donne,
proprio qui nel nel mezzo, che dio me lo conservi! Noi sentiamo un gemito, ma -
non è una bugia, ve lo giuro - delle streghe nemmeno la traccia. Ma appena
rientra dentro, il nostro marcantonio si va ad accasciare sul letto col corpo
pieno di lividi, come se lo avessero preso a frustate, perché evidentemente lo
aveva toccato una mano stregata. Sprangata la porta, noi ce ne torniamo alla
nostra veglia, ma quando la madre fa per abbracciare il corpicino del figlio,
mette avanti le mani e trova soltanto un fantoccio di paglia. Niente più cuore,
niente più intestino, niente di niente: era chiaro che le streghe si erano
portate via il bambino e al suo posto avevano messo quel fantoccio di paglia.
Vi prego, mi dovete credere: esistono realmente queste donne che ne sanno una
più del diavolo, queste creature della notte che sconvolgono ogni cosa. Del resto
quel pezzo di spilungone, dopo il fattaccio, non ha più ripreso il suo colorito
e, tempo pochi giorni, è morto pazzo da legare». 64 Noi rimaniamo senza
fiato come se fossimo convinti e, baciando la tavola, imploriamo le creature
della notte di restare nelle loro dimore, quando di lì a poco ce ne saremmo
tornati dalla cena. A dir la verità io iniziavo a vedere le lampade doppie e mi
sembrava che tutta la sala fosse mutata, quando Trimalcione esclama: «Plocamo,
dico a te, possibile che tu non ci racconti nulla? Non vuoi proprio farci
divertire? E dire che un tempo eri più simpatico, canticchiavi dei motivetti
ch'era un piacere e anche quelle canzoncine d'amore. Ahimè, bei giorni che
furono!». «Ormai» fa quello, «sono arrivato al traguardo. Adesso ho la gotta. E
pensare che quando ero giovane, a forza di cantare quasi mi prendo la tisi. E
ballare? E recitare? E fare il barbiere? Ma quando mai c'è stato uno del mio
livello, tolto Apellete?». E accostata una mano alla bocca, ne cava fuori non
so quale spernacchiata che ci spaccia per musica greca. Ovviamente anche
Trimalcione, per non essere da meno, si mette a imitare quelli che suonano la
tromba, poi si gira a guardare il suo tesoro, un ragazzino tutto cisposo e coi
denti cariati che lui chiamava Creso. Quest'ultimo, alle prese con una cagnetta
nera, grassa da far schifo, che cercava di avvolgere in una fascia verde
pisello, aveva piazzato sul letto una pagnotta da mezza libbra e tentava di
ingozzarla a tutti i costi, anche se la bestia si tirava indietro per la
nausea. Di fronte a quello spettacolo, Trimalcione ordina che gli venga portato
Cucciolone, «guardiano della casa e della famiglia». Un attimo dopo viene fatto
entrare un cane enorme, con tanto di catena al collo, che, non appena il
portinaio gli tira un calcio ordinandogli di fare la cuccia, si va a piazzare
davanti alla tavola. E allora Trimalcione, allungandogli un pezzo di pane
bianco, dichiara: «Non c'è nessuno in casa mia che mi ami di più». Ma il
ragazzino, indispettito da quel complimento tanto smaccato a Cucciolone, mette
a terra la cagnetta e la aizza alla rissa. E Cucciolone, da vero cane qual era,
riempie la sala di orrendi latrati e per poco non fa a pezzi la perla di Creso.
Ma il gran bailamme non si esaurisce nella zuffa, perché un candelabro,
rovesciandosi sulla tavola, manda in mille pezzi tutti i vasi di cristallo,
schizzando di olio bollente parecchi commensali. Trimalcione, per far vedere
che quel disastro non gli faceva né caldo né freddo, bacia il ragazzino e se lo
fa salire sulle spalle. Quello non se lo fa ripetere due volte: gli si mette a
cavalcioni e gli assesta delle gran pacche a mano aperta sulla schiena,
strillando tra una risata e l'altra: «Indovina indovinello quante sono queste
qua!». Dopo essersi finalmente sfogato, Trimalcione ordina di preparare un
gavettone per dare da bere ai servi seduti ai nostri piedi, ma a una
condizione: «Se qualcuno non gli va, rovesciateglielo in testa: di giorno
serietà, ma adesso allegria». 65 Dopo questo slancio di bontà arrivano
delle altre leccornie, che, vi giuro, mi viene la nausea soltanto a ripensarci.
A ciascuno degli invitati, invece dei tordi, portano una gallina d'allevamento,
e uova di papera incappucciate, che Trimalcione fa di tutto per costringerci ad
assaggiare, dicendo che erano galline disossate. Proprio in quel frangente un
littore bussa alla porta della sala ed ecco entrare un nuovo commensale in
tunica bianca e con al seguito un gran numero di persone. Impressionato da una
simile maestà, io pensavo fosse arrivato il pretore, e così faccio per alzarmi,
nonostante fossi a piedi nudi. Di fronte a questa mia agitazione Agamennone
scoppia a ridere e dice: «Ma sta' tranquillo, scemo. È soltanto il seviro
Abinna, che è anche marmista e pare faccia delle bellissime lapidi». Tranquillizzato
da questo suo intervento, torno a distendermi e mi godo con enorme curiosità
l'ingresso di Abinna. Quello, ormai ubriaco, appoggiandosi con le mani sulle
spalle della moglie, mentre l'olio profumato dalla fronte gli colava fin negli
occhi a causa delle molte corone piazzate sulla testa, si sistema al posto
d'onore, e ordina subito vino e acqua calda. Compiaciuto dell'allegria che
c'era in sala, Trimalcione si fa portare anche lui un boccale più grosso e poi
chiede ad Abinna come gli era andata. «Tutto perfetto: mancavi solo tu. Io però
ero qui col pensiero. Ma, dio di un dio, è andata alla grande. Scissa ha
offerto un ricco novendiale in onore di un suo schiavo che, povero diavolo, lui
aveva liberato in punto di morte. Ma mi sa che avrà delle brutte rogne con le
tasse, perché il morto gliel'hanno valutato 50.000 sesterzi. Comunque siamo
stati che è un piacere, anche se ci è toccato versare metà del vino sulle
quattro ossa di quel disgraziato». 66 «Va bene, va bene» fa Trimalcione.
«Ma per cena che cosa vi hanno dato?». «Adesso» risponde l'altro, «provo a
dirtelo, se ci riesco. Ma io a memoria vado così forte che a volte non mi
ricordo manco come mi chiamo. Ad ogni modo, di primo ci hanno portato del
maiale incoronato di salsicce e di ventrigli di pollo cucinati
meravigliosamente, bietole e pane integrale autentico, che io preferisco a
quello bianco perché ti rimette in forze e quando faccio i miei bisogni non mi
vengono le lacrime agli occhi. Di secondo ci hanno portato una focaccia fredda
con sopra del miele caldo, di quello spagnolo che è la fine del mondo. La
focaccia l'ho assaggiata appena, il miele invece me lo son fatto uscire dagli
occhi. Di contorno ceci e lupini, noci a piacere e una mela a testa. Io
comunque me ne sono prese due, e la seconda ce l'ho qua nel tovagliolo, perché
se al mio schiavetto non gli porto qualcosa, finisce che mi fa una scenata. Ah
sì, fa bene a ricordarmelo la mia signora. Avevamo davanti agli occhi anche un
bel pezzo di carne di orso e Scintilla, dopo averne assaggiata un po' senza
starci a pensare, a momenti si vomita anche le budella. Io invece me ne son
fatta più di una libbra perché sapeva di carne di cinghiale. E poi, dico io, se
l'orso si pappa gli ometti, perché gli ometti non dovrebbero papparselo l'orso?
Per dessert ci hanno portato formaggio fresco, sapa, lumache, una a testa,
trippa, fegatini al tegamino, uova alla coque, rape, senape e un piatto con
dentro della roba che sembrava merda. Ma basta! Niente da fare: hanno fatto
girare anche un vaso di olive in salamoia, e dei burini se ne sono prese fino a
tre manciate a testa. Il prosciutto invece lo abbiamo rimandato al mittente». 67
«Ma dimmi un po', Gaio, te ne prego, com'è che Fortunata non è della partita?».
«Come? Non lo sai» gli risponde Trimalcione «che quella, finché non ha rimesso
a posto tutta l'argenteria e distribuito gli avanzi ai servi, non butta giù
nemmeno una goccia d'acqua?». «Va bene» incalza Abinna, «ma se lei non si fa
vedere, io alzo le chiappe e tolgo il disturbo». E aveva già fatto il gesto di
alzarsi, quando, su ordine del padrone, tutta la servitù si mette a chiamare
Fortunata quattro volte e più. Così lei arriva, con il vestito tenuto su da una
cintura giallina che le si vedeva sotto la tunica color ciliegia, i cerchietti
intrecciati alle caviglie e gli stivaletti dorati. Allora, asciugandosi le mani
con un fazzoletto che aveva al collo, si va a sdraiare accanto a Scintilla, la
moglie di Abinna, e mentre questa batte le mani, la sbaciucchia dicendo: «Te,
beato chi ti vede!». Tra un discorso e l'altro, si arriva al punto che
Fortunata si sfila i braccialetti dalle braccia grassissime e li mostra a
Scintilla tutta presa dalla cosa. Poi si toglie anche i cerchietti dalle
caviglie e la reticella da capelli che a sua detta era di oro puro. Trimalcione
segue la scena e poi, alla fine, si fa portare il tutto dicendo: «Ecco qua le
catene delle donne! E noi, baccalà, ci facciamo ripulire fino all'osso. Questo
qui mi sa che pesa almeno sei libbre e mezzo. Però un bracciale da dieci libbre
ce l'ho anch'io, che me lo son fatto fare coi millesimi di Mercurio». Poi, per
far vedere che non raccontava frottole, si fa portare una bilancia e pretende
che i commensali se la passino per verificare il peso del bracciale. Ma
Scintilla non è da meno, perché si toglie dal collo un astuccio in oro da lei
chiamato Felicione e ne estrae due orecchini che porge a Fortunata, dicendole:
«Questi sono un regalo del mio signor marito che di più belli non ce ne sono».
«Sfido io!» sbotta Abinna. «Per farti comprare quegli affari di vetro, mi hai
portato via anche la camicia! Stai pur certa che se avessi una figlia, le
taglierei i lobi delle orecchie. Se non ci fossero le donne, ti tirebbero
dietro la roba. E invece, guarda un po', ci tocca pisciare caldo e bere
freddo». Intanto le due donne, toccate nel vivo, mezze brille com'erano già, se
la ridono e si sbaciucchiano, mentre una elogia il suo impegno di madre di
famiglia, e l'altra si lamenta delle scappatelle del marito e di quanto lui la
trascuri. E mentre se ne stanno così appiccicate, Abinna, senza farsi vedere,
si alza e tira Fortunata per i piedi, facendola finire lunga e distesa sul
letto. «O porca...» urla quella con il vestito che svolazza fin sopra le
ginocchia. Poi però si ricompone e si va a buttare tra le braccia di Scintilla,
nascondendosi con il fazzoletto la faccia resa ancora più volgare dal rossore. 68
Poco dopo Trimalcione ordina di servire il dessert, e i servi sparecchiano i
tavoli e preparano dei nuovi coperti, spargendo per terra della segatura
colorata di zafferano e di carminio e, cosa questa che non avevo mai visto,
della polvere di mica. Subito Trimalcione attacca: «Certo poteva bastare la
prima portata. Invece c'è anche il dolce. E se di là avete qualcosa di buono,
allora portatelo». Intanto uno schiavetto di Alessandria impegnato a servirci
l'acqua calda comincia a imitare l'usignolo, con Trimalcione che ogni tanto gli
grida: «Cambia». E allora ecco arrivare un altro numero. Un servo che era
sdraiato ai piedi di Abinna, a un cenno direi del padrone, comincia a declamare
ad alta voce: «Intanto Enea era già in mare aperto con la flotta». Un suono più
duro e sgradevole io non l'avevo mai sentito: infatti quel tizio, oltre agli
alti e bassi casuali nei toni e agli errori di pronuncia tipici di chi è
straniero, mescolava al testo dei versi di Atellana, tanto che per la prima
volta in vita mia anche Virgilio mi fece venire il voltastomaco. Quando a un
certo punto non ne poteva più, Abinna aggiunge: «E pensare che a scuola non ci
ha mai messo piede: sono stato io che per fargli imparare qualcosa lo mandavo
dai suonatori ambulanti. Ed è per questo che adesso è una forza quando si mette
a fare il verso ai mulattieri e ai suonatori ambulanti. E poi è un talento
nato: sa fare il sarto, il cuoco, il pasticciere, un drago in tutti i mestieri.
Certo, due difetti ce l'ha, sennò sarebbe perfetto: è circonciso e russa. Che
poi sia strabico, non me ne importa: ha gli occhi come Venere. Per questo non
sta mai zitto, e i suoi occhi sono sempre mobilissimi. L'ho pagato trecento denari...».
69 Scintilla lo interrompe e sbotta: «Non li hai mica raccontati tutti i
pregi di questo schiavo, eh? Perché ti fa anche da ruffiano, ma io uno di
questi giorni lo faccio marchiare». Trimalcione rise e disse: «Lo riconosco, il
Cappadoce: non si priva di nulla e com'è vero dio fa pure bene, perché son cose
quelle che nella bara non ce le regala più nessuno. Ma tu, Scintilla, vedi di
non fare troppo la gelosa. Credimi, voi donne vi conosciamo bene. Morissi qui
sul posto, se non è vero che ai miei tempi mi sbattevo la padrona, tanto che
anche il padrone ha fiutato qualcosa e mi ha spedito a sgobbare in campagna. Ma
non fatemi parlare che è meglio». Ma quella lenza di uno schiavo, come se
avessero detto mirabilia sul suo conto, tira fuori una piccola lampada di
argilla e per una buona mezz'ora imita la tromba, con Abinna che lo accompagna
facendo vibrare il labbro inferiore. Alla fine avanza nel mezzo della sala e
imita il flautista con due pezzi di canna, per poi passare a fare il verso al
mulattiere con un mantello e una frusta, finché Abinna lo richiama a sé e lo
sbaciucchia porgendogli un bicchiere di vino: «Sei sempre più gagliardo, Massa,
eccoti in dono un bel paio di sandali». Dio solo sa quando sarebbe finito
quello strazio, se non avessero servito il dolce, a base di tordi farciti di
uva passa e noci. Poi arrivano delle mele cotogne piene di spine per farle
sembrare tanti ricci. E questo ancora ancora era tollerabile, se non avessero
portato un piatto ben più spaventoso che ci fa pensare che sarebbe stato meglio
morire di fame. Quando viene servita in tavola, occhio e croce ci sembra un'oca
obesa con contorno di pesci e di uccelli assortiti: «...», dice Trimalcione,
«tutto quello che vedete in tavola è fatto di un unico ingrediente». E io, siccome
un paio di cose le so, capisco subito di cosa si tratta e, rivolgendomi ad
Agamennone, gli dico: «Ci va già bene se tutta 'sta roba non è fatta di... o
almeno di fango. A Roma ne ho viste, a Carnevale, di cene così che erano tutte
finte». 70 Non avevo ancora finito di parlare, che Trimalcione
riattacca: «Possano tutte le mie ricchezze, e non la pancia, smettere di
crescere, se non è vero che per fare tutte queste cose il mio cuoco ha usato
solo carne di porco! Bravi come lui non ce ne sono. Se solo lo volete, quello è
capace che con una vulva vi fa un pesce, con un pezzo di lardo un piccione, con
un prosciutto una tortora e con un culatello una gallina. Ed è per questo che
io - ma sarò in gamba? - gli ho dato un nome bellissimo: l'ho chiamato Dedalo.
Siccome poi è davvero tanto in gamba, gli ho portato in dono da Roma dei
coltelli in acciaio Norico». Se li fa subito portare e, dopo averli scrutati
per bene con aria soddisfatta, ce li passa per farcene provare l'affilatura
sulla faccia. Tutto a un tratto entrano due servi, che sembrano reduci da una
rissa alla fontana, perché hanno ancora le anfore sulle spalle. Trimalcione si
mette a fare il giudice tra i due litiganti, solo che quelli se ne fottono
della sua decisione e cominciano a percuotere con un bastone l'uno l'anfora
dell'altro. Colpiti dall'insolenza di quei due ubriachi, li stavamo guardando a
bocca aperta mentre si scazzottavano, quando notiamo che le anfore rotte
seminano in giro patelle e ostriche, subito raccattate da uno schiavetto che ce
le viene a servire in un piatto. Quel cuoco ingegnoso non è però da meno quanto
a finezze e ci serve delle lumache su una graticola d'argento, mettendosi poi a
cantare un motivetto con una voce tremula e cavernosa. A raccontare il seguito
mi vergogno quasi: come non mi era mai successo prima, due ragazzi con delle
teste di capelli così portano dell'olio profumato in un catino d'argento e
ungono i piedi ai commensali, legandone poi le gambe e le caviglie con
coroncine di fiori. Quel che resta di quell'olio profumato lo versano poi
dentro la lampada e nel contenitore del vino. Fortunata aveva già voglia di
fare due salti, e Scintilla più che parlare riusciva solo a battere le mani,
quando Trimalcione disse: «Vi concedo di venirvi a sedere qui al mio tavolo, a
te Filargiro, e pure a te Carione e a Menofila, la tua signora, anche se sei un
Verde malfamato». E cos'altro ci mancava? Per poco non ci cacciano giù dai
triclinî, tanto la servitù aveva invaso la sala da pranzo. Certo è che mi trovo
spaparanzato addosso il cuoco che aveva trasformato il porco in anatra e che
feteva di sughetti e salamoia. E come se non gli bastasse di essere lì a
tavola, il tipo attacca a fare il verso a Efeso, l'attore tragico, e
addirittura a stuzzicare il padrone con questa scommessa: «Nei prossimi giochi
al Circo, la palma va ai Verdi!». 71 Eccitato da questa sfida,
Trimalcione fa: «Amici, anche gli schiavi sono uomini e hanno bevuto il nostro
stesso latte, solo che poi il destino non gli ha detto bene. Ad ogni modo,
presto berranno l'acqua della libertà, com'è vero che io sono ancora al mondo.
Insomma, nel mio testamento io li affranco tutti. A Filargiro gli lascio pure
un pezzo di terra e la sua donna, a Carione un palazzo intero, i soldi per
pagarsi la tassa del riscatto e un letto già belle che pronto. Erede universale
nomino invece la mia Fortunata e la raccomando a tutti i miei amici. E tutte
queste disposizioni le rendo pubbliche proprio perché l'intera casa cominci ad
amarmi adesso come se fossi già morto». Tutti avevano già attaccato a
ringraziare il padrone di tanta gentilezza, quando lui, lasciando perdere le
ciance, ordina che gli portino una copia del testamento e lo legge da cima a
fondo, mentre tutta la servitù singhiozza in sottofondo. Poi, rivolgendosi ad
Abinna, gli fa: «E tu che ne dici, caro amico mio? Me lo stai costruendo, vero,
il mio monumento sepolcrale come t'ho chiesto io? Ma soprattutto ti raccomando
di scolpire ai piedi della mia statua la cagnetta, delle corone, dei vasi di
fiori e in più tutti i combattimenti di Petraite, così che per merito tuo io
possa vivere anche dopo la morte. E provvedi a che la tomba sia larga trenta
metri e lunga sessanta. Poi voglio che intorno alle mie ossa ci siano frutti di
ogni tipo e viti in abbondanza. Infatti mi sembra una vera assurdità avere case
eleganti quando si è vivi, e non curarsi affatto di quella in cui ci tocca
vivere più a lungo. Ed è proprio per questo che voglio, prima di ogni altra
cosa, che sulla mia tomba ci sia scritto: "Questo sepolcro non passi agli
eredi". In più, col testamento mi regolerò in modo che nessuno mi possa
offendere da morto. Così darò disposizioni che a guardia del sepolcro ci sia
sempre uno dei miei liberti, per evitare che la gente vada a cacarci sopra. Mi
raccomando, poi, di scolpirci nel mio mausoleo... anche le navi con le vele al
vento, e me che me ne sto seduto in tribunale con la pretesta addosso e cinque
anelli al dito, nell'atto di distribuire soldi al popolo da una sacca. Lo sai
benissimo che una volta ho offerto un banchetto da due denari a testa. Se poi
ti garba, mettici pure dei triclini pieni zeppi di gente che se la spassa. Alla
mia destra colloca però la statua della mia Fortunata con in mano una colomba e
la cagnetta al guinzaglio, e pure il mio tesoro e tante anfore ben sigillate che
il vino non esca fuori. Se ti va, ci puoi anche scolpire un'urna rotta con un
ragazzino che ci piange sopra. Poi nel mezzo mettici un orologio, così che
chiunque voglia leggere l'ora, legga volente o nolente il mio nome. Per
l'iscrizione, dimmi un po' cosa te ne pare di questa: "Qui riposa G.
Pompeo Trimalcione Mecenaziano. Gli decretarono il sevirato mentre lui era
assente. Pur potendo far parte di qualsiasi decuria di Roma, non lo volle.
Devoto, forte, leale, anche se venuto su dal nulla, lasciò trenta milioni di
sesterzi, senza mai dare ascolto a un filosofo. Salute". "Anche a
te"». 72 Detto questo, Trimalcione attacca a piangere come una
fontana. Piangeva Fortunata, piangeva anche Abinna, e alla fine piangeva anche
tutta la servitù, riempiendo di singhiozzi l'intera sala, come se stessero
seguendo un funerale. E stavo per scoppiare in lacrime anch'io, quando
Trimalcione disse: «Ma allora, visto che sappiamo benissimo di dover morire,
perché nel frattempo non pensiamo un po' a vivere? Su, dài, che vi voglio
vedere tutti felici. Andiamoci a fare un bel bagno. Fidatevi di me e non ve ne
pentirete: è caldo come un forno». «Giusto, giusto» esclama Abinna, «dobbiamo
vivere un giorno come se fosse due. Così mi piace». E salta su a piedi scalzi,
per seguire Trimalcione che gongolava. Io mi giro verso Ascilto e lo apostrofo:
«Che ne dici? Io se solo vedo il bagno, ci resto secco sul colpo». «Diciamo di
sì» mi risponde, «e mentre quelli se ne vanno al bagno, noi ce la battiamo nel
mucchio». Approviamo l'idea e, scortati da Gitone lungo il portico, guadagniamo
l'uscita, dove però un cane alla catena ci accoglie con tali latrati che
Ascilto finisce a gambe all'aria nell'acqua della vasca. Anch'io, che quanto a
ubriachezza non ero da meno e che prima mi ero spaventato persino di fronte al
cane dipinto sulla parete, finisco in acqua mentre cerco di dare una mano ad
Ascilto che annaspa nell'acqua. A salvarci è il portinaio che col suo
intervento mette a tacere il cane e riesce a tirarci in secco tutti tremanti.
Gitone, nel frattempo, se l'era cavata alla grande col cane, buttando alla
bestia latrante tutti gli avanzi della cena che noi gli avevamo affidato: e il
cane si era ammansito, attratto dal cibo. Ma quando, tutti intirizziti,
chiediamo al portinaio di farci sgusciare fuori, quello replica: «Grosso errore
se credete di potervene andare dalla porta attraverso la quale siete entrati.
Nessun invitato è mai passato dallo stesso ingresso: da una parte si entra, e
da un'altra si esce». 73 Che cosa potevamo fare, noi poveri diavoli,
chiusi in quel labirinto di nuovo genere, se non vedere un bagno caldo come
l'unica via d'uscita? Così siamo noi a chiedere al portinaio di accompagnarci
e, dopo esserci tolti i vestiti che Gitone mette ad asciugare sulla soglia,
entriamo nella sala da bagno che guarda caso era così stretta da sembrare una
cella frigorifera, con dentro Trimalcione impalato in piedi. Neppure lì
riusciamo a evitare le sue schifose esibizioni: stava infatti dicendo che non
c'era niente di meglio al mondo che lavarsi senza tanta gente intorno e che in
quel punto c'era prima un mulino. Poi, quando si sente senza forze, si siede e,
ispirato dall'acustica del locale, gira il suo faccione da ubriaco verso il
soffitto e attacca a massacrare le romanze di Menecrate (così almeno dicevano
quelli che capivano le sue parole). Gli altri invitati, nel frattempo,
correvano lungo la vasca dandosi la mano e cantavano un ritornello facendo un
baccano terrificante. Altri, invece, cercavano di raccogliere dal pavimento
degli anelli con le mani strette dietro la schiena, o di toccarsi la testa con
la punta dei piedi piegandosi con le ginocchia e rovesciandosi all'indietro.
Mentre quelli se la spassavano con questi giochetti, noi ci infiliamo nella
vasca che era stata preparata per Trimalcione. Smaltita così la sbornia, ci
portano in un'altra sala, dove Fortunata aveva preparato degli altri
manicaretti, perché sopra le lampade vedo... pescatori di bronzo, tavole in
argento massiccio, calici di terracotta dorata e vino che sgorgava da un otre lì
davanti ai nostri occhi. E Trimalcione dice: «Amici, oggi un mio servo si è
rasato per la prima volta. E siccome è un tipo parsimonioso e risparmiatore
fino alle briciole, gozzovigliamo e stiamocene a tavola fin che fa giorno». 74
Stava pronunciando queste parole, quando arrivò il canto di un gallo. Turbato
da quel suono, Trimalcione fa versare del vino sotto il tavolo e anche sulla
lampada. Poi, passandosi l'anello alla mano destra, disse: «Se questo
trombettiere ha dato l'allarme non può non esserci un buon motivo: mi sa che
sta per scoppiare un incendio o qui intorno qualcuno è lì lì per esalare
l'anima. Vade retro da noi! Chi mi trova questo profeta del malaugurio si becca
una bella mancia». Detto fatto: lì dal vicinato gli portano un gallo e Trimalcione
ordina di cucinarlo. Sventrato da quel genio d'un cuoco che poco prima aveva
trasformato la carne di maiale in pesci e uccelli, il gallo viene messo in
pentola, mentre Dedalo ci versa dentro dell'acqua bollente e Fortunata trita
sopra il pepe con un macinino di legno. Dopo aver assaggiato un po' anche di
questo manicaretto, Trimalcione si rivolge ai suoi schiavi e dice: «Ma come,
voi non avete ancora mangiato? Avanti, sparite e fate venire degli altri a
servire». Entra così un nuovo gruppo e, mentre i primi esclamavano:
"Statti bene, o Gaio", i nuovi arrivati fecero eco dicendo:
"Salute a te, o Gaio". Ma da quel momento il nostro buon umore
cominciò a guastarsi, perché tra i servi appena venuti c'era un ragazzino
niente male che Trimalcione, appena lo vede, gli si butta al collo attaccando a
sbaciucchiarselo tutto. Ma Fortunata, facendo valere il suo sacrosanto diritto,
comincia a inveire contro Trimalcione, dandogli dello sporcaccione e
dell'impunito, incapace addirittura di controllare la sua foia. E, per finire,
lo chiama "cane". Allora Trimalcione, colpito dall'insulto, per tutta
risposta, le tira in faccia un calice. Ma lei, come se ci avesse rimesso un
occhio, attacca a strillare e si porta le mani tremanti al viso. Chi è anche
sconvolta è Scintilla, che si stringe al petto l'amica in lacrime e singhiozzi,
mentre un ragazzino pieno di premure le porge una bacinella con dell'acqua
fresca e Fortunata ci si piega sopra tra lacrime e gemiti. Trimalcione, invece,
senza badarle, prorompe: «Ma non se lo ricorda cos'era questa baldracca di una
canzonettara? L'ho tolta io dal marciapiede e ne ho fatto una signora tra le
signore. Lei no, si gonfia come una rana, si crede chissà chi: è una testa di
legno, altro che una donna! Ma chi è nato in una capanna non si sogna certo un
palazzo. E se solo la mia buona stella mi assiste, ci penso io a domare questa
Cassandra in ciabatte! E pensare che avrei potuto avere in moglie una donna con
un milione di sesterzi, razza di idiota che non sono altro. E tu lo sai che non
racconto frottole. Agatone, il profumiere di una vicina di qui, mi prende da
parte e mi dice: "Non vorrai mica lasciar morire così la tua
stirpe!". E io, da bonaccione che sono e per non sembrare uno
sconsiderato, mi sono dato la zappa sui piedi. D'accordo: ma farò in modo che
tu mi venga a cercare grattando la terra con le unghie. Anzi, per capire già
fin da adesso il bel guadagno che ci hai fatto, guarda: Abinna, la sua statua
non mi va più che la scolpisci sulla mia tomba, perché non ho nessuna
intenzione di farmi del sangue cattivo anche da morto. Anzi, perché sappia che
con me non c'è da scherzare, le proibisco di baciarmi quando sarò cadavere». 75
Dopo questa sfuriata, Abinna comincia a implorarlo di calmarsi. «Tutti possono
sbagliare. Siamo uomini, non dèi». Le stesse cose gliele ripete anche Scintilla
in lacrime, chiamandolo Gaio e scongiurandolo in nome del suo nume tutelare di
avere pietà. E Trimalcione, non riuscendo più a trattenere le lacrime, sbotta:
«Ti prego, Abinna, e che tu possa godere a lungo dei tuoi soldi, ma sputami in
faccia se ho fatto qualcosa di male. Ho baciato un ragazzino tutto per bene,
non tanto perché è carino, ma perché è pieno di pregi: sa dividere per dieci,
legge i libri a prima vista, coi suoi risparmi si è comprato una tenuta da
Trace, e poi una poltrona e due vasi, sempre di tasca sua. Non è dunque giusto
che sia la pupilla dei miei occhi? Ma Fortunata non vuole. È così che la
mettiamo, razza di spocchiosa? Lo vuoi un consiglio? Cerca di capire il colpo
di fortuna che hai avuto, razza di arpia, e non irritarmi più del dovuto, se no
finisce che lo vedi di cosa sono capace, zoccola da strapazzo. Eppure mi
conosci: se mi ficco in testa qualcosa, è come un chiodo piantato in un muro.
Ma pensiamo a noi, piuttosto. E voi, amici, vi prego, su con la vita. Come voi
lo sono stato anch'io, ma per la mia bravura sono arrivato fino a qui. È il
cuore che fa l'uomo, e tutto il resto sono quisquilie. "Compro bene, vendo
bene". C'è chi vi dirà una cosa, chi un'altra. Sta di fatto che io ho benessere
da vendere. E tu invece, cosa continui a piangere, razza di lagna? Bada che se
non la pianti, ti faccio piangere io. Allora, come vi stavo dicendo, è stata la
mia parsimonia a farmi arrivare così in alto. Quando sono arrivato dall'Asia
ero alto come quel candelabro: ogni giorno mi ci andavo a misurare e, per farmi
crescere la barba più in fretta, mi ungevo la faccia con l'olio delle lampade.
Per quattordici anni sono stato il cocco del padrone, e non venitemi a dire che
è un obbrobrio: chi comanda è il padrone. Io comunque mi facevo a mia volta la
padrona. Capite benissimo di cosa parlo: ma non aggiungo altro, perché non sono
uno che si dà arie». 76 «Ad ogni modo, come gli dèi han voluto, in
quella casa divenni io il padrone, e il mio signore faceva tutto di testa mia.
Che altro dovrei dirvi? Mi nominò erede unico insieme all'imperatore,
lasciandomi un patrimonio da senatore. Ma nessuno ne ha mai abbastanza, e così
mi buttai nel commercio. Per non farvela troppo lunga, feci costruire cinque
navi, le caricai di vino - che in quel tempo era oro colato - e lo spedii a
Roma. Però, nemmeno a farlo apposta, le navi andarono a picco dalla prima
all'ultima. È la verità, mica una frottola. In un solo giorno il mare si pappò
trecentomila sesterzi. Credete che mi sia scoraggiato? Manco a pensarlo: la
cosa non mi fece né caldo né freddo, come se non fosse successo un bel niente.
Invece feci costruire altre navi, più grosse, più robuste e più fortunate, così
che tutti andassero a dire in giro che ero uno che non si scoraggia. Lo sapete
benissimo, più una nave è grande, più diventa resistente. Imbarcai di nuovo
vino, lardo, fave, cosmetici e schiavi. In quel frangente fu Fortunata a
compiere un bel gesto davvero: vendette in massa gioielli e guardaroba e mi
mise in mano cento monete d'oro. E per le mie finanze questo gruzzolo fu come
lievito. Quando poi il cielo ti assiste, le cose filano ch'è un piacere. Con un
viaggio soltanto mi misi in tasca dieci milioni di sesterzi. Riscattai subito
la terra che era stata del mio padrone, mi tirai su una casa, acquistai schiavi
e bestie da soma. Tutto quello che toccavo, cresceva come fosse stato un favo.
Quando mi resi conto di esser più ricco di tutta la mia città messa insieme, la
piantai col commercio e mi misi a prestare a interesse ai liberti. A essere
sinceri, non lo facevo volentieri quel traffico, ma a spingermi a continuare fu
un astrologo che dalle nostre parti ci era capitato per caso, un greco di nome
Serapa, che quanto a consigli poteva darne anche agli dèi. Riuscì a elencarmi
per filo e per segno anche quelle cose che ormai io mi ero bello che
dimenticato. Sembrava in grado anche di leggermi negli intestini, e poco mancò
che mi sapesse dire anche quello che avevo mangiato il giorno prima. Sembrava
avesse passato con me una vita intera». 77 «Dammi una mano, Abinna, se
non sbaglio c'eri anche tu, no, quando mi diceva: "Tu la padrona l'hai
conquistata con quella tua tecnica. Tu con gli amici non sei granché fortunato.
Nessuno ti è mai grato abbastanza di quello che fai. Tu possiedi terre a
perdita d'occhio. Tu ti porti in seno una vipera". E - perché poi non
dovrei confessarvelo - che mi restano da vivere trent'anni, quattro mesi e due
giorni, e che riceverò presto un'eredità. Il mio oroscopo è questo. Se poi
riuscirò a toccare la Puglia coi miei terreni, allora sì che avrò speso bene la
vita. Nel frattempo, con l'aiuto di Mercurio, mi sono costruito questa casa. E
voi lo sapete benissimo che era una bicocca: adesso è diventata una reggia. Ha
quattro sale da pranzo, venti camere da letto, due porticati in marmo, una
serie di stanze al piano di sopra, la camera dove dormo io, un salottino per
questa vipera qua, e un alloggetto niente male per il portinaio. Per gli
ospiti, poi, lo spazio non manca. Quando Scauro è transitato di qua, non ha
voluto alloggiare se non da me, e dire che il padre ha una gran villa sul mare.
E ci sono anche tante altre cose che tra un attimo vi faccio vedere. Credete a
me: noi valiamo per quello che abbiamo. Più possiedi, più sarai considerato.
Prendete il vostro amico: da rana che era, adesso è diventato re. Ma ora Stico
portami la roba con cui voglio essere seppellito. E portami anche i cosmetici e
un dito di quel vino nell'anfora, che voglio lo usino per lavarmi le ossa». 78
Stico non si fa pregare, e in un attimo porta in sala una coperta bianca e una
toga pretesta... che lui ci ordina di palpare, per vedere se erano di lana
buona o meno. Poi, sorridendo, riprende: «Sta' all'occhio, Stico, che non me le
rodano i sorci o le tarme, se no ti brucio vivo. Voglio un funerale coi
fiocchi, con tutta la gente dietro a parlar bene di me». Poi stappa una
boccetta di nardo e ci unge dal primo all'ultimo dicendo: «Spero che da morto
questo profumo mi piaccia come da vivo». Dopo aver fatto versare del vino nel
contenitore, aggiunge: «Fate conto ch'io vi abbia già invitati al mio banchetto
funebre». La faccenda stava diventando nauseante, quando Trimalcione, ormai
stordito dalla sbornia, ordina che entri nella sala una nuova banda - questa
volta costituita da suonatori di corno - e, stravaccandosi su una montagna di
cuscini, si sdraia in fondo al divano, dicendo: «Fingete che sia morto e
suonatemi qualcosa di carino». Gli orchestrali attaccano un'assordante marcia
funebre e specialmente uno di essi, il servo di quell'impresario di pompe
funebri, che era il più rispettabile in quella combriccola, si butta sullo
strumento con una foga tale da svegliare tutto il vicinato. E così, i pompieri
che erano in servizio in quel quartiere, credendo che la casa di Trimalcione
stesse andando a fuoco, sfondano subito la porta e si mettono a fare il loro
solito caos a base di colpi di accetta e secchiate d'acqua. E noi,
approfittando di quella meravigliosa occasione, salutiamo al volo Agamennone e
filiamo via di corsa proprio come se stessimo scappando da un incendio. 79
Non avevamo dietro nemmeno una torcia che ci illuminasse la via, né il silenzio
della notte ormai a metà del suo corso ci faceva sperare nel lume di qualche
passante. A tutto questo si aggiungeva il fatto che eravamo ubriachi e non
conoscevamo quella zona, dove sarebbe stato difficile districarsi anche in
pieno giorno. Così, dopo aver girato per quasi un'ora in mezzo a sassi e a
pezzi di anfora rotta con i piedi che ci sanguinavano, alla fine riuscimmo a
venirne a capo solo grazie all'accortezza di Gitone. Quel furbone, infatti, la
sera prima, temendo che da quelle parti ci si potesse perdere anche alla luce
del sole, aveva marcato col gesso tutti i pilastri e le colonne, e adesso quei
segni che, bianchi com'erano, li si poteva distinguere anche nel cuore della
notte, ci indicavano la giusta via. Ma anche alla locanda ci toccò sudare,
perché la vecchia aveva passato la giornata a riempirsi di vino insieme agli
altri clienti, e adesso non si sarebbe svegliata nemmeno dando fuoco alla casa.
E forse avremmo passato il resto della notte lì sulla porta, se non fosse
passato un corriere di Trimalcione scortato da dieci carri, il quale, senza
stare tanto a bussare, scaraventò giù la porta, permettendoci così di entrare
attraverso quel varco. * Che notte stupenda fu quella, o numi del cielo, Che
letto di fiaba! Uniti nel fuoco dei baci, Le anime ardenti scambiammo,
passandole di bocca in bocca. Addio, mortali affanni! Quello sì che fu un dolce
morire. Ma ho ben poco da stare allegro. Appena infatti la sbornia e il sonno
mi allentano la presa, Ascilto, sempre pronto a inventarne di nuove, mi porta
via il ragazzino nel cuore della notte e se lo trascina nel letto,
spupazzandosi alla grande quell'amante non suo: e Gitone, vuoi perché insensibile
all'offesa, vuoi perché fingeva di non accorgersene, finisce coll'addormentarsi
nella braccia di quell'estraneo, con somma indifferenza per ogni umano
rispetto. Così, quando apro gli occhi e allungando la mano nel letto mi accorgo
che il mio tesoro non c'è più, rimango lì nel dubbio (ammesso che si debba
prestar fede agli innamorati) se valga la pena di trafiggerli con la spada,
facendoli così passare dal sonno alla morte. Poi però, scegliendo la soluzione
più saggia, sveglio Gitone a furia di botte e, fissando Ascilto con aria truce,
gli urlo: «Visto che con questo bel numero hai violato la parola data e
l'amicizia che ci legava, levati di torno più presto che puoi e vai a fare le
tue schifezze da qualche altra parte». Ascilto non batte ciglio e, dopo aver
diviso d'amore e d'accordo la nostra roba, mi dice: «Bene, e adesso dividiamoci
anche il ragazzino». 80 Io pensavo volesse congedarsi con una battuta di
spirito. Ma lui sguaina la spada con mano fratricida e si mette a gridare: «Non
te lo godrai questo tesoro, su cui vorresti buttarti da solo. Bisogna proprio
che ci esca la mia parte, a costo di tagliarmela con questa spada, visto il
disprezzo in cui mi tieni!». Dall'altra parte io faccio lo stesso, mi avvolgo
il braccio col mantello e mi metto in guardia in attesa dello scontro. Nel
pieno di questo accesso di follia a due, quel poveraccio di Gitone ci
abbracciava in lacrime le ginocchia, implorandoci di non trasformare quella
locanda in una seconda Tebe e di non macchiare col nostro sangue il sacro
vincolo di un'amicizia tanto bella. «Ma se il morto ci deve scappare comunque»
urlava, «eccovi la mia gola: rivolgete qui le vostre mani, infilateci dentro le
spade fino all'elsa. Chi deve morire sono io, perché ho distrutto il sacro
vincolo dell'amicizia». Di fronte a quelle suppliche rimettiamo a posto le
spade, e il primo a parlare è Ascilto: «Io voglio mettere fine alla lite: il
ragazzo vada pure con chi gli pare, perché sia libero di optare per chi vuole
almeno nella scelta del "fratellino"». Pensando che l'amicizia di
lunga data tra me e Gitone si fosse ormai trasformata in un legame di sangue,
non ho nulla da temere, anzi aderisco subito alla proposta con uno slancio
rabbioso, lasciando che a giudicare della lite sia il solo Gitone. Che non ci
pensa su nemmeno un attimo, tanto per far vedere di essere un po' indeciso, e
mentre io sono ancora lì che devo finire l'ultima parola, lui si alza di scatto
e si sceglie Ascilto come fratellino. Fulminato da quella decisione, così
com'ero, senza nemmeno più la spada, cado sul letto, e mi sarei ammazzato con
le mie mani, non fosse stato per il trionfo del nemico. E così Ascilto se ne va
tutto ringalluzzito da quella preda, piantando lì su due piedi e in un posto
sconosciuto l'uomo che fino a poco prima era stato il suo migliore amico nella
buona e nella cattiva sorte. La parola amicizia dura finché serve; la pedina
corre instabile sulla scacchiera. Finché regge la fortuna, eccoti tutti amici;
ma quando crolla, è subito vergognosa fuga. * I guitti sono in scena alle prese
con un mimo: chi fa il padre, chi fa il figlio, chi la parte del riccone. Ma
quando sulla pagina il comico finisce, torna la faccia vera e quella falsa
muore. * 81 Ad ogni modo, non me ne sto lì a piangere ancora per molto,
ma per paura che tra le altre disgrazie l'assistente Menelao mi trovi lì da
solo nella locanda, raccolgo i miei stracci e avvilito come sono prendo in
affitto un posticino fuori mano in riva al mare. Rimango lì barricato per tre
giorni e, assillato dal pensiero della solitudine e da quello dell'affronto
subito, mi percuotevo il petto, continuando a ripetermi, tra gemiti disperati:
«Ma perché la terra non mi ha voluto inghiottire? Perché non mi ha risucchiato
il mare che infierisce anche contro gli innocenti? Sono forse sfuggito alla
giustizia, ho scampato la sabbia del circo, ho assassinato un ospite, per
finire, dopo tante prove coraggiose, in una pensioncina di una città greca,
senza il becco di un quattrino, cacciato dalla patria e abbandonato? E chi mi
ha condannato a questo isolamento? Un ragazzino rotto a ogni libidine, degno
per sua stessa ammissione dell'esilio, uno che a forza di concedersi è
diventato libero e rispettabile, uno che ha alle spalle una vita di marchette,
e che faceva la ragazzina anche con quelli che sapevano benissimo che era un
maschio. E dell'altro, che cosa dovrei dire? Che il giorno della toga virile si
è messo un vestito da donna, che già sua madre lo aveva persuaso di non essere
un uomo, che quand'era ai lavori forzati faceva la troia di tutti, e che poi,
soltanto per cambiare settore di schifezze, ha tradito il nome di un'antica
amicizia. Vergogna! Come la peggiore delle puttane, si è venduto fino alle
braghe per la fregola di un'unica notte. E nel frattempo, quei due se la
spassano abbracciati, e magari, stremati dal piacere, se la ridono anche della
mia solitudine. Ma non la passeranno liscia. E non sarò più un uomo e libero
per giunta, se non laverò nel loro sangue l'affronto che hanno fatto al mio
onore». 82 Al termine di questo sproloquio, mi cingo la spada al fianco
e, per evitare che la debolezza fisica comprometta l'esito della missione, mi
rimetto in forze con una bella abbuffata. Poi mi precipito fuori e, come un
pazzo, comincio a camminare su e giù sotto i portici. Ma mentre son lì invasato
a sognare stragi e massacri con gli occhi fuori della testa, e la mia mano
corre sempre più spesso alla spada destinata alla vendetta, mi nota un tizio in
uniforme, o barbone o tagliagole che fosse e mi fa: «Altolà camerata! Di che
legione sei o di quale centuria?». Siccome io mi invento lì su due piedi i nomi
del centurione e della legione, quello ribatte: «E dimmi un po', in questo tuo
reggimento i soldati vanno in giro coi sandali bianchi ai piedi?». Ma quando
poi dalla mia faccia e dal mio imbarazzo si capisce benissimo che ho mentito,
il tipo mi intima di consegnargli l'arma e di non mettermi nei pasticci.
Disarmato e ormai privo di ogni velleità di vendetta, me ne torno alla pensione
e lì, sbollita a poco a poco la rabbia, finisco per ringraziare la spudoratezza
di quel cialtrone. * Non beve in mezzo all'acqua, né coglie i frutti penduli il
povero Tantalo, anche se il desiderio lo rode. Questa è la sorte del ricco, che
sguazza nel troppo di tutto e rumina a bocca asciutta la sua fame. * Mai
fidarsi troppo di quel che si ha in animo di fare, perché la sorte ha una sua
logica. * 83 Arrivo in una splendida pinacoteca piena di quadri di ogni
tipo. Vedo infatti opere di Zeusi non ancora intaccate dall'usura del tempo, e
non senza un brivido sfioro degli schizzi di Protogene che quanto a realismo
gareggiavano con la natura stessa. Inoltre contemplo di Apelle uno di quelli
che i Greci chiamano monocnémi. I contorni delle umane erano
tratteggiati con una naturalezza e una precisione tali che si sarebbe potuto
dire ci fossero dipinte dentro anche le anime. Da una parte un'aquila rapiva
Ganimede trascinandolo in cielo, dall'altra l'ingenuo Ila respingeva una Naiade
priva di ritegno, e Apollo imprecava contro le sue mani colpevoli, mettendo
sulla allentata lira un fiore appena sbocciato. In mezzo a tutte quelle scene
con al centro l'amore, salto su a dire, come se fossi stato da solo in pieno
deserto: «Ma allora l'amore colpisce anche gli dèi! Siccome Giove non trovava
in cielo quel che gli andava a genio, se n'è sceso a peccare sulla terra, senza
però far dei torti a nessuno. La ninfa che rapì Ila avrebbe frenato la propria
febbre d'amore, se solo avesse saputo che Eracle sarebbe venuto a lamentarsi da
lei. Apollo fa rivivere in un fiore l'ombra del suo diletto. Anche tutti gli
altri miti del passato raccontano storie di amori non corrisposti. Io, invece,
mi sono andato a mettere con un socio più crudele di Licurgo». Mentre son lì
che me la prendo con l'aria, entra nella pinacoteca un vecchio coi capelli
tutti bianchi, la faccia tirata, e che sembrava promettere chissà cosa, anche
se i suoi vestiti non erano proprio eleganti, che si capiva benissimo era uno
di quegli intellettuali che ai ricchi di solito non gli vanno giù. Il tipo si
viene a fermare accanto a me. * «Sono un poeta» mi dice, «e nemmeno, come mi
auguro, da buttar via, per lo meno se si deve credere ai premi letterari, che
adesso c'è il vizio di darli anche a cani e porci. "Ma allora" tu mi
potresti chiedere "perché vai in giro vestito a quel modo?". Ma
proprio per questo: la passione per la cultura non ha mai reso ricco nessuno.
Chi al mare s'affida, di guadagni si riempie; chi corre dietro guerre e
battaglie, d'oro si cinge; il vile adulatore se ne sta sdraiato ubriaco sulla
porpora, e chi attenta alle spose, trae profitto peccando. I retori solo
tremano in poveri panni, e con voce debole invocano le arti abbandonate. 84
È senz'altro così: se uno, nemico di tutti i vizi, si mette a seguire la retta
via, lo guardano subito male proprio per questa sua differenza di mentalità,
perché non piace a nessuno la gente che non pensa come lui. E poi, coloro che
badano solo a fare soldi a palate, pretendono che al mondo non ci sia niente di
più prezioso di quello che possiedono. E così perseguitano in tutti i modi
possibili gli amanti delle lettere, perché anche quelli diano l'impressione di
essere inferiori al denaro. * Non so perché l'intelligenza debba sempre essere
sorella della povertà. * Vorrei che chi avversa la mia sobrietà fosse tanto
indulgente da potersi commuovere. E invece quello lì è una canaglia incallita,
che ne sa più dei papponi in persona». * 85 EUMOLPO. «Quand'ero militare
in Asia agli ordini di un questore, mi ospitò una famiglia di Pergamo. Siccome
mi trovavo benissimo non solo per la comodità dell'alloggio, ma anche perché il
padrone di casa aveva un figlio bellissimo, mi misi subito a escogitare il
sistema per diventarne l'amante senza che il padre se ne rendesse conto. Tutte
le volte che a tavola si faceva un accenno a certe esperienze omosessuali, io
mi infervoravo così tanto e chiedevo con una tale decisione di non offendere le
mie orecchie con sconcezze di quel tipo, che soprattutto la madre del ragazzo
mi guardava come un vero filosofo. Così cominciai ad accompagnarlo io in
palestra, ad organizzargli lo studio, a dargli qualche lezione, a
raccomandargli di non portarsi in casa qualche maniaco sessuale. * La sera di
un giorno di festa, mentre ce la godevamo nel triclinio e una protratta allegria
ci aveva tolto la forza di ritirarci nelle nostre camere, verso mezzanotte mi
resi conto che il ragazzo era ancora sveglio. E allora, con un filo di voce,
feci questo voto: "O nostra Signora Venere, se solo riesco a baciare
questo ragazzo senza che se ne accorga, domani gli regalo una coppia di
colombe". Ma il giovane, sentendo il prezzo che ero disposto a pagare per
quel tipo di piacere, cominciò a russare. Io saltai subito addosso a
quell'ipocrita e lo sommersi di baci. Soddisfatto di questo inizio, la mattina
mi alzai di buon'ora e comprai un bel paio di colombe che, come lui si
aspettava, gli portai, per tener fede al mio voto. 86 Essendosi la notte
successiva ripresentata l'occasione, cambiai obiettivo e dissi tra me e me:
"Se riesco a palparlo per bene senza che lui se ne accorga, in cambio gli
regalo due galli da combattimento". Sentendo questa promessa e, mi sa
tanto, temendo che fossi io ad addormentarmi, il ragazzino mi si avvicinò
spontaneamente. Io allora mi sbrigai a tranquillizzarlo e mi rimpinzai con
tutto il suo corpo, senza però arrivare al piacere supremo. Poi, alle prime
luci del giorno, gli portai con sua grande gioia quanto promesso. Quando anche
la terza notte vidi che c'era via libera, mi alzai e, mentre lui fingeva di
dormire, gli sussurrai in un orecchio: "O dèi immortali, se a questo
angioletto addormentato riesco a fargli il servizio completo, domani, in cambio
di questo piacere, gli regalo un bellissimo puledro macedone, a patto però che
non si accorga di nulla". Il ragazzino dormì profondo come non gli era mai
successo. Così io prima mi riempii le mani coi suoi capezzoli al latte, poi mi
attaccai alle sue labbra in un bacio lunghissimo e alla fine concentrai tutte
le mie voglie in un unico punto. La mattina successiva, lui se ne stava in
camera, aspettando che come al solito io gli portassi il mio regalo. Ma sai
benissimo quanto più facile sia comprare colombe e galli rispetto a un puledro,
e in più avevo paura che un regalo di quelle dimensioni potesse rendere
sospetta la mia generosità. Così, dopo qualche ora passata a zonzo, me ne
tornai a casa e al ragazzino non gli diedi altro che baci. Ma lui, guardandosi
intorno mentre mi stringeva tra le braccia, mi disse: "Signore mio, ma il
cavallo dov'è?". * 87 Non avendo mantenuto la mia promessa, mi ero
chiuso quella porta che io stesso avevo aperto. Ciò nonostante ritornai alla
carica. Pochi giorni dopo, essendosi ripresentata un'altra occasione
altrettanto propizia, non appena mi resi conto che il padre stava russando,
cominciai a scongiurare il ragazzino che facesse la pace con me, che cioè
continuasse a lasciarsi soddisfare come prima, e aggiunsi tutte le altre
frescacce che la foia più matta suggerisce. Ma lui, ancora imbronciato con me,
continuava a ripetere: "O dormi, o chiamo mio padre!". Ma non c'è
nulla che sia così difficile da non poterlo strappare a colpi di malizia. E
mentre lui continuava a ripetere: "Guarda che chiamo mio padre", io
gli scivolo nel letto e lo possiedo di forza senza stare tanto a badare alle
sue resistenze. Ma lui, per niente contrariato dalla mia violenza, dopo essersi
a lungo lamentato dicendo che io l'avevo ingannato e che era diventato lo
zimbello dei suoi compagni di scuola coi quali si era fatto bello della mia
generosità, disse: "Ti farò vedere che non sono come te. Se vuoi fa'
pure". E così, lasciando da parte ogni motivo di rancore, tornai nelle
grazie del ragazzino e, dopo avere di nuovo approfittato della sua compiacenza,
scivolai nel sonno. Ma lui, che era nel pieno dello sviluppo e in quell'età in
cui si prova più gusto a farsi ingroppare, non si accontentò del mio bis. Così
mi venne a svegliare dicendomi: "Non vuoi nient'altro?". Anche se non
del tutto, la sua generosità cominciava però a pesarmi. Ad ogni modo, anche se
col fiato corto e in un lago di sudore, gli diedi quel che voleva, per poi
ripiombare nel sonno, stremato dal piacere. Non era passata nemmeno un'ora, che
il ragazzino prese a darmi dei pizzicotti dicendo: "Perché non lo
rifacciamo?". Ma io, seccato da tutti quei risvegli forzati, saltai su
tutte le furie e gli restituii le sue stesse parole: "O dormi, o chiamo
tuo padre"». * 88 Sollevato da quel racconto, mi misi a interrogare
quel vecchio saggio... sull'epoca dei quadri e su certi argomenti che non mi
erano troppo chiari, e insieme sulle cause della decadenza della nostra età e
sul perché le più belle arti fossero tanto in crisi, e in particolare la
pittura di cui non era rimasta nemmeno la traccia. E lui attacca: «La sete di
denaro ha portato a questo cambiamento. Nel buon tempo antico, la virtù la si
apprezzava di per se stessa, le arti liberali fiorivano e gli uomini
gareggiavano per evitare a tutti i costi che non rimanesse nell'ombra ciò che
avrebbe potuto giovare ai secoli a venire. Fu così che Democrito distillò i
succhi di tutte le erbe, e impiegò la vita intera a fare esperimenti perché le
proprietà di piante e minerali non rimanessero un mistero. Eudosso, a sua
volta, invecchiò sulla cima di una montagna altissima per studiare il moto
delle stelle e del cielo, mentre Crisippo, perché la sua mente desse il meglio
nelle invenzioni, la purificò per tre volte con l'elleboro. Tornando però alle
arti figurative, Lisippo morì di inedia perché troppo preso a dare gli ultimi
tocchi a una sua statua, mentre Mirone, che riusciva quasi a trasfondere nel
bronzo i sentimenti degli umani e delle bestie, adesso è senza eredi. E noi
invece, persi come siamo tra crapule e battone, non riusciamo nemmeno ad
apprezzare le opere di un tempo, e ce la prendiamo con gli antichi, anche se
poi siamo maestri e discepoli di vizi. Dov'è finita la dialettica? E
l'astronomia? Che fine ha fatto quell'eccelsa via alla sapienza? Chi è mai più
entrato in un tempio facendo voti per diventare eloquente? Chi per attingere
alla sorgente della filosofia? Nessuno fa più voti perché il cielo ci conservi
la salute e ci dia la serenità interiore. Ma uno non ha ancora varcato la
soglia del Campidoglio, che subito promette un'offerta se potrà vedere
sottoterra un parente pieno di soldi, un altro se scopre un tesoro, e un altro
ancora se arriva a mettere insieme trenta milioni di sesterzi senza incidenti.
Addirittura il senato, che invece dovrebbe essere un esempio di rettitudine e
di giustizia, ha ormai preso l'abitudine di promettere mille libbre d'oro al
Campidoglio e, perché nessuno si faccia troppi scrupoli sulla gran voglia di
far soldi, corrompe pure il padreterno a suon di bustarelle. Dunque non ti
stupire se la pittura è bella che andata, quando tutti - uomini e dèi compresi
- preferiscono un bel malloppo d'oro piuttosto che tutto quanto han fatto quei
due pazzoidi di greci, Apelle e Fidia. 89 Ma siccome ti vedo tutto
concentrato su quel quadro con la presa di Troia, cercherò di spiegartene il
soggetto in versi: Già la decima estate assediava i mesti e incerti Frigi e il
nero dubbio invadeva la fede del vate Calcante, quando al responso di Apollo
crollano recise le vette dell'Ida, cadono i tronchi tagliati gli uni sugli
altri, e già danno forma a un cavallo minaccioso. Nel vasto fianco si apre uno
squarcio di caverna che dentro nasconde uno stuolo agguerrito d'armati. Lì
s'annida un valore infuriato da un decennio di guerra, e i Danai stipati si
celano in quel dono votivo. O patria! Noi credemmo in fuga le mille navi e
libero il suolo patrio dalla guerra. Questo trovammo inciso sulla bestia,
questo affermò Sinone pronto al destino, possente menzogna verso il baratro.
Sciama a frotte dalle porte la gente, a offrire voti credendo finita la guerra.
Rigano i volti le lacrime, è un pianto di gioia che invade gli animi ancora in
subbuglio. Ma nuovo timore le caccia. Capelli sciolti al vento, Laocoonte
ministro di Nettuno fende urlando la folla, vibra la lancia, la scaglia nel
ventre del mostro, ma il volere dei numi gli fa debole il braccio, e il colpo
rimbalza attutito, e dà credito all'inganno. Ma ancora egli chiede vigore alla
mano spossata e saggia con l'ascia i concavi fianchi. Trasalgono i giovani
chiusi nel ventre panciuto, e al loro sussurro la mole di quercia palpita
d'estranea angoscia. Quei giovani presi andavano a prendere Troia, finendo per
sempre la guerra con frode inuaudita. Ma ecco un altro prodigio là dove Tenedo
sorge dal mare, i flutti si gonfiano turgidi, rimbalzano le onde, si gonfiano
di schiuma che la spiaggia ribatte, quale un tonfo di remi arriva nel cuore
sereno della notte, quando solca una flotta le acque del mare che fervide
gemono sotto l'impeto delle chiglie. Là noi volgiamo gli occhi e vediamo due
draghi, che torcendosi spingono l'onda agli scogli, e coi petti impetuosi
vorticano schiume intorno ai fianchi, come alte navi. Il mare percuotono con le
code, le sciolte criniere lampeggiano come gli occhi, un bagliore di folgore
incendia il mare e le onde sono tutte un tremolio di fremiti. Ogni cuore è
sgomento. Cinti di sacre bende e con addosso il costume frigio i due figli
gemelli di Laocoonte stavano lì sulla spiaggia. A un tratto li avvinghiano
nelle loro spire i due draghi di fiamma, e quelli protendono ai morsi le
piccole mani. Ciascuno non sé ma il fratello aiuta, e pietà si scambiano,
finché morte li coglie in un mutuo terrore. Alla strage si aggiunge anche il
padre, ben debole aiuto, che i due draghi già sazi di morte assalgono e
trascinano sul lido. Giace vittima il sacerdote tra le are e il suo corpo
percuote la terra. Così venne profanato il sacro e Troia affacciata sulla
rovina perse per prima cosa gli dèi. Piena la luna già spandeva il suo candido
raggio guidando con luce raggiante gli astri minori, quando dai chiusi recessi
liberano i Danai i guerrieri tra i Priamidi immersi nel sonno e nel vino. Tutti
i capi sono in armi già pronti alla strage, come un cavallo tessalo che a
briglia sciolta scuote alta la testa e agita l'irta criniera prima di darsi al
galoppo. Sguainano le spade, imbracciano saldi gli scudi e ovunque son pronti
all'assalto. Uno sgozza i nemici ancora immersi nel vino, e dal sonno alla
morte li invia, un altro accende le torce alla fiamma degli altari, e il dio di
Troia contro Troia invoca». 90 Alcuni di quelli che passeggiavano sotto
i portici cominciarono a prendere a pietrate Eumolpo che stava declamando. Ma
lui, che doveva essere abituato a quel tipo di applausi rivolti alle sue
tirate, si riparò la testa e sgattaiolò fuori dal tempio. Quanto al
sottoscritto, tremai al pensiero di essere preso anch'io per un poeta. E così,
seguendolo nella fuga, arrivai alla spiaggia, e non appena ci trovammo fuori
dalla portata delle sassate, gli gridai: «Ehi, ma cosa diamine ti sei messo in
testa con questa mania? Siamo insieme da meno di due ore e invece di parlare da
persona normale continui a recitare versi. Non mi stupisco davvero se la gente
ti prende a sassate! Anzi, bisogna che mi faccia anch'io una bella scorta di
pietre, così, ogni volta che attacchi a dar fuori di matto, ti faccio uscire
pure io un po' di sangue dalla testa». Lui scuote la testa e mi fa: «Caro il
mio giovanotto, non crederai mica che oggi sia stato il mio debutto? No, e
tutte le volte che salgo su un palcoscenico per declamare qualcosa, la gente mi
riserva sempre un trattamento del genere. Ma dato che non ho alcuna intenzione
di mettermi a litigare anche con te, ti prometto che oggi ne farò a meno per
tutto il giorno». «Benissimo: se oggi la pianti con la tua fissazione» faccio
io, «allora ce ne andiamo a mangiare insieme». * Perciò ordino alla
proprietaria della locanda di prepararci una bella cenetta... * 91 Vedo
Gitone appoggiato al muro, con in mano spazzole e asciugamani e l'aria triste e
frastornata. Era evidente che vivere in servitù non gli andava granché a genio.
E così, per verificare che la vista non mi stesse ingannando... Quello si volge
verso di me, col viso illuminato dalla gioia e mi dice: «Pietà, fratello. Ora
che non ci sono armi in giro, posso parlare senza remore. Puniscimi come
preferisci, ma liberami da quel criminale sanguinario: nella mia miseria, sarà
per me una bella consolazione morire per mano tua». Io gli ordino di piantarla
con quella lagna, per non render noti i fatti nostri alla gente e, dopo essermi
sganciato da Eumolpo che, nel frattempo, si era messo a declamare carmi nel
bagno, trascino via Gitone attraverso una viuzza sudicia e buia e filo dritto
alla mia stamberga. E lì, dopo aver sprangato la porta, lo soffoco a forza di
abbracci e col volto cancello dal suo viso le lacrime. Per un bel po' non
fiatammo né l'uno né l'altro, anche perché il petto del ragazzino era squassato
da gemiti senza tregua. «È un'indegna vergogna!» esclamai alla fine «Che io ti
ami anche dopo che mi hai piantato, che nel mio cuore non ci sia più traccia di
cicatrici, là dove prima c'era una ferita tanto profonda! Come puoi
giustificare l'esserti dato a un altro? Mi meritavo un trattamento simile?».
Quando si rese conto che io ero ancora preso di lui, inarcò le sopracciglia
ancora più sorpreso... * «E pensare che avevo rimesso a te come unico giudice
la decisione d'amore! Ma non mi lamento più di niente, non mi ricordo più di
niente, se adesso sei disposto a rimediare alla tua colpa con un affetto
sincero». E dopo aver pronunciato quelle parole in un profluvio di gemiti e
lacrime, lui mi asciugò la faccia col mantello e disse: «Encolpio, mi affido
alla tua memoria: sono io che ti ho piantato, oppure sei stato tu a tradirmi?
Per quanto mi riguarda, ammetto in tutta sincerità che, quando ho visto due
uomini armati, mi sono messo con quello più forte». Baciando di nuovo quella
testina che ragionava in maniera tanto assennata, gliela presi tra le mani, e
per fargli capire ch'era rientrato nelle mie grazie e che la nostra amicizia
era tornata quella di una volta, me lo strinsi forte al petto. 92 Era
già notte fonda e la padrona ci aveva preparato la cena come richiesto, quando
Eumolpo bussò alla porta. «Quanti siete?» domandai io, correndo a sbirciare dal
buco della serratura per accertarmi se c'era anche Ascilto. Ma quando vidi che
il mio ospite era da solo, lo feci subito entrare. Quello si lasciò cadere sul
mio letto. Scorgendo però Gitone impegnato ad apparecchiare, esclamò: «Gran bel
pezzo di Ganimede! Qui stasera si folleggia». Questa curiosa uscita non mi andò
giù per niente e cominciai a temere di essermi trascinato in casa uno simile ad
Ascilto. Ma Eumolpo insisteva e, mentre il ragazzo gli porgeva da bere, gli
disse: «Meglio te che tutti quelli del bagno messi insieme». Dopo essersi
scolato il bicchiere tutto d'un fiato, ci confessò che non gli era mai capitato
di peggio. «Mentre mi stavo lavando» disse lui, «per poco non mi prendevano a
sprangate perché mi ero messo a declamare una poesia a quelli seduti sul bordo
della vasca. Dopo esser stato scacciato dal bagno come se fossi stato a teatro,
cominciai a girare in lungo e in largo e a chiamare a gran voce
"Encolpio!". Ma dalla parte opposta vidi venire verso di me un
giovane senza niente addosso (i vestiti li aveva persi), che gridava con lo
stesso tono di voce arrabbiata "Gitone!". E mentre a me dei ragazzini
facevano malamente il verso come se fossi stato fuori di testa, quello invece
venne circondato da una enorme folla che gli batteva le mani con grande
rispetto e ammirazione. Il fatto è che il tizio aveva tra le gambe un arnese
talmente grosso che lui, dico l'uomo, sembrava una semplice appendice del suo
membro. Che giovanotto in gamba! Mi sa che quello attaccava la sera e finiva la
mattina. E infatti trovò subito chi gli diede una mano. Infatti, un tale non
meglio identificato, un cavaliere romano (a quanto pare non uno stinco di
santo), gli buttò addossso il mantello e se lo portò a casa per godersi, credo,
da solo tutto quel ben di dio. Io, invece, non sarei riuscito nemmeno farmi
ridare i vestiti dal guardaroba, se non avessi trovato un testimone. Com'è vero
che al mondo è meglio lavorare d'uccello che non di cervello». Mentre Eumolpo
raccontava questa storia, io continuavo a cambiare espressione, divertendomi un
mondo per le disgrazie del mio avversario e rattristandomi di fronte ai suoi
successi. Ad ogni modo me ne stetti zitto, fingendo di non sapere nulla di
quella faccenda e ordinai che ci portassero la cena. * 93 «Ciò che è
alla portata di tutti non vale granché, e l'animo, portato com'è all'errore,
finisce col preferire le ingiustizie. Il fagiano importato dalla Colchide e le
galline d'Africa piacciono al nostro palato, perché li trovi di rado. L'oca
bianca invece e l'anatra dalle penne screziate hanno sapore plebeo. Uno scaro
giunto da spiagge lontane e i pesci che ci offre la Sirte, se in più c'è di mezzo
un naufragio, ci sono graditi. Stufa invece la triglia. Vale più della moglie
l'amante, cede la rosa alla cannella. Sempre pare migliore ciò che tocca
cercare». «È così» salto su io «che mantieni la promessa di non metterti a
comporre versi per tutta la giornata di oggi? Che diamine, noi potresti anche
risparmiarci, visto che non ti abbiamo ancora preso a sassate. Perché mi sa
che, se qualcuno di quelli che stanno sbevazzando in questa taverna sente puzza
di poeta in giro, tira giù dai letti tutto il vicinato e finisce che ci accoppa
dal primo all'ultimo! Abbi quindi un po' di compassione e ricordati di quello
che ti è successo alla pinacoteca e al bagno». Ma Gitone, buono dentro com'era,
mi rimproverò per quelle parole e mi disse che non era affatto bello agire
così, cioè mancare di rispetto a una persona più anziana e nel contempo di
dimenticarsi dei doveri di ospitalità, offendendo Eumolpo dopo esser stato
tanto gentile da invitarlo a cena. A questi rilievi ne aggiunse poi anche
parecchi altri, ma detti con quella garbata moderazione che tanto si addicevano
alla sua grazia. * 94 EUMOLPO A GITONE. «Beata la mamma tua che ti ha
fatto così: onore al merito! Non succede spesso che la saggezza sia unita alla
bellezza. Perché tu non debba pensare di aver sprecato il fiato, sappi che in
me hai trovato uno che ti vuole bene. Io riempirò le mie poesie con le tue
lodi, e sarò tuo maestro e tua guardia del corpo, anche se non lo vorrai. E poi
a Encolpio non gli faccio mica un torto: è innamorato di un altro, lui».
Encolpio poteva ringraziare quel soldato che mi aveva portato via la spada,
perché altrimenti tutta la mia rabbia contro Ascilto l'avrei scaricata sul suo
sangue. Il che non sfuggì a Gitone che uscì dalla camera col pretesto di
andarsi a prendere un bicchier d'acqua, e così, durante questa sua assenza
strategica, la rabbia mi sbollì a poco a poco. E quando i nervi mi si distesero
un pochino, gli dissi: «Ascolta, Eumolpo, preferisco che tu ti metta a
snocciolare versi, piuttosto che farti venire certe idee. E poi, se tu sei uno
che si infoia, io sono un collerico: lo vedi benissimo, caratteri del genere
non possono legare. Fa' quindi conto che io sia pazzo, cedi alla mia follia,
cioè togliti immediatamente dai piedi». Sconcertato da questa dichiarazione, Eumolpo,
senza indagare sui motivi della mia scenata, con un balzo raggiunse l'ingresso,
si tirò dietro la porta e, senza che io me ne rendessi conto, me la chiuse in
faccia, portandosi via la chiave per correre a cercare Gitone. Intrappolato lì
dentro, decisi di farla finita impiccandomi al soffitto. Avevo già legato la
cintura alla sponda del letto appoggiato alla parete e stavo già per infilare
la testa dentro il cappio, quando la porta si spalancò ed entrarono Eumolpo e
Gitone che mi riportarono alla luce della vita impedendomi di compiere quel
passo fatale. Soprattutto Gitone che, passando dal dolore alla rabbia in un
crescendo isterico, mi afferò con entrambe le mani scaraventandomi sul letto:
«Ti sbagli di grosso» esclamò, «se credi di potertene morire prima di me: ci ho
pensato prima io. Quand'ero in camera di Ascilto, ho cercato di procurarmi una
spada, e se non ti avessi trovato mi sarei ucciso buttandomi in qualche
burrone. E perché tu possa renderti conto che la morte non gira alla larga di
quelli che la cercano, sta' a vedere quel che tu volevi far vedere a me». Detto
fatto, strappa un rasoio dalle mani del servo di Eumolpo e, dopo essersi
assestato un paio di colpi alla gola, crolla a terra ai nostri piedi. Io caccio
un urlo di terrore e, buttandomi su di lui, cerco di togliermi anch'io la vita
con quello stesso arnese. Ma se Gitone non si era fatto manco un graffio, io
non avevo male in nessun punto. E infatti, nell'astuccio c'era un rasoio
spuntato e privo di filo, come quelli che usano i garzoni dei barbieri per
farsi la mano. Ecco perché il servo se l'era lasciato prendere senza fare una
piega, ed Eumolpo non aveva interrotto quel suicidio farsa. 95 Mentre
era in corso questa sceneggiata da innamorati, entrò l'albergatore con una
portata della cena e, vedendoci nel pieno di quell'avvitamento sfrontato di
corpi sul pavimento, disse: «Ma vi prego: siete ubriachi, evasi, o tutte e due
le cose insieme? Chi è che ha tirato su quel letto e che cosa significano tutti
questi armeggi furtivi? Ci scommetterei che volevate svignarvela nel cuore
della notte senza pagarmi la stanza! Ma non la passerete liscia, perché vi farò
vedere io che questa pensione è di Marco Mannicio, e non di una vedova». «Anche
le minacce, adesso?» saltò su Eumolpo, assestandogli un sonoro ceffone sulla
faccia. Ma quello, che a forza di bicchierini scolati coi clienti era un po'
andato, scaraventa un orcio di argilla sulla testa di Eumolpo, gliela spacca
facendolo urlare dal dolore e quindi se la fila. Imbestialito da
quell'affronto, Eumolpo afferra un candelabro di legno e si butta
all'inseguimento, vendicandosi del sopracciglio a suon di legnate. Accorrono in
massa i servi e i clienti ubriachi. Io allora, cogliendo la palla al balzo per
prendermi la rivincita su Eumolpo, lo chiudo fuori rendendogli così pan per
focaccia, e mi preparo a godermi la camera e la notte senza più rivali. Intanto
i cuochi e i pensionanti se la prendono con quel disgraziato rimasto chiuso
fuori: c'è chi gli vuole ficcare in un occhio uno spiedo ancora pieno di frattaglie
sfrigolanti, e c'è chi invece gli si fa sotto minaccioso brandendo un gancio da
macellaio. Più di tutti una vecchia cisposa, con addosso un grembiule sudicio e
ai piedi due zoccoli spaiati, si fa avanti trascinando un enorme cane legato
alla catena e lo aizza contro Eumolpo che, nel frattempo, si difende da tutti
quegli assalti impugnando il candelabro. 96 Noi ci godevamo tutto lo
spettacolo guardando attraverso il buco che si era aperto poco prima nella
porta quando era saltata via la maniglia, e io gioivo al vedere Eumolpo che ne
prendeva un sacco e una sporta. Gitone però, pietoso com'era sempre, sosteneva
che avremmo dovuto aprire la porta e intervenire in suo aiuto. Ma io, che
dentro ero ancora arrabbiato nero, non riuscii più a frenare la mano e gli
rifilai un bel colpo in testa a pugno chiuso. Lui scoppiò a piangere e si andò
a buttare sul letto. Io invece, dopo essermi rimesso a sbirciare dal buco prima
con un occhio, poi con l'altro, mi stavo godendo le mazzate assestate a Eumolpo
come se fossero state dei manicaretti e gli consigliavo di scegliersi un
avvocato, quand'ecco che Bargate, amministratore dello stabile avvertito nel
pieno della cena, fece il suo ingresso in lettiga proprio nel bel mezzo di quel
putiferio. Quello, che in più ci aveva anche la gotta, dopo aver investito con
voce cavernosa e piena di rabbia gli ubriachi e gli evasi, scorgendo Eumolpo
gli disse: «O sommo tra tutti i poeti, eri tu? Ma cosa aspettano a togliersi di
torno questi schiavi fottuti e a piantarla con la rissa?». * [L'AMMINISTRATORE
BARGATE A EUMOLPO] «La mia compagna ha alzato la cresta. Perciò, se mi vuoi
bene, vedi di darle un po' addosso coi tuoi versi, che si esalti un po' meno».
* 97 Mentre Eumolpo e Bargate se ne stavano a confabulare in disparte,
entrò nella locanda un banditore accompagnato da un pubblico ufficiale e da un
modesto codazzo di gente e, sventagliando una torcia che faceva più fumo che
luce, proclamò: «Poco fa si è smarrito nei bagni un ragazzo di circa sedici
anni, ricciolino, delicato, bello, di nome Gitone. Chi volesse riportarlo o
fornire indicazioni per rintracciarlo riceverà mille sesterzi di ricompensa». A
due passi dal banditore c'era Ascilto intabarrato in una veste variopinta e con
in mano un vassoio d'argento sul quale aveva in bella mostra il denaro. Ordinai
a Gitone di buttarsi subito sotto il letto e di aggrapparsi mani e piedi alle
cinghie che reggevano il materasso, convinto che così appeso al letto sarebbe
sfuggito anche se avessero frugato per bene là sotto, un po' come in passato
Ulisse era riuscito a sfuggire al Ciclope attaccandosi al ventre di un montone.
Gitone non se lo fece ripetere e in un secondo si abbrancò alle cinghie,
superando in astuzia lo stesso Ulisse. Per non dare adito a sospetti, riempii
il letto di vestiti, creando l'impronta di un unico corpo su per giù della mia
stazza. Nel frattempo Ascilto, dopo aver passato in rassegna con il messo tutte
le stanze, giunse di fronte alla mia e, quando vide che era sprangata per bene,
cominciò a essere assai speranzoso. L'usciere fece saltare la serratura
infilando una scure tra i battenti. Io allora mi buttai ai piedi di Ascilto e,
in nome dell'amicizia di un tempo e delle disgrazie patite insieme, lo
supplicai di farmi almeno vedere il fratellino. Anzi, per rendere le mie false
suppliche ancora più efficaci, gli dissi: «Lo so benissimo, Ascilto, che sei
venuto qui per uccidermi. Se no perché mai avresti portato le scuri? Sfoga
dunque la tua rabbia: eccoti la mia testa, spargi pure il mio sangue, visto che
è questo che volevi con la scusa della perquisizione». Ascilto questa accusa la
respinge e assicura di essere solo sulle tracce del ragazzino sfuggitogli e di
non avere alcuna intenzione di ammazzare un uomo, e tanto più uno che lo stava
supplicando e a cui era ancora attaccatissimo nonostante quella tremenda
litigata. 98 Ma il messo non fa troppo i complimenti e, prendendo un
bastone dalle mani dell'albergatore, lo infila sotto il letto, passando in
rassegna anche i buchi nella parete. Gitone cercava nel frattempo di schivare i
colpi e tratteneva il respiro, tutto intimorito, e con ormai la faccia tra gli
insetti del materasso. * Ma siccome la porta scardinata della stanza non era
più un ostacolo per nessuno, ecco Eumolpo catapultarsi dentro eccitato come non
mai. «I mille sesterzi me li becco io» dice trillante. «Adesso raggiungo il
messo che sta già allontanandosi e gli spiffero che Gitone è qui con te, così
mi prendo la più meritata delle rivincite». Io mi butto ai suoi piedi e,
nonostante continuasse a insistere con quell'idea, lo imploro di non uccidere
un uomo morto. «Se solo Gitone fosse qui» spiego io, «avresti ragione a dare in
escandescenze, ma il tipetto se l'è squagliata in mezzo a tutto questo can can,
e non riesco nemmeno a immaginare dove sia andato a nascondersi. Te ne prego,
Eumolpo, riportalo qua, e poi riconsegnalo pure ad Ascilto». E quando ero ormai
quasi riuscito a convincerlo, Gitone, non riuscendo più a trattenere il fiato
da tanto era pieno, starnutì tre volte di seguito in maniera così violenta da far
tremare il letto. A quel mezzo finimondo Eumolpo si volta e dice a Gitone
«Salute!». Poi, dopo aver tirato via anche il materasso, ci scopre sotto un
Ulisse contro il quale non avrebbe infierito nemmeno un Ciclope affamato. E,
voltandosi di scatto verso di me, mi fa: «E questo cos'è, pezzo di canaglia?
Non hai il coraggio di ammettere la verità nemmeno quando ti si coglie in
flagrante! Ma che dico? Se una qualche divinità, arbitra delle cose umane, non
avesse costretto questo ragazzo a indicare la propria presenza con un segno,
adesso io sarei in giro per bettole a dargli la caccia come un cretino». *
Gitone, che era molto più disponibile di me, gli tamponò la ferita al
sopracciglio con delle ragnatele intinte nell'olio. Poi, dopo avergli dato il
proprio mantello in cambio dei suoi stracci laceri, quando lo vide un po' più
tranquillo, gli buttò le braccia al collo e coprendolo di baci gli disse: «Caro
paparino, siamo nelle tue mani - ti rendi conto? -, nelle tue mani. Se vuoi
bene al tuo Gitone, comincia a pensare a come salvarlo. Vorrei che a bruciare
nel fuoco impietoso fossi io solo, io solo a essere travolto dalla furia del
mare in inverno! Perché io solo sono la causa e l'origine prima di tante
sventure. Se almeno morissi, tra i nemici tornerebbe la pace». * 99
EUMOLPO. «Sempre e dovunque io ho vissuto godendomi ogni giorno presente come
se fosse l'ultimo e destinato a non tornare mai più». * In un mare di lacrime,
lo prego e lo scongiuro di fare la pace anche con me, perché quando si ama alla
gelosia non c'è freno. Per altro gli prometto di non dire e non fare più nulla
che potesse dargli fastidio. A patto però che lui, da maestro di nobili
discipline qual era, cancellasse dall'animo suo ogni traccia di rancore. «Nei
luoghi incolti e selvaggi la neve dura più a lungo, ma dove invece la terra
risplende domata dall'aratro, la brina leggera si scioglie mentre parli. Stessa
cosa fa l'ira che alberga nei nostri cuori: dura tenace nelle menti rozze, non
si sofferma su quelle raffinate». «Perché tu sappia com'è vero quel che dici»
replicò Eumolpo, «eccoti qua un bacio col quale metto fine alla collera. E ora,
che il cielo ce la mandi buona, fate su le valigie e seguitemi o, se preferite,
andate avanti voi». Non aveva ancora finito di parlare, che la porta venne
spalancata con una spallata e comparve sulla soglia un marinaio con un barbone
ispido sulla faccia. «Guarda, Eumolpo, che sei in ritardo» gli disse, «come se
non sapessi la fretta che abbiamo». Allora ci alzammo tutti senza perdere un
minuto di più, ed Eumolpo diede ordine al suo servo, che nel mentre si era
appisolato, di incamminarsi con il bagaglio. Quanto a me, dopo aver sistemato
insieme a Gitone i nostri straccetti in una sacca di pelle, raccomando l'anima
alle stelle e salgo a bordo. 100 «Certo che è una bella seccatura che il
ragazzino piaccia a un estraneo. Ma non appartiene a tutti ciò che di più bello
ha fatto la natura? Il sole risplende per tutti e la luna, insieme a tutte le
altre stelle infinite, guida anche le bestie al pascolo. Cosa c'è di più
prezioso dell'acqua? Eppure scorre per tutti. Possibile che unicamente l'amore
sia un furto invece che una ricompensa? Niente affatto: io un bene che la gente
non mi invidia non ce lo voglio mica avere. Un solo individuo, e per di più
avanti negli anni, non mi preoccupa più di tanto. E se poi anche volesse
prendere delle iniziative, gli verrebbero a mancare le energie». Dopo aver
stabilito questi principi fondamentali ed essermi preso un po' in giro pur non
credendoci granché, cominciai a far finta di dormire tutto imbacuccato nel
cappuccio. Ma all'improvviso, come se la Fortuna avesse voluto sbriciolare
tutta la mia sicurezza, mi arrivò da poppa lì in coperta il lamento di una voce
che diceva: «Allora mi ha preso per i fondelli?». La voce che mi fece sobbalzare
era quella di un uomo, e per le mie orecchie aveva qualcosa di familiare. Come
se ciò non bastasse, anche una voce di donna, pure lei imbestialita, echeggiò
ancora più infervorata: «Se solo un dio mi mettesse tra le mani Gitone, glielo
darei io un bel benvenuto a quel cialtrone!». Di fronte a quel suono a
sorpresa, sia io che Gitone rimanemmo senza fiato col sangue che ci si gelava
nelle vene. Soprattutto io, come se avessi avuto un incubo allucinante, dopo un
attimo di sconcerto provai a raccogliere la voce e, tastando con il tremolio
alle mani la veste di Eumolpo che era già mezzo assopito, gli dissi: «Santo
dio, paparino, sai di chi è questa nave e chi sono i passeggeri?». Ma lui,
seccatissimo, la prende male e replica: «È per non lasciarmi riposare in pace
che hai voluto ci andassimo a imboscare nel punto più appartato della nave? Che
importanza vuoi che abbia, quando ti ho detto che la nave è di Lica, un tipo di
Taranto, e che porta a Taranto Trifena, un'esule?». 101 Fulminato da
quella notizia, mi misi a tremare tutto e, tirando fuori la testa dal
cappuccio, dissi: «Questa volta, o Fortuna, mi hai proprio annientato». Gitone
rimase invece a lungo con la testa appoggiata sul mio petto, come se fosse sul
punto di rendere la bell'anima a dio. Quando poi un sudore copioso ci richiamò
entrambi alla vita, io mi buttai ai piedi di Eumolpo e gli dissi: «Abbi pietà
di due cadaveri annunciati e, non fosse altro per la comune passione che
abbiamo per le lettere, dammi una mano: siamo spacciati e, se la morte deve
avvenire tramite tuo, finisce che è pure un beneficio». Sbalordito di fronte a
questa antipatica insinuazione, Eumolpo giura su tutti gli dèi e le dee di non
essere al corrente di nulla, di non averci voluto tendere alcun tipo di
tranello, ma di averci fatti salire con le migliori intenzioni e in tutta buona
fede su quella nave, dove già fin da prima aveva deciso di imbarcarsi. «Ma di
che razza di pericoli parlate» esclamò poi, «e chi è questo Annibale che
viaggerebbe con noi? Lica di Taranto, uomo assolutamente a posto, non è
soltanto il comandante e il proprietario di questa nave, ma ha anche parecchi
terreni e un'impresa di spedizioni, e ora sta trasportando un carico al
mercato. È questo il Ciclope e il pirata con patente cui noi dobbiamo il passaggio.
Oltre a lui c'è poi Trifena, una delle donne più belle del mondo, che naviga
per suo piacere un po' qua un po' là». «Ma è proprio da questi due che noi
vogliamo scappare», rispose Gitone e tutto d'un fiato spiegò ad Eumolpo che lo
ascoltava trepidante le ragioni del loro odio e il pericolo che incombeva sulle
nostre teste. Ma lui, in preda alla confusione e a corto di idee com'era,
suggerì che ciascuno di noi dicesse la sua. «Fate finta» aggiunse «che siamo
finiti nell'antro del Ciclope. A meno di buttarci in mare e liberarci così di
tutti i nostri guai, bisogna pure che troviamo una via d'uscita». «Potresti
invece» intervenne Gitone «convincere il pilota a fare scalo in qualche porto -
ovviamente gli pagheremmo il favore -, magari raccontandogli che tuo fratello
non resiste al mal di mare ed è agli sgoccioli ormai. Riuscirai a rifilargli
questa frottola se mostri un viso afflitto e ti vengono le lacrime agli occhi,
in modo che il pilota si lasci prendere dalla compassione e ti accontenti». Ma
Eumolpo disse che una cosa del genere non era nemmeno pensabile, «perché le
navi di grossa stazza» spiegò «non possono entrare nei porti piccoli, e perché
alla storia del fratello che sta per andarsene lì su due piedi è difficile che
ci si creda. Metti poi che Lica, per puro dovere d'ufficio, voglia dare
un'occhiata al moribondo. In tal caso, sarebbe davvero un bel guadagno far
venire qui il comandante proprio mentre tentiamo di svignarcela. Ammesso e
concesso poi che la nave possa cambiare rotta deviando nel corso di un viaggio
tanto lungo e che Lica non vada a ispezionare l'infermeria, come pensi di poter
lasciare la nave senza esser visti da tutti? Con la testa coperta, o forse
scoperta? Uscendo con la testa coperta, chi non vorrebbe dare una mano a dei
sofferenti? Optare invece per la testa nuda, cos'altro sarebbe se non
denunciarci da soli?». 102 «E perché» intervenni io, «non rischiare il
tutto per tutto? Potremmo calarci con una fune in una scialuppa e, dopo aver
tagliato la cima, affidarci in toto alla Fortuna. Ovvio però che Eumolpo in un
rischio del genere non lo coinvolgiamo. Che senso avrebbe infatti esporre un
innocente a un pericolo che riguarda altri? Sarei già contento se il caso ci
assistesse mentre ci caliamo con la fune». «Come piano non sarebbe male»
osservò Eumolpo, «se solo lo si potesse mettere in pratica. Ma come riusciremo
a svignarcela senza che nessuno si accorga di noi? Per lo meno il timoniere,
visto che sta su tutta la notte e sorveglia perfino i movimenti delle stelle.
Ad ogni modo, riusciremmo a fregarlo caso mai stesse dormendo, ma bisognerebbe
tentare la fuga in un altro punto della nave. Solo che bisogna calarsi da
poppa, dove c'è il timone, perché è proprio di lì che pende il cavo che tiene
la scialuppa. E poi mi meraviglio, Encolpio, di come non ti sia venuto in mente
che sulla barca c'è sempre un marinaio di guardia, giorno e notte, e che non è
possibile liberarsene se non eliminandolo fisicamente o scaraventandolo fuori
bordo con la forza. Ma voi avreste il fegato per farlo? Per quel che poi
concerne la mia partecipazione alla cosa, io non mi tiro indietro di fronte ad
alcun pericolo, a patto però che ci sia una qualche speranza di riuscita. E
infatti credo che nemmeno voi abbiate intenzione di buttarvi allo sbaraglio
rischiando la vita per niente. Sentite un po', invece, questa mia idea: io vi
metto in due sacchi di pelle, li lego con cinghie e li metto tra i miei
bagagli, lasciandone, è ovvio, un po' aperte le estremità perché possiate
respirare e mangiare qualcosa. Poi, nel cuore della notte, mi metto a gridare
che i miei due servi, per paura di chissà quale tremenda punizione, si sono
buttati in mare. Una volta arrivati in porto, io vi scarico come se foste dei
miei bagagli e senza che nessuno se ne accorga». «Sicché» faccio io «ci vorresti
impacchettare come se non avessimo buchi e non ci venisse mai il mal di pancia?
O come gente che non ha l'abitudine di starnutire o russare? Oppure perché un
giochetto del genere è andato bene in un'altra occasione? Ma metti pure che noi
si riesca a resistere per un'intera giornata legati in quella maniera: come
andrebbe a finire se la bonaccia o una tempesta ci trattenessero in mare più a
lungo? Che cosa potremmo fare? Anche i vestiti, a forza di stare schiacciati,
finisce che fanno le pieghe, e i fogli di carta si deformano se li si lega
troppo stretti. E poi, dei giovani come noi, non abituati agli strapazzi, credi
che potrebbero resistere legati e impacchettati come statue?... * Niente da
fare. Bisogna trovare un'altra via d'uscita. State un po' a sentire la mia di
idea. Eumolpo, da buon letterato qual è, ha sicuramente dell'inchiostro con sé.
Possiamo servircene e tingerci la pelle dalla testa ai piedi. Prendendoci così
per degli schiavi etiopi ai tuoi ordini, riusciremo a evitare allegramente ogni
pericolo senza l'incubo di torture, e col diverso colore della pelle la faremo
in barba ai nostri avversari». «Ma perché allora» interviene Gitone «non ci
circoncidi pure, per farci sembrare dei Giudei, o non ci fai i buchi alle
orecchie che ci scambino per Arabi, o non ci spalmi la faccia di gesso così che
in Gallia ci prendano per concittadini? Come se solo un po' di colore bastasse
a cambiarci i connotati, e non ci fosse bisogno di tutta una serie di
accorgimenti perché il giochetto funzioni. Mettiamo pure che la tintura sulla
faccia possa resistere a lungo. E supponiamo anche che qualche spruzzo d'acqua
non ci riempia la pelle di macchie, o che i vestiti non si attacchino
all'inchiostro (cosa questa possibilissima, anche nei casi in cui non c'è la colla),
ma con le labbra come la mettiamo? Non possiamo mica deformarle gonfiandole in
quell'orrenda maniera. E i capelli? Li arricciamo col ferro caldo? E la fronte?
Ce la riempiamo di cicatrici apposta? E le gambe? Le facciamo diventare
arcuate? Ci mettiamo a camminare coi piedi piatti? E la barba? Ce la facciamo
crescere come quelli là in Etiopia? La tintura artefatta ti sporca il corpo, ma
non te lo cambia. Sentite un po' che cosa mi suggerisce la paura: tiriamoci i
vestiti sulla testa e buttiamoci in mare». 103 «Che gli dèi e gli
uomini» esclamò Eumolpo, «non vi permettano di finire così male! Fate piuttosto
come dico io: il mio servo, come avete notato dal rasoio, sa fare il barbiere:
vi raderà in un attimo non solo la testa ma anche le sopracciglia. Poi
intervengo io e vi imprimo sulla fronte una bella scritta come si deve, perché
passiate per dei bollati a fuoco. Così sarà proprio quella scritta a sviare i
sospetti di chi vi sta braccando: il marchio nasconderà i vostri veri
lineamenti». Non perdemmo tempo a mettere in atto il nostro piano: dopo aver
raggiunto di nascosto un angolo della nave, offrimmo testa e sopracciglia al
barbiere che ce le radesse. Eumolpo, dal canto suo, ci tappezzò la fronte di
lettere cubitali, disegnandoci, senza troppe economie, su tutta la faccia la
ben nota sigla degli schiavi fuggiaschi. Ma per puro caso, uno dei passeggeri
che era lì appoggiato al parapetto per liberarsi lo stomaco in balia del mal di
mare, vedendo al chiaro di luna il barbiere in piena attività a quell'ora tanto
insolita, inveendo contro quel presagio in tutto simile al voto estremo che di
solito fanno i naufraghi, se ne tornò in fretta e furia alla sua cuccetta. E
noi, fingendo di non dare alcun peso alle bestemmie di quel tipo alle prese con
la nausea, ripiombammo nell'angoscia di prima e quindi, accovacciandoci in
silenzio, trascorremmo il resto della notte in un inquieto dormiveglia. * 104
LICA. «Mentre dormivo, mi è sembrato che Priapo mi dicesse: "Visto che
stai cercando Encolpio, sappi che è stato da me condotto sulla tua nave"».
Trifena rabbrividì e poi disse: «Manco avessimo dormito insieme! Perché anche a
me è sembrato che la statua di Nettuno, da me vista nel tempio di Baia, mi
dicesse: "Sulla nave di Lica ritroverai Gitone"». «Questo ti dimostra
chiaramente» replicò Eumolpo, «che uomo di genio sia Epicuro, là dove mette
così argutamente in ridicolo le superstizioni di questo tipo». Ma dopo aver
fatto i debiti scongiuri a seguito del sogno di Trifena, Lica osservò: «E chi
ci vieta di dare un'occhiata in giro per la nave? Così, giusto per far vedere
che non ce ne infischiamo dei segni del cielo». Quel tipo che nel cuore della
notte ci aveva disgraziatamente sorpresi nel pieno dei nostri maneggi, un certo
Eso, saltò subito su e disse: «Ma allora chi sono quei due che stanotte davano
un pessimo esempio, facendosi radere al chiaro di luna? Perché ho sentito dire
che nessun mortale dovrebbe, nel corso di una traversata, tagliarsi unghie e
capelli, a meno che non infuri la tempesta». 105 «Cosa?» saltò su a dire
Lica, sconvolto da queste parole. «Qualcuno si è fatto tagliare i capelli su
questa nave, e per di più nel cuore della notte? Portatemi qui subito quelle
canaglie, perché voglio proprio sapere a chi devo tagliare la testa per
allontanare il malocchio da questa nave!». «Sono io che l'ho ordinato»
intervenne Eumolpo, «e non certo per attirare il malocchio su questa nave
(visto che ci viaggio anch'io), ma perché quelle due fecce avevano i capelli
così lunghi e scarmigliati che, per non dare l'impressione che la nave si fosse
trasformata in una galera, gli ho ordinato di togliersi di dosso tutto quello
schifo, ma nel contempo anche perché senza più quella massa di capelli sulla
fronte, tutti potessero leggere chiaramente il marchio dell'infamia che si portano
dietro. Pensate che oltretutto si stavano mangiando i miei soldi spassandosela
con una ganza che avevano in comune. Ed è proprio a casa di quella lì che ieri
notte li ho portati via inondati di vino e di profumo. Per farla breve, hanno
ancora addosso l'odore di quei pochi quattrini che mi restano». * Così, per
placare il nume protettore della nave, fu deciso di rifilarci quaranta nerbate
a testa. E non ci stettero mica a pensare su: alcuni marinai con funi alla mano
ci saltano addosso come furie e cercano di placare il dio tutelare col nostro
sangue miserabile. Le prime tre nerbate io le ressi con la fermezza di uno
spartano. Gitone, invece, alla prima tirò un urlo tanto forte, che Trifena ne
riconobbe subito la ben nota voce, e non solo la padrona rimase turbata, ma
anche le sue ancelle, colpite dal suono familiare di quell'urlo, si buttarono
in massa sul malcapitato. Ma Gitone, bello com'era, aveva già disarmato i
marinai per conto suo e, anche senza aprir bocca, stava cercando di impietosire
i suoi carnefici, quando tutte le ancelle si misero a gridare in coro: «È
Gitone, è Gitone! Fermi con quelle manacce! È Gitone, signora, presto!».
Trifena, che aveva capito d'istinto, drizza le orecchie e si precipita dal
ragazzo. Quanto a Lica, che mi conosceva benissimo, come se avesse anche lui
sentito la mia voce, accorse in coperta e, senza nemmeno guardarmi la faccia e
le mani, mi inquadrò subito l'arnese e palpeggiandolo con tocchi premurosi
disse: «Salute a te, Encolpio». Non c'è quindi da meravigliarsi che la balia
avesse riconosciuto Ulisse a vent'anni di distanza solo per una cicatrice, se a
quel furbone, nonostante la mia faccia e il resto del corpo fossero resi
irriconoscibili dal travestimento, bastò un unico segno di riconoscimento per
identificare con tanta precisione l'uomo che lo aveva abbandonato. Trifena,
invece, ingannata dal nostro trucco - credeva infatti fosse vera la lettera che
avevamo incisa sulla fronte -, scoppiò a piangere e con un filo di voce si mise
a chiederci in quale galera fossimo finiti nelle nostre avventure di sbandati,
e di chi fossero state le mani che avevano infierito su di noi in quel modo.
Però ammetteva che un po' ce lo meritavamo tutto quel penare, noi che ce
l'eravamo svignata infischiandocene delle sue attenzioni... 106 Ma Lica,
infiammato dalla rabbia, salta su e dice: «Stupida d'una donna! Cosa ti credi,
che gliel'abbiano incise col ferro rovente quelle lettere? Magari avessero
davvero la fronte deturpata da quel marchio! Se così fosse, noi adesso avremmo
almeno una piccola consolazione. Invece ci hanno preso in giro con tiri da
farsa, infinocchiandoci con una finta scritta». Trifena era disposta alla
pietà, perché non aveva ancora perso del tutto la speranza di spassarsela, ma
Lica, che si ricordava benissimo della moglie sedotta e dell'affronto patito
sotto il portico di Ercole, con la faccia stravolta dalla rabbia disse: «Che
gli dèi immortali si occupano delle cose umane, mi sa che ormai l'hai capito
benissimo, Trifena. Infatti ci hanno portato qui sulla nave queste canaglie
senza che loro se ne rendessero conto, e ce ne hanno segnalato la presenza con
due sogni identici. Vedi un po' se li possiamo perdonare, quando son stati gli
dèi in persona a mandarceli qui perché fossero castigati. Personalmente non ho
intenzione di infierire, ma temo che risparmiandoli debba poi essere io a
pagarla cara». Trasformata nella sua opinione da un discorso tanto pieno di
scrupoli religiosi, dice di non volersi opporre alla pena, approvando anzi in
pieno la vendetta proposta. Infatti anche lei, non meno di Lica, era stata
offesa nella dignità individuale e svergognata di fronte a tutti. * 107
EUMOLPO. «Questo incarico lo hanno affidato a me, in qualità di persona a voi
non sconosciuta, e mi hanno pregato di riconciliarli con quelli che un tempo
erano loro grandissimi amici. A meno che non pensiate che questi due ragazzi
siano qui per una pura coincidenza, quando la prima cosa che ogni passeggero
chiede prima di imbarcarsi è proprio l'identità delle persone cui si affida.
Siate quindi comprensivi, ora che avete avuto la vostra soddisfazione, e
lasciate che proseguano liberi e senza danni il loro viaggio fino a
destinazione. Anche i padroni più duri e inflessibili moderano il loro
risentimento quando gli schiavi fuggiti tornano pentiti, e noi risparmiamo la
vita ai nemici che si arrendono. Che cosa altro volete o pretendete di più?
Sono qui supplici al vostro cospetto dei giovani di buona famiglia, onesti, e -
cosa questa che conta ancora di più - legati a voi in passato da rapporti di
grande intimità. Anche se vi avessero portato via del denaro, o avessero
tradito la vostra fiducia, potreste per dio farvi bastare la pena di cui siete
al presente testimoni. Eccoveli qua, col marchio dell'infamia sulla fronte, e i
nobili volti sfregiati dai simboli di una punizione che si son voluti
infliggere da soli». Ma Lica troncò di netto l'arringa del nostro difensore
dicendo: «Non confondere le carte in tavola, ma limitati ad esaminare le cose
una per volta. Tanto per cominciare, se sono venuti di loro spontanea volontà,
per quale ragione si sono rasati la testa? Chi cambia i suoi lineamenti,
prepara un inganno con una scusa, mica per venirsi a scusare. E poi, se
pensavano di ottenere il perdono per tramite tuo, tu perché hai fatto di tutto
per nasconderli? Ne consegue che questi due avanzi di galera nella rete ci sono
finiti per caso, e tu hai cercato di sottrarli alla rabbia della nostra
punizione. Quanto poi al tuo tentativo di metterci in cattiva luce starnazzando
che questi due sono onesti e di buona famiglia, sta' attento a non peggiorare
la situazione con questo tuo tono tronfio. Che cosa deve fare la parte lesa,
quando il colpevole si va a costituire? Ma sono stati nostri amici: a maggior
ragione meritano un castigo più duro, perché chi fa del male a uno sconosciuto
lo chiamiamo furfante, mentre chi lo fa agli amici è poco meno di un
parricida». Eumolpo, cercando di confutare una requisitoria tanto spietata,
disse: «Mi rendo perfettamente conto che questi due giovani non potevano
commettere nulla di peggio che tagliarsi i capelli nel cuore della notte, e
questo spiegherebbe il fatto che sulla nave costoro ci sono arrivati per caso e
non per loro spontanea volontà. Ma in tutta franchezza vorrei vi fosse chiaro
in che modo si siano semplicemente svolte le cose. Prima di imbarcarsi,
volevano liberarsi la testa di tutto quel peso superfluo e fastidioso, ma
l'improvviso rinforzo del vento li distolse dal mettere in pratica
quell'igienico proposito. Ritennero tuttavia che per portare a termine quanto
avevano deciso di fare il dove non avesse alcuna importanza, dato che non erano
al corrente né delle credenze né delle superstizioni tipiche di chi naviga».
«Ma per ottenere il nostro perdono» interruppe Lica «c'era forse bisogno di
farsi radere i capelli? Non sarà mica che i calvi, di solito, destano più pena?
Ma che senso ha arrivare alla verità attraverso un intermediario? Tu,
piuttosto, che cosa ne dici, razza di cialtrone? Quale salamandra ti ha fatto
cadere le sopracciglia? A quale divinità hai votato le chiome? Rispondi,
canaglia!». 108 Terrorizzato all'idea della punizione, io me ne stavo lì
imbambolato e, confuso com'ero di fronte all'evidenza dei fatti, non sapevo
cosa ribattere... e oltretutto la vergogna di avere la testa rapata e la fronte
liscia per la mancanza di sopracciglia mi impediva di dire e di fare qualunque
cosa. Ma quando poi presero a strofinarmi con una spugna bagnata la faccia
rigata dalle lacrime, e l'inchiostro, colando da ogni parte, mi trasformò il
viso in un mascherone nero, allora la rabbia si convertì in odio. Eumolpo
protestava che non avrebbe permesso a nessuno di infierire in quella maniera,
andando contro le leggi della morale, dei giovani di buona famiglia, e cercava
di opporsi alle minacce di quelle belve inferocite non solo con le parole ma
anche ricorrendo all'uso delle mani. In questa sua fiera opposizione lo
spalleggiavano il servo e un paio di passeggeri che però, malmessi com'erano,
costituivano un conforto verbale più che un aiuto fisico. Io invece non sto a
implorare nulla per me stesso ma, mostrando i pugni a Trifena, mi metto a
gridare a squarciagola che sarei ricorso alla violenza se lei, quella
stramaledetta femmina che lì sulla nave era l'unica a dover essere presa a
nerbate, non avesse smesso di tormentare Gitone. Ma Lica, indispettito da
quella mia impudente uscita, perde la tramontana, vedendo che, invece di
pensare alla mia situazione, son lì che sbraito tanto per un altro. Anche
Trifena, toccata nel vivo dalle mie frecciate, si scatena di brutto, e tutta la
ciurma comincia a dividersi in due schiere. Da una parte il servo-barbiere ci
distribuisce i suoi rasoi armandosi anche lui; dall'altra i servi di Trifena ci
mostrano i pugni, mentre anche le ancelle partecipano allo scontro strillando a
più non posso. Soltanto il timoniere dichiara che avrebbe lasciato andare la
nave alla deriva, se non cessava la gazzarra provocata dalla foia di quei
depravati. Ciò nonostante il furore dei duellanti non accenna a placarsi,
decisi com'erano quelli a vendicarsi, e noi a salvare la pelle. Sia di qui che
di là ne andarono al tappeto parecchi, anche se nessuno ci lasciò le penne,
mentre in molti abbandonarono sanguinanti lo scontro, proprio come in una
battaglia vera, senza che però a nessuno si placassero i bollenti spiriti.
Allora Gitone, coraggiosissimo, si accostò il rasoio funesto alle parti basse,
minacciando di tagliar via la causa di tutti quei guai. Ma Trifena si buttò a
impedire un delitto tanto grave, mostrandosi però disposta al perdono. Allora
anch'io mi accostai numerose volte il rasoio alla gola, deciso però a togliermi
la vita tanto quanto Gitone lo era di mettere in pratica il suo di proposito.
Lui però recitava la scenetta tragica con maggiore convinzione, perché sapeva
di avere in mano proprio il rasoio col quale si era già in precedenza tagliato
il collo. Quando fu chiaro che, stando così le cose da entrambe le parti,
quella non sarebbe stata una scaramuccia delle solite, il timoniere ottenne non
senza sforzi che Trifena, in qualità di mediatrice, proponesse una tregua. Dopo
esserci così scambiati i giuramenti secondo la consuetudine dei nostri padri,
Trifena avanza con in mano un ramo d'olivo tolto al dio protettore della nave,
e coraggiosamente si fa avanti a parlamentare: «Quale furore trasforma la pace
in guerra? Che colpa scontano le nostre truppe? Su questa nave l'eroe troiano
non conduce seco il pegno sottratto all'Atride ingannato; qui Medea non
combatte furiosa per mezzo del sangue fraterno, ma l'amore spregiato schiera le
sue milizie. Ahimè, chi impugnando le armi desidera affrettare la sorte? Una
morte non è già abbastanza? Non vincete per furia il mare, altri flutti di
sangue non date ai gorghi selvaggi». 109 Quando la donna proruppe in
queste commosse parole, la mischia cessò per un attimo, e le schiere, richiamate
alla pace, interruppero lo scontro. Eumolpo, il nostro capo, coglie al volo
quell'attimo di rinsavimento e, dopo aver mosso i rimproveri più aspri a Lica,
suggella i termini di un trattato, le cui clausole erano le seguenti: «Nel
pieno possesso delle tue facoltà mentali, tu, Trifena, prometti di non
lamentarti più dell'affronto subito da Gitone, e di non accusarlo, di non
vendicartene e di non perseguitarlo in alcun modo per tutto quello che tra di
voi c'è stato fino a oggi. Inoltre ti impegni a non pretendere dal ragazzo,
qualora non sia pienamente consenziente, che ti abbracci, ti baci, venga a
letto con te, pena il pagamento di un'ammenda di cento denari in contanti. Allo
stesso modo, tu, Lica, nel pieno possesso delle tue facoltà mentali, ti impegni
a non tormentare Encolpio con espressioni ingiuriose o con sguardi sprezzanti,
né cercherai di sapere dove dorma la notte, pena - nel caso in cui tu debba
violare ciascuna delle suddette condizioni - un'ammenda di duecento denari in
contanti». Dopo aver concluso il trattato in questi termini, deponiamo le armi
e, per evitare che anche dopo il giuramento ci resti un qualche residuo di
rancore nell'animo, decidiamo di dimenticare il passato scambiandoci dei baci.
Visto che entrambe le parti non vogliono altro, gli odi reciproci si sgonfiano,
e un bel banchetto allestito sul luogo dello scontro suggella il ritorno
all'armonia nell'ilarità generale. Tutta la nave risuona di canti e, siccome
un'improvvisa bonaccia aveva fatto ridurre la velocità, alcuni si misero ad
arpionare con la fiocina i pesci che saltavano fuori dall'acqua, mentre altri
cercavano di tirare su le prede guizzanti servendosi di ami insidiosi.
Sull'albero maestro venivano intanto a posarsi degli uccelli marini che un
tizio, un vero virtuoso, toccava appena con delle canne preparate apposta, e
quelli, rimanendo impigliati, si lasciavano poi catturare con le mani. Le piume
leggere vorticavano nell'aria e la schiuma impalpabile del mare le avvolgeva
nelle sue spire. Nel frattempo Lica era di nuovo in buona armonia con me e
Trifena stava versando le ultime gocce del suo bicchiere addosso a Gitone,
quando Eumolpo, anche lui un po' alticcio, cominciò a raccontare barzellette su
calvi e marchiati. Quando poi ebbe esaurito il suo repertorio di scemenze e
freddure, tornò ai versi e ci rifilò questa specie di elegia sui capelli: «Sono
caduti i capelli ch'erano il fiore della bellezza, un triste inverno ha
spazzato via le chiome primaverili. Ora le tempie private dell'ombra perduta si
struggono in lacrime, e il cranio bruciato dal sole perduti i suoi peli
sogghigna. O natura ingannevole dei numi! Le gioie donate per prime alla vita,
per prime le togli. Poveraccio, un attimo fa splendevi per chiome più bello di
Febo e della sorella di Febo. Adesso più liscio del bronzo o del fungo rotondo
cresciuto sotto la pioggia, pauroso eviti il riso delle fanciulle. Che la morte
rapida arriva te lo dice quella parte del cranio che t'è già morta». 110
E mi sa che l'avrebbe tirata ancora per le lunghe, con altre stupidaggini
peggio delle precedenti, quando una delle ancelle di Trifena si porta Gitone
sottocoperta e gli mette in testa una parrucca della padrona. Poi tira fuori da
una scatoletta due sopracciglia finte e gliele applica così bene sulla fronte,
da restituirgli tutta la bellezza di un tempo. Allora Trifena riconobbe il vero
Gitone e, commossa fino alle lacrime, gli diede un primo bacio in piena regola.
Quanto a me, anche se ci godevo tantissimo a rivedermi davanti il mio ragazzino
di nuovo bello come in passato, ciò nonostante cercavo di nascondere la faccia
il più possibile, consapevole com'ero di essere sfigurato e brutto a un livello
tale che adesso nemmeno Lica mi rivolgeva più la parola. Ma a questo mio stato
di scoramento venne in soccorso quella stessa ancella che, chiamatomi in
disparte, mi sistemò in testa una parrucca non meno aggraziata. E anzi, il mio
volto risplendette ancora più attraente, perché la parrucca era bionda. * Nel
frattempo Eumolpo, che ci aveva fatto da avvocato in quel momento critico e che
era un po' l'artefice dell'avvenuta riappacificazione, perché il buon umore non
scemasse per mancanza di storielle divertenti, cominciò a dirne di tutti i
colori sulla leggerezza delle donne, che perdono la testa in un attimo, che si
dimenticano subito persino dei figli e che non esiste al mondo una donna, fosse
anche la più onesta, che non sia disposta a fare follie pur di buttarsi in
qualche avventuretta fuori di casa. Il suo discorso, precisò Eumolpo, non si
riferiva mica alle antiche tragedie o a certi nomi arcinoti da secoli, ma a un
fatto successo ai suoi tempi, che lui ci avrebbe raccontato se solo lo avessimo
voluto ascoltare. E quando poi tutti rivolsero occhi e orecchi verso di lui,
attaccò così: 111 «A Efeso viveva una matrona così famosa per la sua
virtù, che anche dai paesi vicini le donne venivano ad ammirare un simile
prodigio. Quando le morì il marito, non contenta di seguire il feretro - come
facevano tutte le altre - coi capelli sciolti e percuotendosi il petto nudo al
cospetto della gente, volle seguire il defunto fin dentro la cappella, dove
cominciò a vegliare in lacrime giorno e notte la salma deposta nella cripta
secondo l'uso dei Greci. Era così disperata e decisa a lasciarsi morire di
fame, che né i genitori né i parenti riuscivano a farle cambiare idea. Infine,
anche i magistrati vennero rispediti indietro senza aver ottenuto alcun
risultato, e ormai tutti piangevano quella donna senza uguali, che non toccava
cibo da cinque giorni. Ad assistere la sventurata c'era una sua ancella fedelissima
che univa le sue lacrime a quelle della padrona e che ogni qual volta la
lampada piazzata sulla tomba accennava a spegnersi provvedeva a riaccenderla.
In città non si parlava d'altro e gli uomini di ogni estrazione sociale
ammettevano che un esempio tanto fulgido di virtù e di amor coniugale non lo si
era mai visto, quando il governatore di quella provincia fece crocifiggere
certi lestofanti proprio accanto alla cappella dove la matrona continuava a
piangere il marito scomparso da poco. E così, la notte successiva, quando un
soldato, messo lì di guardia alle croci perché nessuno tirasse giù i corpi per
andarli a seppellire, vide il bagliore di una lampada tra le tombe e sentì
anche dei gemiti, come se qualcuno stesse piangendo, e per quel vizio che un
po' tutti hanno, venne preso dal desiderio di sapere chi ci fosse e che cosa
stesse facendo. Scese così nella cripta e quando vide quella donna bellissima,
sulle prime rimase di sasso, pensando di essersi imbattuto in un qualche
fantasma o in una visione infernale. Ma poi, vedendo la salma lunga distesa e
il volto della donna tutto graffiato dalle unghie, si rese conto (come in
effetti era) che si trattava di una giovane vedova incapace di rassegnarsi alla
morte del marito, e così si portò giù nella cripta quel poco che aveva per cena
e cominciò a esortare la donna tra una lacrima e l'altra, dicendole che era
inutile ostinarsi in un vano dolore e che squassarsi il petto a forza di gemiti
non serviva granché: tanto la morte era uguale per tutti, come uguale lo era
l'estrema dimora e tutte quelle belle frasi di circostanza che si dicono per
dare un po' di conforto alle menti lacerate dal dolore. Ma lei, ancora più
turbata dall'assurdo tentativo di consolazione di uno sconosciuto, prese a
graffiarsi il petto con maggiore intensità, buttando sulla salma del marito le
ciocche di capelli che si strappava. Il soldato, però, non si perse d'animo e,
continuando a insistere con lo stesso metodo, tentò di far mangiare qualcosa a
quella povera donna. Finché l'ancella, conquistata dal profumo del vino,
cedette per prima e tese la mano a quell'offerta allettante, e poi, ristorata
dalla bevanda e dal cibo, cominciò anche lei a dare l'assalto all'ostinazione
della padrona. "A cosa vuoi che ti serva" le diceva "lasciarti
morire di fame, seppellirti viva e rendere l'anima innocente prima che sia la
tua ora? Credi forse che se ne avvedano i Mani e le ceneri dei defunti? Vuoi o
no tornare alla vita? Vuoi mettere da parte questi scrupoli da donnicciola e
goderti l'esistenza fin che ti è possibile? È proprio questo cadavere che
dovrebbe convincerti a scegliere la vita". Siccome chi ci invita a
mangiare e a vivere la vita non lo si ascolta mai controvoglia, così anche la
signora, sfinita dopo tutti quei giorni di digiuno, lasciò che spezzassero la
sua ostinazione, e si rimpinzò di cibo non meno avidamente dell'ancella, che si
era lasciata convincere per prima. 112 Ora, sapete benissimo quali altri
stimoli si provino quando si ha la pancia piena. Ebbene, con le stesse lusinghe
usate per convincere la donna a vivere, il soldato diede l'assalto alla sua
virtù. Agli occhi di quell'esempio di castità il soldato non sembrava per altro
né brutto né insipido, tanto più che l'ancella cercava di renderglielo
simpatico, continuando a ripeterle: "Non vorrai mica rinunciare anche a un
amore gradito? [E non ti ricordi in che paese vivi?"]. Bene, per non
farvela troppo lunga, la donna non proseguì il digiuno nemmeno con questa parte
del corpo, e il soldato vittorioso la persuase a rompere la doppia astinenza. E
così giacquero insieme non solo nella notte che li vide consumare le nozze, ma
il giorno successivo e quello dopo ancora, naturalmente dopo aver chiuso la
porta della cappella, in maniera tale che chiunque, estraneo o parente, si
fosse recato per caso alla tomba, credesse che quella moglie castissima si
fosse lasciata morire sulla salma del marito. Nel frattempo il soldato,
trascinato dalla bellezza della donna e dalla tresca segreta, comprava quanto
di buono era alla portata delle sue finanze e, appena calava la sera, lo
portava giù nella cappella. E così i parenti di uno dei ladri crocifissi,
vedendo che la sorveglianza si era allentata, una notte tirarono giù il loro
congiunto dalla croce e gli resero gli estremi onori. Il soldato, raggirato mentre
si occupava di ben altro, quando il giorno seguente si rese conto che su una
delle croci non c'era più il corpo, temendo il supplizio, corse a raccontare
alla donna quel che era successo, e aggiunse che non avrebbe aspettato il
verdetto del giudice, ma che avrebbe punito da solo, con la spada, la propria
negligenza. Poi le chiese di preparare lì nella cappella un loculo anche per
lui che aveva ormai le ore contate, in modo che quella tomba fatale riunisse le
spoglie del marito e dell'amante. Ma la donna, non meno pietosa che casta, gli
rispose così: "Gli dèi non permettano che io assista a così breve distanza
al funerale dei due uomini che ho amato di più nella vita. Preferisco appendere
un morto sulla croce, piuttosto che lasciar morire un vivo". Dopo aver
detto queste parole, ordina di togliere dalla bara il cadavere del marito e di
inchiodarlo alla croce rimasta vuota. Il soldato mise in pratica la brillante
idea della donna e, il giorno seguente, la gente si domandava allibita come
avesse fatto un morto a salire sulla croce da solo». 113 I marinai
accolsero il racconto con una bella risata, mentre Trifena, tutta rossa dalla
vergogna, nascose la faccia sul collo di Gitone con un gesto pieno di grazia.
Non rise invece Lica che, scuotendo stizzito il capo, disse: «Se il governatore
avesse agito secondo giustizia, avrebbe dovuto far riportare nel sepolcro la
salma del marito e far crocifiggere la donna». È chiaro che gli era venuta in
mente Edile e il caos scoppiato a bordo durante quel viaggio tutto a base di
sesso. Solo che i termini del trattato non ammettevano i brutti ricordi, e
l'allegria che aveva ormai contagiato tutti non lasciava spazio al
risentimento. Trifena, nel mentre, seduta com'era in grembo a Gitone, un po'
gli copriva di baci il petto e un po' gli rimetteva a posto le ciocche della
parrucca sulla fronte pelata. Quanto a me, avvilito e insofferente di fronte a
quel nuovo sodalizio, non toccavo né cibo né vino, limitandomi a tirare
occhiate torve e minacciose a quei due. A farmi male dentro erano tutte le
carezze e tutti i baci che quella viziosa riusciva a inventare. In quel momento
non sapevo con chi prendermela di più: se con il ragazzino che mi portava via
la tipa, o con la tipa che si stava circuendo il ragazzino: ai miei occhi
entrambe le cose erano insopportabili e ben più gravose della prigionia di
prima. A tutto questo si aggiungeva poi il fatto che Trifena mi si rivolgeva
come se non fossi mai stato uno del gruppo oltre che il suo gradito amante di
un tempo, e Gitone non mi riteneva degno nemmeno del tradizionale bicchierino,
né - il che è il minimo -, mi coinvolgeva nella normale conversazione, immagino
per paura di riaprire una ferita nel cuore della donna, proprio adesso che la
riconciliazione si era avviata. Fu così che il petto mi si inondò di lacrime di
dolore, e i gemiti soffocati dai singhiozzi per poco non mi fecero soffocare. *
Lica cercava anche lui di spassarsela un po', senza però avere più quel suo
tono da padrone, ma con il sorriso di un amico che chiede un favore. * L'ANCELLA
DI TRIFENA A ENCOLPIO. «Se solo ti resta un po' di sangue libero nelle vene,
allora quella lì non considerarla più di una baldracca. Se sei un uomo vero,
gira alla larga da quella rotta in culo». * Quello di cui mi vergognavo di più
era che Eumolpo venisse a sapere quanto era successo e, pettegolo com'era nella
sua insolenza, si vendicasse con qualcuno dei suoi versi. * Eumolpo allora
giurò con formule solenni. * 114 Mentre stavamo chiacchierando di queste
cose, il mare cominciò a incresparsi, e grossi nuvoloni addensatisi da ogni
parte seppellirono il cielo nel buio. I marinai corrono trepidanti ai loro
posti di manovra e ammainano le vele in prossimità della tempesta. Ma né il
vento spingeva le ondate in una direzione precisa, né il timoniere sapeva che
rotta seguire. A tratti le folate ci spingevano verso la Sicilia, ma ben più di
frequente era l'Aquilone, che domina incontrastato sulle coste dell'Italia, a
sballottare da una parte e dall'altra la nostra povera nave, e poi - cosa
questa assai più inquietante della stessa tempesta - tutto ad un tratto la luce
venne risucchiata da tenebre così fitte, che il timoniere non riusciva nemmeno
a scorgere tutta la prua. Quando poi fu evidente che il disastro era ormai
inevitabile, Lica protese trepidante le mani verso di me e mi disse: «Encolpio,
aiutaci tu in questo pericolo, e restituisci alla dea che protegge la nave la
veste e il sistro. In nome del cielo, abbi pietà di noi, tu che lo hai sempre
fatto!». Mentre mi gridava queste parole, una folata di vento lo scaraventò in
mare. Poi riemerse per un attimo tra le onde, ma alla fine l'acqua lo inghiottì
coi suoi vortici di morte. Trifena che era a un passo dal fare la stessa... la
afferrarono degli schiavi fedeli che la misero su una scialuppa insieme a buona
parte dei bagagli, strappandola a morte sicura. Avvinghiato a lui, gli gridai
tra le lacrime: «È dunque questo che ci meritiamo dagli dèi, che a unirci sia
solo la morte? Ma la sorte avversa non vuole concederci nemmeno questo. Ecco,
tra un attimo le ondate rovesceranno la nave e tra un attimo il mare dividerà
il nostro abbraccio d'amore. Dunque, se Encolpio l'hai amato davvero, bacialo
finché c'è tempo, e strappa quest'ultima gioia al destino che incalza». A
queste mie parole, Gitone si tolse il vestito e, insinuandosi sotto la mia
tunica mi porse la testa perché gliela baciassi. Poi, per evitare che un'onda
maligna ci spazzasse via stretti com'eravamo in quell'abbraccio, legò insieme i
nostri corpi con una cintura e disse: «Se non altro, il mare ci trascinerà
insieme un po' più a lungo, o se invece vorrà essere più pietoso, ci
scaraventerà sulla stessa spiaggia, dove qualcuno, per un comune senso di
umanità, forse ci coprirà di pietre, o ancora, cosa che alla fine concedono
anche i flutti in tempesta, sarà la sabbia a coprirci senza nemmeno saperlo».
Io mi attaccai a lui in quell'ultimo abbraccio e poi, sistemandomi come dentro
una bara, attesi la morte che adesso non mi faceva più paura. Nel frattempo la
tempesta, realizzando il volere del destino, distrusse tutto quel che restava
della nave, che ormai non aveva più albero, né timone, né sartie, ma era
ridotta a una carcassa senza forma che andava alla deriva in balia delle onde.
* In un attimo arrivarono dei pescatori, pronti a fare razzia sulle loro piccole
imbarcazioni. Ma poi, quando videro che c'era ancora della gente decisa a
difendere le proprie cose, da aggressivi che erano si dimostrarono disponibili
a darci una mano. * 115 Dall'interno della stiva, proprio sotto la
cabina del nostromo, sentiamo arrivare un gemito, come il verso strozzato di
una bestia che cerchi una via d'uscita. Seguendo quindi il suono, troviamo
Eumolpo che, seduto per terra, stava riempiendo di versi un grosso foglio di
pergamena. Sbalorditi al vedere che anche con un piede nella fossa lui trovasse
ancora il tempo di scrivere poesie, lo trasciniamo fuori nonostante le sue urla
di protesta, e lo preghiamo di non fare tante storie. Ma lui, interrotto nel
pieno del lavorìo poetico, salta su tutte le furie e ci investe così: «Lasciatemi
finire il concetto: è proprio alla fine che viene il difficile». Afferro
quell'invasato per un braccio e chiedo a Gitone di darmi una mano a trascinare
a terra il poeta che intanto non la smetteva di muggire. * E finalmente, dopo
aver sistemato anche questa faccenda, ci rintanammo col morale a terra in una
capanna di pescatori e lì, rifocillati in qualche modo con della roba avariata
scampata al naufragio, passammo una notte terribile. La mattina dopo, mentre
stavamo discutendo sulla direzione di marcia da prendere, all'improvviso vidi
un corpo umano avvicinarsi alla spiaggia trascinato da una debole corrente.
Rimasi tristemente sorpreso e, fissando con occhi umidi quel mare traditore,
dissi: «Quest'uomo da qualche parte della terra ha una moglie tranquilla che lo
aspetta, o forse un figlio che non sa nulla della tempesta, o addirittura un
padre: comunque, il giorno della partenza ha lasciato qualcuno, salutandolo con
un bacio. Ecco come vanno a finire i progetti degli esseri umani, i loro sogni
e le loro speranze! Ecco l'uomo come sta a galla!». Ero convinto di compiangere
un pinco pallino, quando un'onda gli girò verso terra il volto ancora intatto,
e riconobbi quello che fino a poco tempo prima era stato il tremendo e
implacabile Lica, e che adesso era lì quasi disteso davanti ai miei piedi. Non
riuscii a trattenere più oltre le lacrime, e anzi, percuotendomi un paio di
volte il petto con le mani, esclamai: «Dov'è finita la tua tracotanza? Dov'è
ora la tua prepotenza? Ma guardati: sei in balia dei pesci e delle bestie: poco
fa strombazzavi la potenza del tuo dominio, e adesso, da naufrago quale sei, di
quella nave enorme non ti resta più manco una tavola. Avanti, mortali,
riempitevi pure la testa di grossi progetti, muovetevi pure coi piedi di
piombo, disponendo per migliaia di anni delle ricchezze accumulate col raggiro.
Ma guardatelo: ieri era ancora lì che si contava tutta la sua roba, e in cuor
suo aveva già stabilito il giorno del rientro in patria. O dèi e dee, com'è
lontano adesso dalla sua meta! E non solo il mare è così infido per i mortali.
Chi combatte lo tradiscono le armi. Chi invece fa voti agli dèi, gli crolla
addosso la casa. Chi, per la fretta, si butta di corsa sul cocchio, finisce che
cade e ci lascia la pelle. C'è chi si strozza di cibo, e chi muore a forza di
digiuni. Se solo tiri bene le somme, il naufragio arriva dovunque. Ma è pur
vero che chi è travolto dal mare non ha sepoltura: come se importasse qualcosa
al corpo, che comunque è destinato a morire, se a consumarlo è il fuoco, il mare
o il tempo. Qualunque cosa accada, la fine è uguale per tutti. Ma le bestie
feroci faranno a pezzi il cadavere: come se il fuoco gli riservasse un
trattamento migliore! Anzi, c'è da credere che sia proprio questa la pena più
grave, visto che tocca agli schiavi quando ci fanno arrabbiare. Ma allora, che
razza di follia è mai questa, fare cioè di tutto perché di noi non resti più
nulla dopo la morte?». * Il corpo di Lica bruciava su un rogo innalzato da mani
nemiche, mentre Eumolpo, impegnato com'era a ponzare l'elogio funebre del
defunto, puntava lo sguardo lontano in cerca di ispirazione. * 116 Dopo
aver volentieri portato a termine questo pietoso ufficio, ci mettiamo in marcia
e, tempo un attimo, arriviamo fradici di sudore su un'altura, e di lì riusciamo
a scorgere non troppo lontano un paese arroccato in cima a una collina.
Sbandati com'eravamo, non riuscivamo a riconoscerlo, finché un contadino ci
informò che si trattava di Crotone, città antichissima e, un tempo, la prima
d'Italia. Siccome poi cercavamo di avere maggiori ragguagli sugli abitanti di
quella nobile terra e sul tipo di affari cui essi amavano dedicarsi, visto che
a forza di guerra non gli era rimasto granché. «Cari forestieri» ci illuminò il
tipo, «se siete commercianti, allora cambiate programma e trovatevi un altro
settore nel quale sbarcare il lunario. Se invece siete dei furbacchioni che ci
sanno fare e avete la menzogna facile, allora buttatevici pure perché non ci
metterete molto a fare soldi. Infatti in questa città delle lettere se ne
infischiano, l'eloquenza non trova spazi, e l'onestà e le buone maniere non
sono per niente di moda. La gente che incontrerete in questa città, bene,
sappiate che si divide in due categorie: o truffatori o truffati. In questa
città i figli non li riconosce nessuno, perché chi ha un erede legittimo non lo
invitano ai pranzi o a teatro, ma lo escludono da ogni piacere, costringendolo
a mescolarsi in mezzo ai derelitti. Invece, quelli che non si sono mai sposati
e che non hanno parenti prossimi raggiungono le cariche più alte, cioè a dire
sono soltanto loro che muovono le cose, sono loro gli unici coraggiosi e
onesti. Entrate in una città» proseguì, «che è come quelle campagne dove, nel
pieno delle pestilenze, non si vedono altro che cadaveri dilaniati o corvi che
li dilaniano». * 117 Eumolpo, che di noi era quello che la sapeva più
lunga, si mise a riflettere sulla nuova situazione e ci confessò che a lui quel
sistema di rastrellare quattrini non gli dispiaceva affatto. Sulle prime io
pensai che il vecchio, un po' suonato com'era per quella sua mania di fare
versi, scherzasse, ma lui, invece, disse: «Se solo potessi disporre di un più
ricco apparato scenico, cioè di un costume più presentabile, un equipaggiamento
scelto, per garantire maggiore credibilità alle mie menzogne! Per dio, è un
lavoretto che non rimanderei un attimo soltanto e vi procurerei soldi a palate
in men che non si dica». Gli prometto di aiutarlo a procurarsi quanto gli
serve, basta che si adatti a mettersi il vestito indossato nell'ultima rapina e
a servirsi di ciò che avevamo portato via nel colpo alla villa di Licurgo.
Quanto poi al denaro necessario lì sul momento, ce lo avrebbe procurato la
madre degli dèi, bontà sua. «E allora cosa aspettiamo» disse Eumolpo, «a
incominciare la nostra messinscena? Se la cosa vi va a genio, fate finta che io
sia il vostro padrone». Nessuno osò criticare quell'iniziativa, che oltretutto
non ci costava nulla. E così, perché il segreto di quella farsa non uscisse
dalla nostra cerchia, giurammo, attenendoci a una formula di Eumolpo, che ci
saremmo fatti bruciare vivi, incatenare, bastonare, passare da parte a parte, e
tutto quello che lui ci avesse imposto: ci consegnammo anima e corpo,
devotamente, al nostro nuovo padrone, come se fossimo stati dei gladiatori di
professione. Dopo aver prestato il giuramento e avere indossato vesti servili,
salutiamo Eumolpo come padrone e insieme apprendiamo che Eumolpo aveva perduto
un figlio, un ragazzo di eccezionali qualità e di belle speranze, e che il
povero vecchio se ne era andato dalla sua città proprio per non avere più sotto
gli occhi tutti i giorni i clienti e gli amici del figlio e quella tomba per
lui causa di continue lacrime. A questo lutto si era poi aggiunto di recente un
naufragio nel quale aveva perduto più di venti milioni di sesterzi, disastro
questo che gli dispiaceva non tanto per la perdita in sé e per sé, quanto
piuttosto perché, avendo perso il suo seguito, non si riconosceva più nel suo
rango. In Africa aveva però ancora un capitale di trenta milioni in terreni e
in crediti, e un numero così elevato di schiavi, sparsi un po' in giro per le
campagne della Numidia, che con loro avrebbe potuto conquistare perfino
Cartagine. In base a queste premesse di copione, suggeriamo a Eumolpo di
tossire spesso, di far finta di avere la gastrite e proprio per questo di
rifiutare, davanti agli altri, qualunque tipo di cibo. Di parlare in
continuazione di oro e d'argento, dei terreni che non rendono e della costante
sterilità dei suoi sterminati possedimenti. E poi di mostrarsi ogni giorno alle
prese con conti vari e di cambiare testamento una volta al mese. Infine, perché
non mancasse proprio nulla a quella sceneggiata, di confondere i vostri nomi
ogni volta che ci chiamava, per dare così l'impressione di ricordarsi anche dei
servi che non erano lì insieme a lui. Dopo avere rifinito il nostro piano,
preghiamo gli dèi che ce la mandino buona e poi ci rimettiamo per strada. Ma
Gitone non ce la faceva a portare quel carico cui non era abituato, e il servo
Corace, imprecando contro il suo mestiere, a ogni passo appoggiava a terra il
bagaglio, prendendosela con la nostra fretta e minacciandoci che avrebbe
abbandonato lì ogni cosa, o che se la sarebbe svignata con tutta la nostra
roba. «Ma cosa credete che sia» sbottò poi, «un mulo o una nave da carico? Mi
sono messo a disposizione per fare il lavoro di un uomo, non di un cavallo. E
non sono meno libero di voi, anche se mio padre mi ha lasciato povero». Ma dare
in escandescenze non gli bastava mica: ogni tanto alzava una gamba e riempiva
la strada di rumori vergognosi corredati da adeguati profumini. Queste bizze
polemiche di Corace destavano il riso di Gitone, che a sua volta ne
accompagnava ogni crepitio con un verso della bocca di uguale efficacia. 118
EUMOLPO. «Cari ragazzi miei, non sapete quanti la poesia ne ha illusi. Infatti
basta che uno metta insieme un verso e rabberci qualche idea in una frase
elegante, che subito si crede d'essere arrivato in cima all'Elicona. Ed è per
questo che moltissimi avvocati, sfiniti dal lavoro in tribunale, si rifugiano
nella serenità della poesia come se fosse un porto più tranquillo, convinti che
sia più facile mettere insieme dei versi che un'arringa traboccante di
pensierini vigorosi. Ma uno spirito eletto disprezza la superficialità, e la mente
non è in grado di concepire o di creare nulla di buono, se non è per così dire
inondata dal grande fiume della cultura. È obbligatorio evitare le trivialità
del lessico, e usare parole sconosciute alla massa, in modo da mettere in
pratica il famoso principio "odio il volgo profano e ne giro alla
larga". Bisogna poi evitare che i concetti esulino troppo dal contesto
generale: devono invece venir inseriti armonicamente, in modo da risplendere
come i colori di un tessuto. Prova ne siano Omero e i lirici, o il romano
Virgilio e Orazio che è così felice nella descrizione dei particolari. Quanto
agli altri, o non sono riusciti a imboccare la strada giusta che porta alla
poesia o, se l'hanno imboccata, non hanno avuto il coraggio di percorrerla fino
in fondo. Per esempio, prendete un po' un soggetto stupendo come la guerra
civile: se qualcuno volesse affrontarlo senza però essere sorretto da
un'adeguata mole di studi, rimarrebbe schiacciato dal peso. Il problema infatti
non è tanto quello di trattare in versi una successione di eventi (campo questo
in cui gli storici riescono di gran lunga meglio), quanto piuttosto quello di
avventurarsi con la fantasia attraverso peripezie e interventi di divinità,
vicende reali e inventate, in modo che il risultato finale sembri più il
fervore di una mente davvero ispirata che non il racconto scrupoloso basato su
testimonianze certe. Tipo questa mia improvvisazione, se vi va di sentirla,
anche se non ha ancora ricevuto l'ultima mano: * 119 «I Romani regnavano
signori vittoriosi del mondo, per terra e per mare, là dove corrono entrambi i
soli, eppure non erano sazi. E ancora solcavano i flutti battuti da grosse
carene. Se un golfo s'apriva nascosto, o qualche terra che l'oro brillante
esportasse, lì c'era il nemico e, pronti alla triste guerra i destini, ne
predavano i beni. Non piacevano più i piaceri di un tempo, non le gioie
travolte dall'uso comune. Lodavano il bronzo corinzio i soldati, si cercava nel
cuor della terra una luce più viva dell'ostro, tessuti mai visti ne traevano
Numidi e Seri, e i popoli d'Arabia avevano spogliato i propri campi. Ecco nuove
stragi e ferite inferte alla pace. Si acquistano con l'oro le belve nei boschi,
si scovano ai limiti dell'africo Ammone, che non manchi la belva dai denti
preziosi per la morte. Una fame straniera colpisce le navi, e pace non trova la
tigre tradotta con gabbia dorata, a bere il sangue dell'uomo dinanzi a una
folla festante. Ahi, che vergogna svelare l'amaro destino che incalza! Come
fanno i Persiani, rapiscono i giovani nel fiore degli anni, e il membro gli
troncano col ferro, perché ignorino il sesso, e ritardino il corso del tempo
che vola e la fuga degli anni, mentre cerca se stessa natura e non sa
ritrovarsi. Son le checche che piacciono a tutti coi loro flaccidi corpi, i capelli
al vento, le mille novità della moda e tutto ciò che eccita il maschio.
Sradicata dall'Africa ecco una tavola in cedro che riverbera stuoli di schiavi
e di porpore, screziata di macchie simili all'oro, che in bellezza lo vincono e
attirano lo sguardo. Sepolta nel vino una folla circonda questa tavola sterile
e a torto pregiata, e insegue errabondo il soldato la preda con in pugno le
armi per le strade del mondo. Ingegnosa è la gola. Lo scaro che nuota nel mar
di Sicilia lo portano vivo alla mensa, e l'ostrica colta sui lidi lucrini la
vendono per cene sontuose, come stimolo subdolo alla fame. Già le acque del
Fasi son deserte d'uccelli, e nel vuoto fogliame resta solo il sospiro
dell'aria. Stessa folle demenza nel Campo. Si svendono i Quiriti, e rivolgono i
voti al sonante denaro e al profitto. Una merce è la massa, una merce è la
Curia dei padri, e il favore è in vetrina col prezzo. Anche il libero cuore dei
senatori è venuto meno, e dispersi gli averi il potere ad altri è passato.
Giace guasta dall'oro anche la somma maestà. È sconfitto e scacciato dal popolo
Catone, ma più triste chi vinse, che a Catone i fasci ha strappato. E infatti -
questa è l'onta del popolo e il crollo di tutti i principi - non fu l'uomo
soltanto sconfitto, ma con lui si piegò in un tratto la potenza e l'onore di
Roma. A tal punto era Roma corrotta che vendeva se stessa e chiunque poteva
predarla. Travolta nel mentre da duplice gorgo, la plebe cedeva al diluvio
d'usura e al debito fatto sistema. Non c'è casa sicura, non c'è corpo che pegno
non abbia, come fosse una peste che nata nel cuore dei corpi furiosa dilani le
membra tra spasimi atroci. Le armi piacciono ai miseri, perché i beni distrutti
dal lusso, nel sangue ritrovano vita. Osa il povero che nulla rischia. Immersa
in un fango così, prostrata in pieno letargo, che rimedi potevano scuotere Roma
e sanarla, se non della guerra il furore e le brame eccitate dal ferro? 120
La sorte tre capi fornì, che tutti in regioni diverse la mortifera Enio ha
travolto in un cumulo d'armi. Crasso è preda dei Parti, giace il grande nel
mare di Libia, Giulio Roma l'ingrata del suo sangue ha cosparso, e, quasi la
terra non reggesse simili tombe, ne disperse le ceneri. Ecco gli onori che dà
la gloria. Giace immerso nel mezzo di un'ampia voragine un luogo tra Partenope
e i campi dell'alta Dicarchi, che lo bagna il Cocito: e l'efflato che fuori ne
spira tutto intorno si spande infuriando come vampa funesta. Non è questa una
terra che verdeggi nel tempo d'autunno, non ne allietano il suolo le erbe, né
dai molli virgulti a primavera si leva il suono di voci tra loro discordi, ma
caos informe soltanto e rocce di pomice nera godono dei cipressi che spuntano
intorno funerei. In quel luogo il padre Plutone solleva la testa, cosparsa di
fiamme di roghi e di cenere bianca, e con tali parole eccita la Fortuna dal
rapido volo: "Tu che reggi ogni cosa, umana o divina che sia, o Sorte, cui
mai piacque troppo certa potenza, che sempre ami il nuovo e appena lo hai lo
rigetti, non ti senti per caso schiacciata dal peso di Roma, né più puoi
sollevare la mole già avviata allo sfascio? Le sue stesse forze dispregia la
gioventù di Roma, e quanto ha creato sostiene a fatica. Guarda ovunque che
sfarzo di prede e sostanze smaniose d'estinguersi. Costruiscono case dorate che
toccano il cielo, con le rocce ricacciano l'acqua, fanno nascere il mare nei
campi, e ribelli sconvolgono l'ordine dato alle cose. Ecco assaltano pure i
miei regni. Solcata da macchine folli, la terra si squarcia, nei monti svuotati
gemono gli antri, e mentre la pietra s'adatta a folli usi, i Mani infernali
confessano di ambire al cielo. Per questo trasforma, o Sorte, in guerra il tuo
volto pacato, e risveglia i Romani, fornisci di anime il mio regno. Da troppo
non bagno le mie labbra nel sangue, né l'amata Tisifone v'intinge le membra
assetate, dal giorno che il brando di Silla ne bevve a fiumi e diede la terra
alla luce orride messi nutrite di sangue". 121 Disse così, e
volendo alla destra unire la destra, col gesto squarciò la terra aprendovi un
baratro enorme. Allora la sorte dal cuore volubile parlò queste parole: "O
padre, cui ottemperano gli antri segreti del Cocito, se impunemente m'è dato
svelare i destini veraci, i tuoi voti saranno esauditi. Nel petto mi si agita
un'ira non minore, né fiamma più lieve le viscere m'arde. Tutto ciò che io ho
dato alla rocca di Roma lo odio, e la rabbia mi rode a quei doni. Ma il dio che
creò tale mole, la schianterà lui stesso. Perché anch'io sento in cuore la
brama di cremare le salme e saziarmi di un'orgia di sangue. Già io vedo Filippi
ricoperta due volte di morte, e le pire in Tessaglia e i lutti del popolo
ispano. Già il fragore delle armi mi introna le orecchie ferventi. E già vedo,
o Nilo, risuonare la tua fortezza di Libia, e la punta di Azio e i guerrieri atterriti
dalle frecce di Apollo. Orsù, dunque, spalanca del tuo regno i confini assetati
e anime nuove richiama. A stento il nocchiero del fiume traghettare potrà sulla
barca tutte le ombre dei morti: di una flotta avrebbe bisogno. Ma tu saziati in
tanta rovina, o Tisifone pallida, e lecca le aperte ferite: il mondo straziato
tra i morti è sospinto allo Stige". 122 Aveva appena finito di
parlare, che una nube squassata da un lampo corrusco tremò vomitando lingue di
fuoco. Il padre delle ombre si china, rinserra il grembo del suolo, e pallido
in volto paventa le saette fraterne. I presagi divini tosto annunciano stragi
di umani e flagelli imminenti. Sfigurato nel volto da macchie di sangue, il
Titano si copre la faccia di nebbia: già da allora fiutare potevi l'orrore
delle guerre civili. Dal suo canto velandosi il candido volto, Cinzia nega luce
allo scempio. Stroncate le cime dei monti franano tra strepiti, e i fiumi in un
cieco vagare vanno verso la morte scorrendo tra rive non note. Il cielo infuria
per strepito d'armi e un tremulo squillo fra gli astri chiama Marte a
battaglia, e già l'Etna divorano fiamme mai viste e al cielo arrivano i lampi.
Tra le tombe e le ossa dei morti insepolti, ecco falbe parvenze levano minacce
con strida sinistre. Sparge fiamme una cometa seguita da stelle inaudite, e
Giove subito riversa sul mondo una pioggia di sangue. Un dio scioglie rapido i
presagi, perché Cesare ha rotto gli indugi, e sospinto dall'ansia di vendetta,
le armi galliche butta e brandisce spade civili. Sulle altissime Alpi sconfitte
dal Greco divino, dove i sassi si abbassano e cedono il passo a chi sale, lì
c'è un luogo che a Eracle è sacro: dura neve lo copre d'inverno e su fino al
cielo lo innalza con bianca vetta. Lì diresti che il cielo è crollato: quel luogo
non si stempera ai raggi del sole cocente, né alla brezza della nuova stagione,
ma tutto congelano il ghiaccio e la brina invernale. Tutto il mondo potrebbe
sorreggere col suo dorso minaccioso. Come Cesare il passo calcò coi soldati
festanti, e scelse un punto di sosta, dalla cima più alta del monte abbracciò
con lo sguardo le vaste terre d'Esperia, e levando le mani alle stelle e
insieme la voce, così disse: "Onnipotente Giove, o terra saturnia un tempo
felice delle mie gesta e greve di tanti trionfi, è a voi che m'appello: mio
malgrado qui Marte risveglio a battaglia, mio malgrado riporto la guerra. Grave
offesa mi spinge, cacciato dalla mia terra, mentre il Reno coloro di sangue,
mentre ancora respingo i Galli che di nuovo si spingono dalle Alpi a assediare
la rocca, io ne vengo bandito sebbene in trionfo. Dopo il sangue germano e
sessanta vittorie, mi si dice sei reo. A chi fa paura la mia gloria? Chi sono
quelli che vogliono la guerra? Solo masse assoldate da vile mercede, per le
quali la mia Roma è matrigna. Ma non senza vendetta, credo, né senza castigo,
un codardo legherà questa mia destra. Correte furenti alla vittoria, correte,
compagni, e la causa col ferro trattate. Una per tutti è l'accusa e tutti
sovrasta un'unica strage. Voglio rendervi grazie, non ho vinto da solo. Ma se
sono colpa i trofei e infamia le nostre vittorie, il dado sia tratto e giudice
sia la Fortuna. Guerra portate, date prova di voi nello scontro. Certo la causa
per me è risolta: tra tanti guerrieri armato, non so cosa sia la sconfitta!".
Dopo aver tuonato così, dal cielo l'uccello d'Apollo diede fausti presagi
muovendosi in volo per aria. A sinistra si udirono poi da una selva paurosa
voci strane seguite da bagliori di fiamma. Anche il disco di Febo si fece più
vivo e più grande di sempre, e il volto si cinse di un raggio di oro
splendente. 123 Rincuorato da tali presagi, le insegne di guerra Cesare
innalza e solo al comando affronta imprese mai viste. Per prima la terra
coperta di ghiaccio e di candide brine non gli si oppone, restando immobile nel
suo orrore. Ma quando le schiere spezzarono la nebbia compatta e il cavallo
impaurito ruppe le croste gelate dell'acqua, le nevi si sciolsero. Un attimo e
fiumi creati dal nulla sgorgarono dai monti, ma come a un ordine dato si
bloccavano anch'essi, con il flutto stupito di fronte all'arresto, e ciò che
prima era liquido, adesso era lastra da taglio. Illuse allora i passi la crosta
sempre malfida, e i piedi sorprese: e insieme le schiere e i guerrieri con le
armi giacevano perduti in un mucchio confuso. Ecco pure le nubi colpite da
gelidi soffi rovesciare il carico, e i venti irrompere a turbine, e la grandine
turgida scrosciava dal cielo sventrato. Ormai le nubi stesse crollavano sfatte
sulle schiere, cozzando col ghiaccio come onde sul mare. Vinta era la terra dal
gelo, vinte anche le stelle, e vinte le correnti che immobili tacevano a riva.
Ma non Cesare ancora, che appoggiato all'asta possente col suo passo sicuro
violava quegli orridi campi, quale l'Anfitrioniade scese altero dal Caucaso, o
Giove cupo in volto calò dalle vette d'Olimpo, quando respinse i dardi dei
Giganti al tramonto. Mentre Cesare irato sconfigge quelle rocche superbe, con
un battito d'ali fremente la Fama veloce s'invola, e del Palatino il punto più
alto raggiunge, ogni statua rimbomba di quel rombo romano: navi corrono il mare
e a ogni giogo delle Alpi si addensano squadre coperte di sangue germano. Armi,
sangue, massacri, incendi e rovine di guerra dinanzi agli occhi sfilano. Allora
i cuori sconvolti in tumulto dal panico sono scissi in due schiere. Scappa
questo per terra, confida quello nel mare, della patria adesso più sicuro.
Qualcuno vuole invece la strada delle armi tentare e il fato seguire imperioso.
Quanto grande il terrore, tanto rapida è la fuga. Ma ancora più in fretta, -
vista questa miseranda - nel pieno del caos lascia il popolo la sua città
deserta e va dove il cuore lo spinge. Roma vuole fuggire, e i Quiriti
sbaragliati a un semplice suono di voce le case si lasciano dietro nel lutto.
Chi con mano tremante i figli sostiene, chi in seno i Penati nasconde e
piangendo varca per l'ultima volta la soglia, e il nemico assente consacra nel
voto alla morte. Alcuni si stringono al petto angosciati le spose, e i genitori
anziani, mentre i giovani inadatti agli sforzi salvano solo quel che han di più
caro. Chi incauto trascina con sé tutto quanto possiede, il bottino trasporta
ai nemici. È come quando l'Austro si leva imperioso dal largo, e gonfia di
colpi le onde, che allora alla ciurma non serve più remo o timone, ma
all'albero lega uno il suo peso, mentre un altro cerca spiagge sicure in fondo
a un golfo, e un altro ancora spiega le vele e in tutto alla sorte si affida.
Ma questo è ancora poco. Insieme ai due consoli il Grande, lui terrore del
Ponto, lui che è giunto all'Idaspe selvaggio, lui flagello dei pirati, che
portato tre volte in trionfo, Giove stesso aveva temuto, cui il Ponto dal
vortice infranto e il Bosforo dall'onda mansueta si erano inchinati, lui -
vergogna! - fuggiva gettando il suo nome di capo, così che la Sorte bizzarra
vedesse la schiena anche del Grande. 124 Allora l'immane contagio
colpisce anche gli dèi. E il cielo stesso fugge impaurito. Ed ecco che la mite
schiera dei numi abbandona sdegnata la terra impazzita, lasciandosi dietro le
spalle la folla dannata dei mortali. Agitando le sue candide braccia, prima fra
tutti la Pace nasconde nell'elmo il capo sconfitto, e in fuga abbandona la
terra, riparando nel regno implacabile di Dite. L'accompagna dimessa la Fede e
sciolte le chiome la Giustizia, e in lacrime la Concordia col mantello a brani.
Ma là dove s'apre squarciata la sede dell'Erebo, sale in massa la schiera di
Dite, l'orrida Erinni, l'inquietante Bellona, e Megera armata di faci, e Leto,
e i Tradimenti e lo squallido fantasma della Morte. In mezzo c'è il Furore che
impazza con le redini infrante, e il capo cruento solleva, coprendo con l'elmo
cruento il viso scavato da mille ferite. Nella sinistra regge il logoro scudo
di Marte, greve per gli infiniti dardi, e impugna la destra minacciosa un
tronco in fiamme a spargere incendi nel mondo. Sente gli dèi la terra, e gli
astri cercano il peso di un tempo nell'ordine sconvolto, perché tutta la reggia
del cielo si affretta a spaccarsi in due parti. Dione è la prima a sorreggere
le armi di Cesare amato, e Pallade le è vicina, e insieme va Marte, che vibra
l'immensa sua asta. Con il Grande si schierano invece Febo e la sorella e la
prole Cillenia, e il dio di Tirinto che in tutto l'eguaglia. Squillarono le trombe
e su dallo Stige Discordia coi crini discinti alta levò la sua testa d'inferno.
In bocca il sangue è un grumo e piangono lividi gli occhi, i denti li
incrostava una ruggine scabra, è marcia la lingua, avvolta di serpi la faccia,
il petto stretto in una lacera veste, mentre la destra tremante brandiva una
torcia con bagliori di sangue. Com'ella lasciò il Tartaro e il Cocito avvolto
nell'ombra, con passi possenti raggiunge i gioghi del fiero Appennino, di dove
scrutare potesse tutte le terre e i lidi e ovunque nel mondo brulicanti le
caterve di armati, e cotali parole riversa dal petto in fermento:
"Prendete o genti le armi, infiammatevi d'odio e gettate con forza le
torce nel cuore delle città! Chi si cela cadrà: non rifiuti lo scontro la
donna, non fanciullo, non vecchio, se pure prostrato dagli anni, ma tremi la
terra stessa e insorgano i tetti in rovina. Tu Marcello difendi la legge. Tu
Curione aizza la plebe. Non frenare, tu Lentulo, l'infuriare di Marte. Ma
perché dunque, tu figlio di dèi, tanto indugi nell'armi, e non schianti le
porte e non spezzi i bastioni ai castelli, e tesori non strappi? E tu, o
Grande, non sai proteggere le rocche di Roma? Rifùgiati dentro Epidamno, e con
sangue di uomo tingi i tessali golfi!". E sulla terra accadde ciò che
Discordia volle». * E mentre Eumolpo terminava con grande scioltezza di lingua
la sua tirata in versi, finalmente entrammo a Crotone. Qui, dopo esserci
rimessi un po' in sesto in un alberghetto, il giorno seguente, mentre ci
stavamo cercando una sistemazione un po' più decorosa, ci imbattemmo in un
gruppo di cacciatori di eredità, che ci chiesero chi fossimo e da dove
venivamo. Attenendoci a quanto concertato nel piano, rispondemmo rifilando loro
un sacco di frottole, riuscendo tranquillamente a convincerli sulla nostra
identità e sulla nostra provenienza. E tra di loro fu subito una lotta accanita
per mettere a disposizione di Eumolpo i propri beni. * Tutti quei cacciatori di
eredità facevano a gara a colpi di regali per conquistarsi la simpatia di
Eumolpo. * 125 Era già da un bel pezzo che noi ce la spassavamo in quel
modo a Crotone, ed Eumolpo, al settimo cielo dalla felicità, non si ricordava
già più della sua condizione passata, al punto che cominciava a vantarsi con
gli intimi dicendo che lì nessuno era in grado di resistergli e che se in
quella città qualcuno dei suoi compari avesse commesso qualche reato, l'avrebbe
passata liscia grazie all'influenza delle sue conoscenze. Io, però, anche se
passavo la giornata a rimpinzarmi con tutto quel ben di dio che avevamo in
eccesso ed ero ormai quasi convinto che la sfortuna avesse smesso di braccarmi
come un cane, ciò non ostante pensavo spesso alla mia presente condizione e a
come ci fossi arrivato. «Ma come la mettiamo se uno di questi sciacalli un po'
più furbo degli altri spedisce un investigatore in Africa e scopre la nostra
messinscena? E se il servo di Eumolpo, nauseato da questo benessere, si lascia
scappare qualcosa coi suoi amici, e da invidioso qual è ci tradisce svelando
tutta la frode? Sicuramente bisognerebbe di nuovo alzare i tacchi e, proprio
adesso che ci siamo scrollati di dosso la miseria, ci toccherebbe vivere da
pezzenti. O dèi e dee, certo che è dura la vita dei fuorilegge! Sono sempre lì
ad aspettarsi che arrivi quel che si meritano». 126 CRISIDE, ANCELLA DI
CIRCE, A POLIENO. «Siccome lo sai di essere irresistibile, sei pieno di te, e i
tuoi abbracci li vendi, invece di farne dono. A cosa ti servono tutti quei bei
riccioli, quella faccia ritoccata dai cosmetici, quel tuo sguardo birichino,
quel tuo sculettare ad arte, con passettini studiati apposta, se non per
pubblicizzare le tue qualità per poi metterle in vendita? Stammi bene a
sentire: io non sono una di quelle che sanno tutto di oroscopi e stanno a
sentire gli astrologi, ma mi basta guardare in faccia le persone per capire che
tipi sono, e se poi li vedo anche fare due passi sono capace di dirti pure
quello che pensano. Bando alle ciance: sia che tu venda quello che cerco (e il
compratore è già bello e pronto), sia - e sarebbe anche più carino da parte tua
- che lo regali, datti da fare perché io ti sia grata. Se poi vai a raccontare
in giro di essere uno schiavo e un morto di fame, guarda che accendi una ch'è
già abbastanza in calore. Perché ci sono delle tipe che si eccitano solo con la
feccia: gli basta vedere un servo o uno stalliere con la veste tirata un po'
su, e si infiammano subito. Altre, invece, le manda in fregola il circo, o un
mulattiere impiastricciato di polvere, o ancora un attorucolo che si sia fatto
un nome calcando le scene. La mia padrona è una di queste: lei salta oltre le
quattordici file dei posti riservati nell'orchestra, per andarsi a prendere in
mezzo alla gentaglia qualcuno che la faccia andare su di giri». Ringalluzzito
da tutte quelle lusinghe, io le dissi: «Ma dimmi un po', saresti tu quella che
spasima per me?». Ma la ragazza scoppiò a ridere a quella freddura e replicò:
«Vacci piano con le arie. Finora, a letto con un servo non ci sono mai andata,
e prego gli dèi di evitarmi rapporti intimi con gente destinata alla croce. Con
tipi come quelli se la vedano un po' le signore bene, che i segni delle
frustate se li baciano pure. Quanto a me, con tutto che sono solo una serva, se
non sono almeno dei cavalieri, non mi ci metto». Io rimasi a bocca aperta di
fronte a una simile differenza di gusti, e non riuscivo a darmi pace che
un'ancella avesse la superbia di una signora, e una signora la bassezza di
un'ancella. Dopo esserci scambiati ancora un bel po' di battute, chiesi
all'ancella di portarmi la sua padrona nel boschetto di platani. L'idea le andò
a genio e... si tirò su per bene la tunica andandosi a infilare in mezzo alle
macchie di alloro che costeggiavano il vialetto. Un attimo dopo riemerse dal
nascondiglio insieme alla sua padrona, e io mi ritrovai accanto una donna che
era meglio di qualunque statua. Per descriverne la bellezza non ci sono parole
adeguate, perché tutto quello che potrei tirar fuori non sarebbe all'altezza
della realtà. I capelli naturalmente ondulati le si spargevano ovunque sulle
spalle, pettinati all'indietro a partire dalla fronte minuta, mentre le
sopracciglia le correvano fino alla linea delle guance andandosi quasi a unire
tra gli occhi, che erano più limpidi delle stelle nelle notti senza luna, il
naso era appena arcuato e le labbrucce come quelle che Prassitele immaginò
avesse Diana. Per non dire del mento, del collo, delle mani e dei piedi, così
bianchi tra i giri di una catenina dorata, che il marmo di Paro avrebbe
sfigurato al confronto. E così, fu allora che per la prima volta mi sembrò di
non provare più nulla per Doride, la mia fiamma di un tempo. * Che ti succede,
o Giove, che gettate a terra le armi resti tacito in mezzi agli dèi, tu idolo
muto? Era questo il momento di ornare la fronte tua torva di corna e nascondere
i bianchi capelli con candide piume. Ecco la vera Danae. Ma tu sfiorale il
corpo soltanto, si scioglieranno le membra per ardore di fiamma che brucia. * 127
Estasiata dal mio madrigale, la donna sorrise in maniera così soave da
sembrarmi la luna quando fa capolino da una nube con la sua faccia piena. Poi,
accompagnando con gesti le parole, disse: «Se non disdegni, o bel giovine, una
donna di classe che quest'anno ha conosciuto per la prima volta l'uomo, io ti
offro l'amore di una sorella. So che tu hai già un fratellino - lo ammetto, ho
preso qualche informazione -, ma chi ti impedisce di adottare anche una
sorella? A me basta stare sul suo stesso piano. Tu dègnati solo, quando te ne
vien voglia, di provare anche i miei di baci». «Anzi» replicai, «sono io che ti
scongiuro, in nome della tua bellezza, di voler ammettere tra i tuoi spasimanti
uno straniero. Se ti lasci adorare, vedrai come sono devoto. E perché tu non
debba pensare che io voglia entrare gratis nel tempio d'Amore, accetta in dono
il mio fratellino». «Ma come» replicò lei, «mi regali questo bel ragazzino
senza il quale non puoi vivere e dalle cui labbra pendi, questo qui che tu ami
come io vorrei essere amata da te?». Mentre pronunciava queste parole, la sua
voce era accompagnata da una tale grazia, e un suono così dolce carezzava
l'aria, che sembrava di sentire nell'aria l'armonioso canto delle Sirene. E
mentre ero lì in estasi che la contemplavo e tutto il cielo intorno brillava di
un non so che di più splendente, volli sapere il nome di quella dea. «E così»
disse lei «la mia ancella non ti ha detto che mi chiamo Circe? Ma non sono
figlia del Sole, e mia madre non fermò, a piacer suo, il corso del mondo.
Eppure, se il destino vorrà vederci uniti, avrò lo stesso motivo di render
grazie al cielo. Anzi, penso che un dio sia già all'opera con non so quali suoi
taciti progetti. E non è senza un motivo che Circe ama Polieno: da sempre tra
questi due nomi divampa una grande passione. Avanti, se ne hai voglia prendimi
pure, e non temere se qualcuno ci vede, perché tanto il tuo fratellino non
c'è». Così disse Circe e, abbracciandomi con quelle sue braccia morbide come la
piuma, mi attirò a terra su un prato che era tutto colori. Come i fiori che in
vetta dell'Ida cosparse la madre Terra, nel giorno in cui Giove si unì al suo
legittimo amore e l'ardere delle fiamma sentì nel petto: brillarono le rose, le
viole e il cipero dolce, e risero i bianchi gigli sul verde del prato: così ci
invitava all'amplesso la terra su soffici erbe, e candido il giorno inneggiava
all'amore segreto. Ugualmente avvinghiati in quel prato, ci divoravamo in un
gioco di baci, nell'attesa del piacere più intenso. 128 CIRCE A POLIENO.
«Ma cosa t'è preso?» sbottò a un tratto. «Forse ti danno fastidio i miei baci?
Non avrò per caso l'alito cattivo per colpa del digiuno? O del sudore rancido
sotto le ascelle? Ma se non è così, e lo credo, non sarà mica perché hai paura
di Gitone?». E io, tutto rosso in faccia per la vergogna, persi anche quel poco
di forze che mi restavano, e col corpo che mi si afflosciava dissi: «Non
schernire, ti prego, o regina, le mie sventure: qui mi sa che sono vittima di
una fattura». * CIRCE. «Criside, sii sincera, dimmi la verità: sono brutta? Non
sono vestita come si deve? C'è qualche difetto che offusca la mia bellezza? Non
ingannare la tua padrona. Non lo so proprio in cosa ho sbagliato». E dato che
la ragazza non apriva bocca, le strappò di mano uno specchio e, dopo aver
provato tutte le espressioni che la gioia di solito disegna sui volti degli
innamorati, si aggiustò un attimo il vestito spiegazzato dal contatto con la
terra e poi si infilò in fretta e furia nel tempio di Venere. Io invece, con la
faccia da condannato e i brividi dappertutto come se avessi visto un fantasma,
cominciai a chiedermi se non ero stato defraudato del vero piacere. Così, nel
sopore della notte, quando i sogni c'illudono gli occhi errabondi e la terra
sventrata ci mostra alla luce dell'oro, rapace la mano soppesa il tesoro e lo
rapisce, sul volto si spande il sudore, stringe il cuore la paura che possa qualcuno
scoprire il segreto e ci strappi dal grembo il bottino. Quando poi l'illusione
svanisce e al vero ritorna la mente, brama l'animo ciò che ha perduto, e nel
sogno scomparso con tutti i suoi sensi s'aggira. * GITONE A ENCOLPIO. «E così
ti ringrazio davvero per questo tuo amore socratico che hai verso di me.
Nemmeno Alcibiade dormì così intatto nel letto del suo precettore». * 129
ENCOLPIO A GITONE. «Mi devi credere, caro fratellino mio, ma mi sembra di non
essere nemmeno più un uomo, di non provare più nulla. È ormai morta e sepolta
quella parte del mio corpo, dove prima io ero un Achille». * Siccome il
ragazzino temeva di dar adito a chiacchiere se lo trovavano lì con me, schizzò
via come una furia e andò a rintanarsi nell'angolo più lontano della casa. * Ma
a entrare nella mia stanza fu invece Criside, che mi consegnò un biglietto
della sua padrona nel quale c'era scritto: «Caro Polieno, se io fossi una che
bada solo ai sensi, sarei qui a lamentarmi per la delusione. Devo invece
ringraziare la tua debolezza, perché mi ha permesso di godermi più a lungo i
preliminari. Vorrei però sapere come ti senti e se a casa ci sei ritornato con
le tue gambe, visto che, stando a quanto dicono i medici, senza nervi non si
cammina più. Ascoltami bene, tesoro, occhio alla paralisi, perché uno mal preso
come te non l'ho mica mai visto. Sei già mezzo spacciato, e se quel gelo ti
arriva alle ginocchia e alle mani, puoi pure chiamare le pompe funebri. E
allora? Anche se è grave l'offesa che ho ricevuto, non voglio negare la medicina
a uno che sta così male. Se vuoi guarire, raccomandati a Gitone. Ti garantisco,
riacquisterai le forze, se solo per tre notti non vai a letto col fratellino.
Quanto a me, niente paura: se la fama e lo specchio non mi ingannano, qualcuno
cui piacere lo trovo ancora. Stammi bene, se ci riesci». Quando Criside vide
che avevo finito di leggere quella presa in giro, disse: «Ma dài, son cose che
succedono. Specie in questa città, dove le donne son capaci di tirarti giù
perfino la luna dal cielo... Tranquillo che un rimedio lo troviamo. Tanto per
cominciare, rispondi alla padrona buttandole giù qualche parola carina, e
restituiscile coraggio col candore della sincerità. Perché è meglio ti dica
come stanno le cose: da quando ha subito l'offesa, la mia padrona è fuori di
sé». Seguii di buon grado il consiglio della ragazza e misi per iscritto quanto
segue: 130 «Polieno a Circe: salve! Ti confesso, o mia regina, di aver
peccato parecchio, ma sono un uomo e per giunta giovane. Prima di oggi però non
ero mai incappato in un peccato mortale. Eccoti qua davanti un reo confesso:
qualunque sia il tuo verdetto, sarà meritato. Mi son macchiato di tradimento,
ho ucciso un uomo e ho profanato un tempio: trova tu un adeguato castigo per
questi misfatti. Se ritieni che io debba morire, verrò da te con la mia spada;
se ti basterà farmi frustare, allora correrò nudo dalla mia regina. Ricòrdati
però di una cosa soltanto: non son stato io a fallire, ma l'arnese. Il soldato
era pronto, sono state le armi a mancare. Chi abbia provocato il pasticcio, lo
ignoro. Forse la smania interiore ha preso sul tempo gli indugi del corpo; o
forse, volendoti tutta godere, ho sprecato il piacere prima del tempo. Non
riesco a capire che diamine ho combinato. Mi dici poi di stare attento alla paralisi:
come se ce ne fosse una ancora peggiore di questa, che mi ha impedito di farti
mia. Eccoti però il succo delle mie scuse: vedrai che saprò soddisfarti, se
solo mi darai modo di rimediare alla mia colpa». * Dopo aver congedato Criside
con questa promessa, mi presi cura con ogni attenzione di quello sciagurato mio
corpo, iniziando col ricorrere a un leggero massaggio, invece del solito bagno.
Poi buttai giù della roba afrodisiaca, cioè cipolle e teste di lumaca senza
salsa, con meno vino del solito. Poi, dopo aver fatto due passi, mi infiliai a
letto senza Gitone. La voglia di far pace con Circe era così forte, da temere
che il fratellino mi sfiorasse anche solo col fianco. 131 Il giorno
dopo, essendomi alzato senza più alcun disturbo di natura fisica e psicologica,
mi recai di nuovo in quello stesso viale coi platani, anche se ormai avevo il
sospetto che si trattasse di un posto un po' iellato, e rimasi lì tra gli
alberi ad aspettare Criside che mi indicasse la strada. Stanco di andare su e
giù, mi ero seduto nel punto del giorno prima ed eccola arrivare in compagnia
di una vecchietta. E dopo avermi salutato, mi disse: «E allora, pagliaccio,
oggi andiamo un po' meglio?». * La vecchia, intanto, tirò fuori dal grembo un
cordoncino intrecciato con fili di diverso colore e me lo legò al collo. Poi
raccolse col dito medio un po' di terriccio, ci sputò sopra e mi tracciò dei
segni sulla fronte, anche se io cercavo di oppormi schifato... * Dopo aver
pronunciato questa formula magica, la vecchietta mi ordinò di sputare tre volte
e di tirarmi per tre volte contro il petto dei sassolini incantati che aveva
portato avvolti in uno straccetto di porpora. Poi, allungando le mani, cominciò
a manipolarmi l'affare, che obbedì all'istante, gonfiandosi e indurendosi in
maniera così spettacolare da riempire le mani della vecchia, che esultante
esclamò: «Guarda un pochino, Criside mia, che bel leprotto ti ho stanato perché
un'altra se lo goda!». * Il platano mobile l'ombra estiva diffonde, e il
tremulo cipresso, e Dafne coperta di bacche, e pini potati dalle cime
ondeggianti. Lì in mezzo giocavano le acque errabonde di un rivo spumoso,
smeriglio dei ciottoli le querule onde. Un luogo degno d'amore: ne davano
conferma l'aedo silvestre e Procne l'urbana, che a volo sui prati d'intorno e
su tenere viole un inno levavano ai campi. * Mollemente adagiata sul letto, lei
poggiava il suo collo marmoreo su un cuscino dorato, e con un mirto in fiore si
faceva vento lentamente. Appena mi vide, arrossì un pochino, memore forse del
brutto scherzo che le avevo fatto il giorno prima. Quando però tutti i presenti
si ritirarono e mi invitò a sdraiarmi accanto a lei, mi coprì gli occhi con il
rametto e, quasi resa più sbarazzina da quella specie di schermo tra di noi,
disse: «E allora, mio bel paralitico, oggi sei venuto tutto intero?». «Perché
fai tante domande» replicai io «invece di toccare con mano?». E abbandonatomi
tutto nel suo abbraccio, ormai senza bisogno di incantesimi, andai avanti a
baciarla fino a non poterne più. * 132 ENCOLPIO A PROPOSITO DEL
FANCIULLO ENDIMIONE. Con la sola bellezza del suo corpo che per me era tutto un
invito, lei mi attirava al piacere. Già sulle nostre labbra fioccavano fitti i
baci, già le mani intrecciate si erano avventurate in ogni tipo di carezze
amorose, già i nostri corpi allacciati si erano fatti un respiro solo. *
Esasperata da un fiasco tanto palese, la signora si decise alla fin fine a
punirmi: e così, chiamati i domestici, dà ordine di appendermi per i piedi e
frustarmi. Ma non contenta di avermi già umiliato in quel modo, chiama le sue
schiave addette al telaio e la feccia della servitù, invitando tutti a coprirmi
di sputi. Io mi metto una mano sugli occhi e, senza lasciarmi scappare una sola
parola di supplica perché sapevo di meritarmelo in pieno, vengo scaraventato
fuori in una gragnuola di calci e di sputi. Insieme a me cacciano anche la
vecchia Proseleno, e Criside si busca la sua bella razione di botte, mentre
tutti i servi bisbigliano preoccupati tra loro, chiedendo chi mai abbia fatto
uscire dai gangheri la padrona, che un attimo prima così di buon umore. * Così,
rinfrancato al pensiero che anche gli altri le avevano prese, nascosi abilmente
i segni delle frustate, per evitare che Eumolpo se la ridesse dei miei guai e
che Gitone se ne rattristasse. Facendo perciò l'unica cosa possibile per
salvare la faccia, finsi di non sentirmi bene e, cacciatomi a letto, scatenai
tutta la mia rabbia contro l'arnese, unico e vero responsabile di quella serie
di disavventure. Strinsi in mano tre volte la scure terribile, tre volte
temetti il ferro che male la mano reggeva, rammollito com'ero più di un torso
di cavolo. Né più avrei potuto infligger la pena che pure volevo. Infatti
l'arnese, spaurito e più freddo del ghiaccio, si era ritirato nella pancia
coperto da innumeri grinze. Né potei la cappella scoprirgli per dar mano al
supplizio, ma beffato dal terrore mortale di tale pendaglio da forca, mi tuffai
negli insulti che più lo potevano ferire. Appoggiandomi dunque sul gomito,
indirizzai a quel contumace un'invettiva grosso modo così: «Cos'hai da dire,
vergogna di tutti gli uomini e di tutti gli dèi? Infatti in un discorso serio
non è corretto nemmeno nominarti. Cosa ti avrei mai fatto perché tu mi
trascinassi all'inferno dal paradiso in cui mi trovavo? Perché tu mi togliessi
il fiore degli anni nel suo primo rigoglio, per mettermi addosso lo sfinimento
dell'estrema vecchiaia? Avanti, dammi anche solo una prova che almeno ci sei».
Mentre così mi sfogavo, Volgendo il capo, a terra gli occhi teneva, e la faccia
non tradiva ombra di movimento alle mie parole, più di un salice molle o di un
papavero dal gambo appassito. Eppure, appena finita quella penosa tirata,
cominciai a provare rimorso per quanto avevo appena detto e ad arrossire tutto
dentro di me, perché, lasciando da parte ogni traccia di pudore, mi ero messo a
parlare con quella parte del corpo che la gente a modo non ammette nemmeno di
avere. Ma poi, dopo una lunga grattata di testa, mi dissi: «Ma, in fin dei
conti, che male c'è se ho sfogato la mia rabbia con un po' di parolacce? Non è
forse la stessa cosa quando, sempre accanendoci col nostro corpo, imprechiamo
contro la pancia o la gola o la testa, quando ci fanno male troppo spesso?
Ulisse non litiga forse col proprio cuore, e certi personaggi della tragedia non
se la prendono con gli occhi, come se quelli potessero starli a sentire? I
gottosi poi maledicono i piedi, gli artritici le mani, i cisposi gli occhi,
mentre quelli che prendono una botta al dito, scaricano la rabbia contro i
piedi, come se fosse tutta colpa loro: Perché mai mi squadrate con la fronte
accigliata, o Catoni, e condannate un'opera fresca come i tempi che corrono?
Sorride serena la grazia di uno stile spontaneo, e quello che il popolo fa,
chiara la lingua lo dice. Chi è all'oscuro del sesso, e chi ignora le gioie di
Venere? Chi mai nega che i corpi si incendino nel caldo del letto? Anche il
padre del Vero, il saggio Epicuro, lo ingiunse, e disse che questo è lo scopo
finale della vita. * «Negli uomini non c'è nulla di più falso dei pregiudizi, e
nulla di più stupido di un'austerità ipocrita». * 133 Finita la
declamazione, chiamo Gitone e gli faccio: «Ma dimmi un po', caro fratellino, in
tutta coscienza: quella notte che Ascilto ti portò via da me, restò sveglio
fino a quando riuscì a possederti, oppure si accontentò di una notte vedova e
casta?». Il ragazzino si toccò gli occhi e giurò nel modo più solenne di non
aver subito violenza da Ascilto. * ... e inginocchiandomi sulla soglia del
tempio, rivolsi questa preghiera al dio che mi aveva voltato le spalle: «Delle
Ninfe e di Bacco compagno, che Dione la bella fece dio delle selve fiorenti,
che regni sull'inclita Lesbo e la verde Taso, cui innalza preghiere il Lido dai
sette fiumi, e dedica templi in Ipepa, vieni qua, protettore di Bacco e amore delle
Driadi insieme, e ascolta una timida prece. Non vengo cosparso di sangue
funesto, né mai i tuoi templi violai con sacrilega mano, ma misero e messo alle
strette, se mai un delitto commisi, non fu con il corpo mio tutto. Minore è la
colpa di chi pecca per debolezza. Per questo, ti prego, l'animo mio solleva e
indulgi a un peccato minore, che, se mai mi sorrida un'ora di buona fortuna, il
tuo nume io non lascerò senza onori. All'ara tua andranno, o divino, il capro,
il padre cornuto del gregge, e vittima ancora lattante, il parto di querula
scrofa. Nei calici spumeggerà il vino dell'anno, e tre volte danzando i giovani
ebri il giro del tempio faranno». * Mentre son lì che recito questa preghiera,
senza mai togliere gli occhi dal caro estinto tra le gambe, entra nel tempio
una vecchia orripilante, coi capelli scarmigliati e una veste nera addosso, che
mi abbranca e mi porta fuori dal tempio. * 134 LA VECCHIA PROSELENO A
ENCOLPIO. «Che razza di streghe ti hanno mangiato i nervi, o quale schifezza o
cadavere hai calpestato nel cuor della notte a un crocicchio? Nemmeno con il
ragazzo sei riuscito a rifarti ma, molle, fiacco e scoppiato come un ronzino in
salita, ci hai rimesso soltanto fatica e sudore. E non contento di essere già
tu in peccato, hai messo gli dèi anche contro di me». * E poi, senza che io
facessi alcuna resistenza, mi trascinò di nuovo nella cella della sacerdotessa,
mi cacciò sul letto e, dopo aver afferrato una canna dietro la porta, cominciò
a darmele di santa ragione, senza che io avessi il coraggio di reagire. E se la
canna non si fosse rotta quasi subito, diminuendo così la violenza dei colpi,
probabilmente quella mi avrebbe fratturato testa e braccia. A piagnucolare
cominciai invece quando lei si mise a trafficare con l'arnese e, mentre le
lacrime mi rigavano il volto, caddi riverso sul cuscino nascondendomi la faccia
con la destra. Allora anche la vecchia scoppiò a piangere e, sedutasi
sull'altra sponda del letto, cominciò a lamentarsi, con voce tremula, di quanto
le pesassero tutti i suoi anni, finché non intervenne la sacerdotessa: «Che ci
fate voialtri» ci investì, «qui nella mia cella? Non l'avrete mica presa per
una tomba ancora fresca? E per giunta in un giorno festivo, quando ride anche
chi dovrebbe piangere?». * PROSELENO AD ENOTEA, SACERDOTESSA DI PRIAPO «O
Enotea» le si rivolse la vecchia, «questo giovanotto qui è nato davvero sotto
una cattiva stella: figurati che non riesce a piazzare la sua mercanzia né agli
uomini né alle donne. Un disgraziato come questo non l'hai mai visto: al posto
dell'affare là sotto, ci ha un'anguilla marinata. Per fartela breve, che cosa
mi dici di uno che si è alzato dal letto di Circe senza aver goduto?». Udite
queste parole, Enotea prese posto in mezzo a noi e, dopo aver scosso per un bel
po' la testa, disse: «Io sono l'unica che può guarirlo da questa malattia: e
per dimostrarvi che non parlo a vanvera, chiedo che questo tuo giovanotto dorma
con me una notte, e poi vediamo se non glielo faccio ritornare duro come un
corno: Tutto ciò che vedi al mondo, mi si inchina. La florida terra se voglio
la faccio languire arida, con tutte le linfe essiccate, se voglio, lei spande i
suoi beni e rocce selvagge e macigni eruttano acque del Nilo. A me il mare
sottomette gli inerti marosi, e innanzi ai miei piedi gli zefiri fermano taciti
i soffi. A me obbediscono i fiumi, le tigri d'Ircania, e i draghi immobili a un
cenno. Perché mai parlare di cose da nulla? La mia voce d'incanto fa scendere
dal cielo la Luna, e Febo sgomento costringo a mutare il suo corso, volgendo a
ritroso i suoi bai furibondi. A tanto giungono gli scongiuri. L'ardore dei tori
si placa, bloccato da riti di vergine, con magici filtri la figlia di Febo che
è Circe trasforma i compagni di Ulisse, e Proteo assume l'aspetto che vuole.
Esperta ch'io sono in quest'arte, sul fondo dei mari trapianto i boschi
dell'Ida, e l'acqua dei fiumi sospingo alle vette più alte. 135
Rabbrividii atterrito da tutte quelle incredibili promesse e cominciai a
osservare con maggiore attenzione la vecchia. * «Avanti» esclama Enotea,
«eseguite i miei ordini!»... * e dopo essersi lavata con cura le mani, si chinò
sul letto e mi baciò due volte... * Enotea piazzò una vecchia tavola in mezzo
all'altare, ci sistemò sopra dei carboni ardenti, e quindi, dopo aver sciolto
un po' di pece, riparò una vecchia scodella tutta forata. Poi riattaccò alla
parete affumicata il chiodo che era venuto giù mentre prendeva la ciotola di
legno. Quindi, dopo essersi legata ai fianchi un grembiule quadrato e aver
sistemato sul fuoco una grossa pentola, servendosi di un forchettone tirò giù
dalla dispensa un sacchetto con dentro delle fave pronte per l'uso e una
testina di maiale già tutta rosicchiata. Aperto il sacco, distribuì sulla
tavola una parte delle fave e mi intimò di pulirle per bene. Io le obbedisco e,
mettendoci dell'impegno, comincio col mettere da parte quelle che dalla buccia
sembravano ammuffite. Ma lei, dandomi del buono a nulla, raccoglie quella
robaccia e, strappandone le bucce con i denti, le sputa per terra, che
sembravano tante mosche. * Dal canto mio, ero sbalordito al vedere quanto la
povertà aguzzi l'ingegno e come ogni singolo aspetto possa esser sfruttato col
senso pratico: L'avorio dell'India non splendeva montato nell'oro, né di
lastrici in marmo pregiato brillava la terra privata dei suoi tesori, ma solo
una stuoia di salice e fasci di povera paglia, e tazze ancor fresche d'argilla,
che un ruvido tornio aveva forgiato alla buona. Per l'acqua un catino, e ceste
di vimini appese a un ramo flessuoso, e un'anfora sporca di vino. E al muro lì
intorno di paglia e di fango commesso infissi vedevi dei rustici chiodi, e
appesa a un giunco nel pieno del verde un'esile canna. Inoltre da un trave
fumoso dell'umile casa pendevan le scorte, e dolci sorbe oscillavano in trecce
odorose intrecciate, e santoreggia lasciata invecchiare, e grappoli d'uva
passita. Al pari ospitale fu un giorno la casa d'Ecale nell'Attica, degna di
culti sacrali, che il verso del vecchio Battiade a noi nel memore corso degli
anni trasmise a un'età che sapesse ammirarlo. * 136 Mentre lei è alle
prese con un pezzettino di carne e col forchettone cerca di riappendere in
dispensa quella testina che, occhio e croce, doveva avere la sua età, lo
sgabello tarlato sul quale era salita per arrivare fin lassù si sfascia e manda
a gambe levate la vecchia, facendola planare con tutto il suo peso sul
focolare. Di conseguenza si spacca anche l'orlo della pentola e il fuoco, che
stava già per prendere, si spegne. Lei centra col gomito un tizzone ardente e
la cenere che si solleva le sporca tutta la faccia. Io salto su in piedi tutto
spaventato e, non senza sghignazzare, aiuto la vecchia a tirarsi su... e, per
evitare ritardi al sacrificio, va subito dai vicini a farsi dare il necessario
per riattizzare il fuoco. Io allora mi diressi verso l'ingresso della
stamberga... quand'ecco che tre oche sacre, abituate intorno a mezzogiorno - mi
immagino - a reclamare il becchime dalla vecchia, mi si avventano addosso e mi
circondano da ogni parte, spaventandomi pure con un orrendo e rabbioso strepito.
Una mi fa a pezzi la tunica, un'altra mi slega le stringhe dei calzari e se li
porta via, mentre una terza, che guidava quell'assalto in piena regola, non
esita a straziarmi un polpaccio col suo becco seghettato. Siccome di quel
brutto scherzo non ne potevo davvero più, strappai una gamba alla tavola e
cercai di liberarmi a mano armata da quella bestiaccia inferocita. E non mi
limitai a qualche semplice colpo dimostrativo, ma mi vendicai stendendola morta
al suolo: Così costretti dall'astuzia di Eracle, credo, al cielo fuggirono gli
uccelli Stinfalidi, e rapide come corrente le Arpie quando a Fineo lordarono i
tavoli stillando veleno sulle false mense. Tremò la volta celeste, squassata
alle insolite grida, e fu scossa la reggia del cielo. * Nel frattempo le altre
due oche si erano spazzolate le fave che, rotolando sul pavimento, si erano
sparse dovunque e, sconfortate dalla perdita di quella che a mio avviso doveva
essere il capo, se ne erano tornate nel tempio, quando io, raggiante per
essermi rifatto portando via anche del bottino, nascondo dietro il letto l'oca
uccisa e mi disinfetto con un po' di aceto la ferita non troppo profonda alla
gamba. Per paura poi di doverla pagare cara, pensai bene di togliere il
disturbo e, raccolta la mia roba, feci per uscire dalla stamberga. Ma non ne
avevo ancora varcato la soglia, che vidi Enotea tornare sui suoi passi con un
recipiente pieno di braci. Tirai subito indietro il piede e, dopo essermi tolto
di nuovo il mantello, rimasi lì sulla porta, come se stessi aspettando il suo
arrivo. Lei allora sistemò un po' di brace sotto le canne, ci mise sopra molta
legna e cominciò a scusarsi del ritardo, dovuto a una vicina che non l'aveva
lasciata andare via se non dopo aver buttato giù i soliti tre bicchierini. «E
tu» disse poi «che hai fatto mentre non c'ero? E le fave dove sono finite?».
Convinto com'ero di aver compiuto chissà quale prodezza, le raccontai per filo
e per segno tutta la storia della battaglia e, perché non stesse a pensarci
troppo, le offrii l'oca come risarcimento al danno subito. Ma non appena la
vecchia la vide, si mise a strillare così tanto e così forte, da dar
l'impressione che le oche fossero di nuovo lì sulla porta. Impressionato,
allora, e sbalordito da come si stava mettendo la faccenda, le chiesi perché
mai si fosse scaldata tanto e perché si preoccupasse più dell'oca che di me. 137
Ma lei, battendo forte le mani, mi urlò: «Razza di criminale, e hai anche la
faccia tosta di parlare? Tu non ti rendi mica conto di che infamia ti sei
macchiato: hai ucciso la gioia di Priapo, un'oca che faceva impazzire tutte le
signore. Non credere quindi che sia una cosa da poco, perché se solo lo vengono
a sapere i magistrati, finisci dritto sulla croce. Hai profanato col sangue la
mia dimora fino a oggi inviolata, e hai fatto in modo che chiunque lo voglia
fra i miei nemici possa farmi espellere dal sacerdozio». * «Per carità» le dico
io, «non gridare: in cambio dell'oca ti farò avere uno struzzo». * Mentre me ne
sto lì imbambolato a fissarla seduta sul letto che continua a piangere per la
morte dell'oca, entra Proseleno con la spesa fatta per il sacrificio e, vedendo
l'oca uccisa e domandando le ragioni di tutto quello strazio, scoppia anche lei
in calde lacrime e si mette a commiserare la mia sorte, come se avessi ucciso
mio padre invece di un'oca qualunque. Alla fine, seccato da quella lagna, dico:
«Ditemi un po', non mi è concesso espiare la colpa tirando fuori qualche
soldo?... Manco se vi avessi insultato e mi fossi macchiato di un omicidio!
Eccovi qua due belle monete d'oro, che ci potete comprare anche gli dèi insieme
alle oche». Appena Enotea vide la grana, disse: «Scusami tanto, ragazzo mio: è
per te che mi preoccupo, non lo faccio mica per cattiveria, ma solo perché ti
voglio bene. Vedrai, sistemeremo tutto, che nessuno lo venga a sapere. Tu però
prega solo gli dèi che ti perdonino per la bella impresa che hai fatto. Veleggi
col vento in poppa chi ha denaro, e regoli la sorte secondo il suo piacere. Se
in moglie prende Danae, ad Acrisio persino farà credere quel che Danae ha
creduto. Scriva versi, declami e lo applaudano tutti, e se cause discute,
superi anche Catone. Se fa il giudice, abbia il "consta" e il
"non consta", e sia almeno alla pari di Servio e Labeone. Ne ho già
dette abbastanza: coi contanti ciò che vuoi te lo danno. Ogni scrigno ha dentro
il suo Giove». * Mi mise in mano una ciotola piena di vino e, dopo avermi
pulito con porri e prezzemolo le dita della mano distese in avanti, immerse
pregando delle nocciole nel vino. E a seconda che tornassero o meno a galla,
lei tirava fuori il pronostico. Ma io capivo benissimo che a galla rimanevano
le nocciole vuote e senza midollo (perché dentro non avevano niente), mentre
quelle piene e con il frutto intatto andavano giù. * Dopo aver squartato l'oca,
ne tirò fuori un fegato robustissimo, che le servì per predirmi il futuro.
Anzi, per evitare che rimanessero tracce del mio delitto, fece a pezzi tutta la
bestia e, dopo averli infilati su spiedi, organizzò una cenetta non male, in
onore proprio di quello che, a sentire lei, fino a un attimo prima era a un
passo dal patibolo. Nel frattempo fioccavano uno dietro l'altro dei bei
bicchieri di vino puro. * 138 Enotea tira fuori un fallo di cuoio e,
dopo averlo cosparso ben bene di olio, pepe in polvere e semi di ortica
tritati, incomincia lentamente a infilarmelo nel didietro. Un attimo dopo la
dannata vecchiaccia mi versa quello stesso intruglio tra le cosce. * Poi
mescola succo di nasturzio con abrotono e, dopo avermi lavato i genitali con
quella mistura, prende un fascio di ortiche verdi e comincia a frustarmi a
ritmo lento dall'ombelico in giù. * Le due vecchiette, belle che andate
com'erano per il vino e la foia, mi si slanciano dietro e, inseguendomi giù per
un vicolo, gridavano: «Al ladro! Al ladro!». Per fortuna riuscii a seminarle,
non senza però essermi fatto venire le vesciche ai piedi per tutto quel correre
a rompicollo. * «Criside, che prima ti detestava per la condizione in cui
versavi, ora che sei così ha deciso di averti anche a costo della vita». * «Ma
Arianna e Leda che cosa ebbero di simile a questa bellezza? Che cosa avrebbe
potuto, al suo confronto, Elena, che cosa Venere? Perfino Paride, che fece da
giudice tra quelle dee infoiate, se nel pieno di quella gara avesse visto i
suoi occhi che ammaliano, per lei avrebbe dato Elena e tutte le dee messe
insieme. Ah, se mi riuscisse soltanto di strapparle un bacio, di stringere a me
quel petto meraviglioso e divino, forse il mio fisico tornerebbe al vigore di
un tempo, e risusciterebbe quella parte che mi hanno, credo, addormentato con
un maleficio. Le umiliazioni subite non mi tolgono lo slancio: le bastonate che
ho preso non me le ricordo neppure, se mi ha cacciato fuori lo ha fatto per
scherzo. Se solo potessi rientrare nelle sue grazie!». * 139 Cominciai a
dimenarmi freneticamente nel letto, come se avessi avuto tra le braccia il mio
amore. * «Non me soltanto un nume e il fato implacabile tormenta. Prima di me
il Tirinzio, colpito dall'ira di Inaco, resse il peso del cielo, già Pelia il
rancore provò di Giunone, e Laomedonte cinse ignaro le armi, Telefo di due numi
saziò l'ira terribile, e Ulisse temette la forza di Nettuno. Me pure per tutte
le terre, sui mari del bianco Nereo incalza feroce la collera
dell'ellespontiaco Priapo. * Chiesi al mio Gitone se qualcuno mi aveva cercato.
"Oggi nessuno" rispose lui, «ma ieri è venuta qui una donna mica male
che, dopo aver parlato un bel po' con me tormentandomi con un sacco di domande,
alla fine ha attaccato a dire che l'avevi fatta grossa e che, se solo la parte
lesa perseverava nell'accusa, ti sarebbe toccata la pena degli schiavi». * Non
avevo ancora finito di fare le mie rimostranze, quando arrivò Criside che,
avvinghiandosi a me in un abbraccio selvaggio, urlò: «Finalmente sei mio, come
ho tanto sperato! Tu mio unico desiderio, mio solo amore. Questo fuoco che mi
divora, non potrai mai estinguerlo, se non col sangue». * All'improvviso arrivò
uno dei giovani appena assunti, sostenendo che il padrone ce l'aveva da bestia
con me perché erano due giorni che non mi vedeva e avrei fatto bene a trovarmi
una scusa credibile, se no era difficile che a quel collerico passasse la
rabbia senza dover arrivare alla frusta. * 140 Filomela, una delle
signore più stimate del luogo, che in passato, sfruttando la giovane età, aveva
messo le mani su un bel po' di eredità, adesso che era avanti negli anni e
sfiorita, appioppava il figlio e la figlia a dei vecchi senza prole e così,
nonostante il cambio di guardia, continuava a incrementare i suoi traffici.
Questa donna si presentò a Eumolpo, per raccomandare alla sua saggezza e alla
sua bontà di cuore i propri figli... e affidare nelle sue mani se stessa e le
sue speranze. Gli disse infatti che lui era l'unico uomo al mondo in grado di
educare i giovani impartendo loro anche i migliori principi morali. Che, a
farla breve, lei lasciava i suoi due figli a casa di Eumolpo perché facessero
tesoro delle sue parole, in quanto quella era la sola eredità che era in grado
di dare ai ragazzi. E non si comportò diversamente da quanto aveva detto: lasciò
infatti lì in camera la ragazza che era un vero splendore e il fratello che era
appena adolescente, e finse di andare al tempio a fare un voto. Eumolpo, che
era così casto e puro da considerare anche me un ragazzino, non perse tempo e
invitò subito la ragazza ai sacri riti del didietro. Ma dato che a tutti aveva
detto di avere la gotta e di soffrire di lombaggine, e se non continuava a
sostenere questa tesi rischiava di mandare a carte quarantotto tutta la
sceneggiata, per dar credito alla messinscena, pregò la piccola di andarsi a
sedere su quel commendevole segno di bontà. Al servo Corace ordinò invece di
mettersi sotto il letto su cui lui era disteso e, puntellandosi a forza di
braccia sul pavimento, di muovere su e giù con la schiena il padrone. Quello
eseguì l'ordine, in un primo tempo a ritmo lento e armonizzando il proprio
movimento alle mosse esperte della ragazza. Ma, quando si era ormai quasi sul
più bello, Eumolpo si mise a gridare a Corace di andare più svelto. E così il
vecchio, messo tra il servitore e l'amichetta, se la spassava un mondo con
quella specie di altalena. E, fra le risa di tutti cui si univano anche le sue,
Eumolpo aveva già bissato un paio di volte il giochetto. Quanto a me, per non
perdere le buone abitudini a forza di stare con le mani in mano, mi accostai al
ragazzino che stava sbirciando dal buco della serratura le evoluzioni della
sorella, e controllai se ci stava. E il ragazzino, che la sapeva già alquanto
lunga, non avrebbe rifiutato le mie attenzioni, solo che anche lì il dio
avverso mi venne a stanare. * «A rimettermi in sesto sono stati gli dèi
maggiori. Mercurio infatti, abituato com'è a scarrozzare avanti e indietro le
anime, bontà sua mi ha restituito ciò che una mano imbestialita mi aveva
strappato, perché adesso, come puoi constatare, vado più forte di Protesilao e
di tutti quanti gli amatori del mondo antico». E così dicendo, mi tirai su la
tunica e feci vedere il tutto a Eumolpo. Lui, sulle prime, ci rimane di stucco.
Poi, per meglio sincerarsi della cosa, si mette a palpeggiare tutto quel ben di
dio con entrambe le mani. * «Socrate, degli dèi e degli uomini... soleva
vantarsi di non avere mai messo il naso in un'osteria e di non essersi mai
fermato a curiosare in un assembramento di gente. Non c'è niente di meglio che
intrattenersi sempre con i saggi». «Tutto questo» risposi io «è vero. Infatti
nessuno è destinato a fare in fretta una brutta fine, più di quelli che mettono
gli occhi sulle cose degli altri. Ad esempio, di che cosa vivrebbero ladri e
vagabondi, se non avessero con sé scrigneti e borselli con monete sonanti da
buttare come esca alla gente? Come i pesci abboccano attirati dall'esca, allo
stesso modo gli uomini non rimarrebbero intrappolati se non si facesse balenare
loro la speranza di mordere qualcosa». * 141 «Tanto per cominciare, la
tua nave che doveva giungere dall'Africa, secondo la tua promessa, con tanto di
soldi e schiavi a bordo non è ancora arrivata. E i cacciatori di eredità, ormai
ridotti in bolletta, cominciano a tirarsi indietro. Perciò, o sono io che mi
sbaglio, oppure la fortuna comincia di nuovo a voltarci le spalle». * «Tutti
coloro che ho menzionato nel mio testamento, ad eccezione dei miei liberti,
potranno avere quanto ho lasciato loro solo a patto che taglino a pezzi il mio
cadavere e se lo mangino alla presenza del popolo». * Sappiamo che presso
alcune popolazioni esiste ancor oggi l'usanza che i vivi mangino i corpi dei
loro parenti defunti, tanto è vero che spesso i malati si sentono rinfacciare
di rendere peggiore la loro carne. Perciò io esorto tutti i miei amici a non
sottrarsi alla mia volontà, invitandoli a mangiarsi il mio cadavere con lo
stesso gusto con il quale avranno di certo mandato a quel paese l'anima mia». *
L'enorme risonanza di tutta quella ricchezza accecava gli occhi e le menti di
quei poveracci. * Gorgia era disposto a rispettare la clausola. * «Non ho paura
che il tuo stomaco si possa rifiutare. Seguirà le direttive impartite, se gli
prometterai che una sola ora di nausea verrà ricompensata da un sacco di belle
cose. Basterà che tu chiuda gli occhi e immagini di buttar giù un milione di
sesterzi invece di carne umana. E poi, a tutto questo si aggiunge che un
sughetto per modificare il sapore lo troveremo. Infatti non esiste una carne
che piaccia in sé e per sé, ma viene lavorata ad arte perché risulti appetibile
anche a uno stomaco cui altrimenti ripugnerebbe. Se poi vuoi degli esempi che
ti dimostrino quanto sto dicendo, sappi che i Saguntini assediati da Annibale
mangiarono carne umana, anche se non aspettavano alcuna eredità. E lo stesso
fecero gli abitanti di Petelia nell'estremo bisogno, non aspettandosi da un
banchetto di quel tipo nient'altro se non vincere i morsi della fame. Quando
Numanzia fu espugnata da Scipione, si trovarono delle madri che stringevano tra
le braccia i corpi semidivorati dei figli». ![]()